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Galliani, ecco perché i top player ci snobbano

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Top player, top player e ancora top player. Ne abbiamo sentito parlare tanto, mai quanto negli ultimi due anni. Tutto è iniziato nel giugno del 2011, quando Beppe Marotta ha lanciato la Juventus nella corsa a un fuoriclasse capace di far incrementare esponenzialmente il valore della Vecchia Signora. Allora fu individuato in Sergio Aguero, ma sappiamo tutti come andò a finire e come rischia di trovare epilogo la storia di Robin van Persie, inseguito sempre dai bianconeri ancora senza esito alcuno.

Un tema caldo, divenuto addirittura scottante martedì alle 15, quando a prendere parola è stato un Adriano Galliani mai così sobrio e dimesso. "Il top player? Scordatelo. E non solo per noi. Per tutto il calcio italiano, i costi sono ormai insostenibili", queste le parole dell'ad milanista. Impossibile non interrogarsi sulla natura della questione. E allora proviamo a scoprire come è andata negli ultimi anni e se davvero - almeno per quest'estate - è proibito sognare.

DOPO IBRA IL NULLA O QUASI - L'ultimo dei grandi, l'ultimo ratto di un campione a un grande club estero è senza dubbio Zlatan Ibrahimovic. Un giocatore che nell'estate del 2010 ha lasciato il Barcellona e si è trasferito al Milan non soltanto perché le lusinghe rossonere avevano un certo appeal, ma anche perché i catalani non vedevano l'ora di liberarsi dello svedese almeno quanto l'attaccante voleva lasciare la maglia blaugrana dopo i dissidi con Pep Guardiola. Basta scorrere la lista dei trasferimenti dai tre campionati principali d'Europa all'Italia dal 2010 a questa parte per capire che Galliani non mente quando sottolinea che qualcosa è cambiato nelle ultime sessioni. Le scintille vere e proprie risalgono proprio all'estate del 2010, con il Milan che si assicurò non solo Ibrahimovic ma anche Robinho. Negli ultimi due anni "l'import" ha portato 43 giocatori alla Serie A, ma già nell'estate precedente non si sono registrati movimenti di primissima fascia. Certo, la Juventus ha preso il meglio della classe media assicurandosi Arturo Vidal dal Bayer Leverkusen e la Lazio ha approfittato di un parametro zero come Miroslav Klose (dal Bayern Monaco). Ma è mancato il botto. Da gennaio 2012 in avanti, però, sembra essere venuta meno non solo la qualità ma anche la qualità. Un solo giocatore importato a gennaio (Martin Caceres dal Siviglia alla Juventus) e due nella sessione attuale (due ragazzini come Marti Riverola e Paul Pogba). Qualcosa è cambiato. Le nostre società non sono più in grado di competere su cime elevatissime d'ingaggio e faticano anche sulle mezze taglie. Pertanto non resta che arrangiarsi sfruttando gli scontenti di turno (operazione che il Milan avrebbe portato a termine a gennaio con Carlos Tevez), i prestiti con diritto di riscatto (vedere i passaggi di Fernando Gago e Simon Kjaer alla Roma) o le formule più complesse esemplificate dal trasferimento di Bojan alla Roma. Senza dimenticarsi di qualche giovane sparso qua e là. Quando si dice l'arte di arrangiarsi.

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LA CRESCITA MANCANTE - Ma perché le nostre squadre si sono ridotte così quando anni fa dominavano il mercato e - di conseguenza - anche nelle competizioni europee? Galliani ha una spiegazione e fa riferimento ai bilanci dei nostri club. Una volta il Milan fatturava quanto i rivali europei, ora molto meno. Vero, verissimo come testimoniano i dati della Football Money League curata annualmente da Deloitte. Il Milan nel 2005 vantava 234 milioni di euro di introiti, nel 2011 è arrivata a 235,1. Un aumento risibile, soprattutto se paragonato alle altre nove squadre più ricche d'Europa. Il Barcellona, nello stesso lasso di tempo, è passato da 207,9 milioni a 450,7 e il Real Madrid si è confermato numero uno aumentando le entrate di 204 milioni di euro. Il Manchester United ha perso lo scettro da anni, ma è comunque cresciuto quasi del 50%. Numeri da paura, almeno quanto quelli riguardanti i cinque campionati principali d'Europa. Nel 2005 la Serie A era al secondo posto con 1282 milioni di euro di introiti complessivi. Ora è al quinto con 1532. Neanche a farlo apposta, i nostri club sono cresciuti molto meno degli altri (soltanto il 19%). E, ora, anche la Ligue 1 ci mette nel mirino. Un problema strutturale che si spiega con il notorio problema degli stadi (soltanto la Juventus ne possiede uno di proprietà) e la pressoché totale mancanza di sfruttamento del merchandising. I nostri club campano quasi soltanto di diritti tv. E non serve uno scienziato per capire che non basti a restare ad alto livello e sognare il van Persie di turno. In questo lasso di tempo, il Real Madrid è passato dall'incassare 63,7 milioni di euro di matchday a quasi il doppio (123,6 milioni di euro), mentre il Manchester United  - il modello indiscusso - è rimasto stabile ma è passato da 71,7 milioni di euro di diritti tv a 132,2 (sfruttando i diritti ceduti all'estero). Il Milan, invece, ha perso quasi tre milioni di euro di matchday (da 38,1 a 35,6) e più di trenta dalla nuova ripartizione dei diritti tv (da 138 a 107,7 milioni), compensando parzialmente con il lato commerciale (da 57,9 a 91,8 milioni di euro). La grana stadi pesa, ma pesa anche un appeal piuttosto scarso che il nostro campionato ha all'estero, specie nei mercati asiatici che pagano fior di milioni di euro per acquisire i diritti tv. Perché non puntare sul rilancio del prodotto calcio in senso lato?

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COME USCIRNE? - Guardare avanti con fiducia è però possibile. Basterebbe sbloccare la legge sugli stadi. Basterebbe rinnovare la nostra classe dirigente. Perché non si può dimenticare che se l'analisi di Galliani è perfetta, è anche priva di una fase di ricostruzione che vada oltre le concessioni governative. Ciò che l'ad rossonero non dice, infatti, è che la mancata crescita non dipende soltanto dalle furbate altrui (la ripartizione dei diritti tv tutta a favore di Real Madrid e Barcellona in Spagna) e dall'assenza di una legge sugli stadi di proprietà. Manca anche un pizzico di fantasia, la capacità di reinventarsi che ad esempio ha avuto il Barcellona di Joan Laporta dal 2003 in avanti e la volontà di dedicarsi al marketing con un fare ben più serio di quello che si vede dalle nostre parti. Finché i nostri dirigenti non lo capiranno, il mercato italiano sarà sempre più una realtà di seconda o terza fascia. Il problema vero è questo, non che Ibrahimovic possa partire o meno.

Di Mattia FONTANA (Twitter: @mattiafontana83)

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