Verso Euro 2020, la Top XI all time della Nazionale polacca di calcio

90min

Il conto alla rovescia per Euro 2020 è iniziato. La redazione di 90Min ha selezionato l'undici ideale della Nazionale polacca ripercorrendo la storia della competizione continentale. Quarta partecipazione consecutiva per la nazionale delle aquile biancorosse che hanno da poco festeggiato i 100 della nascita della federazione. Se diciamo Dudek, Instanbul, finale di Champions tutti ricorderanno i fatti di una partita entrata di diritto nella storia del calcio. In pochi però sanno che la...

<p class="block block--p block--align-left">Se diciamo Dudek, Instanbul, finale di Champions tutti ricorderanno i fatti di una partita entrata di diritto nella storia del calcio. In pochi però sanno che la performance di Dudek fu un plagio, o un tributo a <strong class="inline inline--bold">Jan Tomaszewski</strong>. Un ragazzone della Polonia appena riacquisita dalla fine della seconda guerra mondiale. Una Polonia prima prussiana e poi tedesca che lentamente cercava di recuperare la sua identità. Un po' come il giovane Tomaszewski; lui che vuole fare il portiere ma non ha i poteri di Superman. Nevrotico, goffo, incerto mostra tutto il suo ridicolo repertorio nell'esordio in Nazionale del '71. Partita decisiva per la squalificazione all'Europeo del '72. Non è una semplice partita, ma l'occasione di vendicare la storia sul rettangolo di gioco. Davanti la Germania Ovest. I tedeschi si impongono con uno schiacciante 3-1 e Jan diventa il capo espiatorio del fallimento. Un'umiliazione pubblica che gli inglesi due anni dopo rispolverano, sbeffeggiando mediaticamente il portiere di Wroclaw alla vigilia dello spareggio di Wembley per l'accesso al Mondiale del '74. "<em class="inline inline--italic"><strong class="inline inline--bold">Un clown da circo con i guantoni</strong></em>" lo definisce un ridacchiante Brian Clough in Tv. Gli inglesi scagliano tutte le frecce del loro <em class="inline inline--italic">humor</em> sul numero uno della nazionale di Gorski. </p> <br><p class="block block--p block--align-left">Ride ben chi ride ultimo, e stavolta tocca al clown prendersi gioco dei 100.000 di Wembley. Tomaszewski para qualsiasi cosa. Alla Polonia bastò un pareggino per 1-1 (all'andata finì 2-0 per i polacchi) per eliminare l'Inghilterra che per la prima volta nella sua storia non si qualifica ai mondiali di calcio. "<em class="inline inline--italic">It's all over</em>" è il commento lapidario del telecronista a fine gara. Non per Jan e non per la sua Polonia che nel mondiale del '74 quando l'Olanda svelava al mondo l'arte comtemporanea del gioco del calcio, batteva l'Italia, l'Argentina e il Brasile nella finale terzo e quarto posto. Quella era la Polonia più forte di tutti i tempi. Il clown Tomaszewski si prende il tempo di parare pure due rigori: uno allo svedese Staffan Tapper, il secondo al tedesco occidentale Uli Hoeness. Ancora oggi se lo incontrate per strada e gli chiedete della finale contro il Brasile, lui vi risponderà: «<strong class="inline inline--bold">Paragonate la pressione della semifinale di Coppa del Mondo con il match di Wembley? È come guidare una Skoda dopo una Mercedes</strong>». </p>
Jan Tomaszewski

Se diciamo Dudek, Instanbul, finale di Champions tutti ricorderanno i fatti di una partita entrata di diritto nella storia del calcio. In pochi però sanno che la performance di Dudek fu un plagio, o un tributo a Jan Tomaszewski. Un ragazzone della Polonia appena riacquisita dalla fine della seconda guerra mondiale. Una Polonia prima prussiana e poi tedesca che lentamente cercava di recuperare la sua identità. Un po' come il giovane Tomaszewski; lui che vuole fare il portiere ma non ha i poteri di Superman. Nevrotico, goffo, incerto mostra tutto il suo ridicolo repertorio nell'esordio in Nazionale del '71. Partita decisiva per la squalificazione all'Europeo del '72. Non è una semplice partita, ma l'occasione di vendicare la storia sul rettangolo di gioco. Davanti la Germania Ovest. I tedeschi si impongono con uno schiacciante 3-1 e Jan diventa il capo espiatorio del fallimento. Un'umiliazione pubblica che gli inglesi due anni dopo rispolverano, sbeffeggiando mediaticamente il portiere di Wroclaw alla vigilia dello spareggio di Wembley per l'accesso al Mondiale del '74. "Un clown da circo con i guantoni" lo definisce un ridacchiante Brian Clough in Tv. Gli inglesi scagliano tutte le frecce del loro humor sul numero uno della nazionale di Gorski.


Ride ben chi ride ultimo, e stavolta tocca al clown prendersi gioco dei 100.000 di Wembley. Tomaszewski para qualsiasi cosa. Alla Polonia bastò un pareggino per 1-1 (all'andata finì 2-0 per i polacchi) per eliminare l'Inghilterra che per la prima volta nella sua storia non si qualifica ai mondiali di calcio. "It's all over" è il commento lapidario del telecronista a fine gara. Non per Jan e non per la sua Polonia che nel mondiale del '74 quando l'Olanda svelava al mondo l'arte comtemporanea del gioco del calcio, batteva l'Italia, l'Argentina e il Brasile nella finale terzo e quarto posto. Quella era la Polonia più forte di tutti i tempi. Il clown Tomaszewski si prende il tempo di parare pure due rigori: uno allo svedese Staffan Tapper, il secondo al tedesco occidentale Uli Hoeness. Ancora oggi se lo incontrate per strada e gli chiedete della finale contro il Brasile, lui vi risponderà: «Paragonate la pressione della semifinale di Coppa del Mondo con il match di Wembley? È come guidare una Skoda dopo una Mercedes».

<p class="block block--p block--align-left">Lukasz fa parte della seconda generazione del calcio polacco. Dopo i fasti degli anni '70, la nazionale delle aquile biancorosse ha smesso di essere veloce e rapace. La restaurazione è stata lenta e faticosa. Il treno <strong class="inline inline--bold">Piszczek</strong> corre forte sui binari della Bundesliga. Arriva nella capitale nel 2004, maglia Herta che lo girerà in prestito allo Zagłębie Lubin. Tre stagioni di meditazione fino alla consacrazione con la maglia del Borussia Dortmund. Qua diventa adepto del <em class="inline inline--italic">gegenpressing</em> e di una filosofia calcistica mutuata dal <em class="inline inline--italic">tiki taka</em> catalano. Una nuova ricetta che lancia Piszczek sulla rampa della Nazionale. Il debutto nell'Europeo del 2008 apre la copertina su una storia lunga 65 partite in Nazionale. </p> <br><p class="block block--p block--align-left">Gioca tre Europei consecutivi e il Mondiale di Russia, punto di arrivo della sua carriera in Nazionale. La federazione però non vuole perdere il suo treno a destra e lo corteggia per averlo anche nelle qualificazioni a Euro 2020. Con un permesso speciale Lukasz viene convocato per l'ultima partita di qualificazione contro la Slovenia. La Polonia vince per 3-2 e consolida il primo posto in classifica. Lukasz esce dopo '45 minuti per prendersi la meritata ovazione del pubblico di Varsavia.</p>
Lukasz Piszczek

Lukasz fa parte della seconda generazione del calcio polacco. Dopo i fasti degli anni '70, la nazionale delle aquile biancorosse ha smesso di essere veloce e rapace. La restaurazione è stata lenta e faticosa. Il treno Piszczek corre forte sui binari della Bundesliga. Arriva nella capitale nel 2004, maglia Herta che lo girerà in prestito allo Zagłębie Lubin. Tre stagioni di meditazione fino alla consacrazione con la maglia del Borussia Dortmund. Qua diventa adepto del gegenpressing e di una filosofia calcistica mutuata dal tiki taka catalano. Una nuova ricetta che lancia Piszczek sulla rampa della Nazionale. Il debutto nell'Europeo del 2008 apre la copertina su una storia lunga 65 partite in Nazionale.


Gioca tre Europei consecutivi e il Mondiale di Russia, punto di arrivo della sua carriera in Nazionale. La federazione però non vuole perdere il suo treno a destra e lo corteggia per averlo anche nelle qualificazioni a Euro 2020. Con un permesso speciale Lukasz viene convocato per l'ultima partita di qualificazione contro la Slovenia. La Polonia vince per 3-2 e consolida il primo posto in classifica. Lukasz esce dopo '45 minuti per prendersi la meritata ovazione del pubblico di Varsavia.

<p class="block block--p block--align-left">Nella Polonia del '74, insieme al "clown con i guantoni", c'era un tizio che i guantoni non li aveva ma era duro e agile come un pugile. The <em class="inline inline--italic">polish boxer</em>, <strong class="inline inline--bold">Jerzy Gorgon</strong>, uno degli stopper più forti d'Europa. Con la Nazionale vinse l'oro Olimpico nel '72 e l'argento nell'edizione successiva. Nel '68 trascinò la sua Polonia fino ai quarti di finale dell'Europeo italiano e nel '74 nella Coppa del Mondo arrivò terzo battendo il Brasile nella <em class="inline inline--italic">"finalina".</em> Un gigante dell'area di difesa, non un maestro della posizione e delle letture, ma un incredibile battitore di palloni. Alti, bassi a mezza altezza, Gorgon era un'idropulitrice dell'area di rigore e come succedeva nella mitologia Greca, chi si azzardava a guardarlo negli occhi restava pietrificato. Per il brillante Brian Clough era "un asino", per Keegan un incubo. Perché nelle storie di paura nell'Inghilterra del '73, non mancava mai la notte di Wembley, la storia dei cattivi polacchi che eliminarono l'Inghilterra dal sogno mondiale. In quelle storie sotto i piumoni Gorgon assumeva le sembianze di un Gorgone. </p>
Kerzy Gorgon

Nella Polonia del '74, insieme al "clown con i guantoni", c'era un tizio che i guantoni non li aveva ma era duro e agile come un pugile. The polish boxer, Jerzy Gorgon, uno degli stopper più forti d'Europa. Con la Nazionale vinse l'oro Olimpico nel '72 e l'argento nell'edizione successiva. Nel '68 trascinò la sua Polonia fino ai quarti di finale dell'Europeo italiano e nel '74 nella Coppa del Mondo arrivò terzo battendo il Brasile nella "finalina". Un gigante dell'area di difesa, non un maestro della posizione e delle letture, ma un incredibile battitore di palloni. Alti, bassi a mezza altezza, Gorgon era un'idropulitrice dell'area di rigore e come succedeva nella mitologia Greca, chi si azzardava a guardarlo negli occhi restava pietrificato. Per il brillante Brian Clough era "un asino", per Keegan un incubo. Perché nelle storie di paura nell'Inghilterra del '73, non mancava mai la notte di Wembley, la storia dei cattivi polacchi che eliminarono l'Inghilterra dal sogno mondiale. In quelle storie sotto i piumoni Gorgon assumeva le sembianze di un Gorgone.

Scorri per continuare con i contenuti
Annuncio
<p class="block block--p block--align-left"><strong class="inline inline--bold">Zmuda </strong>in Italia ce lo ricordiamo bene. Fu uno dei primi giocatori polacchi a giocare nel nostro campionato insieme a<em class="inline inline--italic"> Zibì </em>Boniek. Zmuda però non ebbe lo stesso impatto del baffone di Bydgoszcz . Questo ragazzo che esordì in nazionale con solo 20 anni nel mondiale del '74 rimase incarcerato nel campionato polacco a causa dell'embargo che non permetteva ai giocatori militanti nelle squadre filo-sovietiche il trasferimento in altri club europei prima del raggiungimento dei 30 anni. Szmuda allora la carriera se la costruisce in patria. Il punto più alto lo raggiunge con la maglia del Widzew Lodz vincendo due titoli consecutivi nel '81 e nel '82 e contribuendo a costruire il gruppo che raggiunse la semifinale di Coppa dei Campioni del '83 dopo aver battuto il Liverpool ai quarti. L'82 è l'anno di svolta per Wladyslaw. Il mondiale spagnolo è l'occasione per mettere in mostra il suo talento. Nel girone A, quello dell'Italia, la Polonia chiude prima. Un solo gol subito in quattro partite. Nella seconda fase a gironi la Polonia tiene la porta immacolata mentre Boniek passeggia sul Belgio con una tripletta e la difesa chiude i confini contro l'Urss. La resistenza polacca cadrà solo nella semifinale. Stavolta passa l'Italia che si avvia a alzare la coppa. Per la Polonia un'altra <em class="inline inline--italic">finalina</em>, come nel '74, con vittoria sulla Francia per 3-2.</p> <br><p class="block block--p block--align-left">La stella di Zmuda brilla e il Verona è il primo a restare folgorato. L'embargo non c'è più e il polacco può finalmente mettersi alla prova in un campionato del suo lignaggio. La storia di Zmuda al Verona rimane una favola di aspettative e sogni infranti sul crac del menisco. Zmuda inizia il suo pellegrinaggio di ospedali e dottori. Rotture, lesioni e ricadute. Gioca solo '22 nella prima stagione all'Hellas. Vive ai margini della squadra e dopo due anni e una breve esperienza negli Usa, torna in Serie A con la maglia della Cremonese. Sarà la sua ultima maglia e finirà la carriera in Serie B. Per salvarlo da una fine ingloriosa, il ct della Polonia lo convoca per il mondiale di Messico '86. Sarà il suo regalo di pensionamento: il quarto mondiale consecutivo, all'epoca divenne il giocatore con più presenze in assoluto nel Mondiale di calcio. </p>
Wladyslaw Zmuda

Zmuda in Italia ce lo ricordiamo bene. Fu uno dei primi giocatori polacchi a giocare nel nostro campionato insieme a Zibì Boniek. Zmuda però non ebbe lo stesso impatto del baffone di Bydgoszcz . Questo ragazzo che esordì in nazionale con solo 20 anni nel mondiale del '74 rimase incarcerato nel campionato polacco a causa dell'embargo che non permetteva ai giocatori militanti nelle squadre filo-sovietiche il trasferimento in altri club europei prima del raggiungimento dei 30 anni. Szmuda allora la carriera se la costruisce in patria. Il punto più alto lo raggiunge con la maglia del Widzew Lodz vincendo due titoli consecutivi nel '81 e nel '82 e contribuendo a costruire il gruppo che raggiunse la semifinale di Coppa dei Campioni del '83 dopo aver battuto il Liverpool ai quarti. L'82 è l'anno di svolta per Wladyslaw. Il mondiale spagnolo è l'occasione per mettere in mostra il suo talento. Nel girone A, quello dell'Italia, la Polonia chiude prima. Un solo gol subito in quattro partite. Nella seconda fase a gironi la Polonia tiene la porta immacolata mentre Boniek passeggia sul Belgio con una tripletta e la difesa chiude i confini contro l'Urss. La resistenza polacca cadrà solo nella semifinale. Stavolta passa l'Italia che si avvia a alzare la coppa. Per la Polonia un'altra finalina, come nel '74, con vittoria sulla Francia per 3-2.


La stella di Zmuda brilla e il Verona è il primo a restare folgorato. L'embargo non c'è più e il polacco può finalmente mettersi alla prova in un campionato del suo lignaggio. La storia di Zmuda al Verona rimane una favola di aspettative e sogni infranti sul crac del menisco. Zmuda inizia il suo pellegrinaggio di ospedali e dottori. Rotture, lesioni e ricadute. Gioca solo '22 nella prima stagione all'Hellas. Vive ai margini della squadra e dopo due anni e una breve esperienza negli Usa, torna in Serie A con la maglia della Cremonese. Sarà la sua ultima maglia e finirà la carriera in Serie B. Per salvarlo da una fine ingloriosa, il ct della Polonia lo convoca per il mondiale di Messico '86. Sarà il suo regalo di pensionamento: il quarto mondiale consecutivo, all'epoca divenne il giocatore con più presenze in assoluto nel Mondiale di calcio.

<p class="block block--p block--align-left">Se unisci i punti di tutte le storie dei giocatori polacchi deglia anni '70 vedrai comparire la scritta Wembley. Non il teatro di una battaglia navale, ne la città di una vittoria militare storica. Wembley, per la Polonia fu teatro di qualcosa di più grande. Un paese con le ali spezzate prima dall'invasione tedesca e poi dalla dominazione comunista. Un popolo che aveva dimenticato come si chiamava, che doveva rimettere insieme i pezzi del suo Dna. In un deserto socio-culturale senza precedenti, la Polonia tornava a camminare grazie al calcio. E grazie a gente come <strong class="inline inline--bold">Antoni Szymanowski</strong>. Un calciatore con la Polonia nel cuore che con le sue scorribande ha portato la Nazionale alla conquista del titolo olimpico del '72, l'argento del '76 e il bronzo nel Mondiale di calcio nel '74. Tutte le storie però girano intorno a Wembley. <em class="inline inline--italic">"Mia moglie Wanda, la conobbi poco dopo la partita di Wembley" dice Antoni guardando una foto incorniciata"</em>. </p> <br><p class="block block--p block--align-left">La miglior partita della sua carriera? A Wembley contro l'inghilterra. <em class="inline inline--italic">"Era il Re della fascia destra"</em> ricordano gli ex compagni di squadra. Utilizzando un paragone attuale, Antoni Szymanowski giocava alla Dani Alves. Terzino tutto campo, capace di stoppare la palla con entrambi i piedi e di arrivare sul fondo con facilità. L'identikit perfetto del terzino che vuole Guardiola. Szymanowski giocava così mezzo secolo fa, quando ancora Guardiola e la filosofia applicata al calcio erano ancora lontani da venire. In quella notte di mezzo secolo fa, a Wembley, nell'ombelico del football, la Polonia trovò il coraggio di tornare ad alzare la testa, di tornare a parlare la sua lingua e a credere nella sua gente. Gente come Antoni Szymanowski</p>
Antoni Szymanowski

Se unisci i punti di tutte le storie dei giocatori polacchi deglia anni '70 vedrai comparire la scritta Wembley. Non il teatro di una battaglia navale, ne la città di una vittoria militare storica. Wembley, per la Polonia fu teatro di qualcosa di più grande. Un paese con le ali spezzate prima dall'invasione tedesca e poi dalla dominazione comunista. Un popolo che aveva dimenticato come si chiamava, che doveva rimettere insieme i pezzi del suo Dna. In un deserto socio-culturale senza precedenti, la Polonia tornava a camminare grazie al calcio. E grazie a gente come Antoni Szymanowski. Un calciatore con la Polonia nel cuore che con le sue scorribande ha portato la Nazionale alla conquista del titolo olimpico del '72, l'argento del '76 e il bronzo nel Mondiale di calcio nel '74. Tutte le storie però girano intorno a Wembley. "Mia moglie Wanda, la conobbi poco dopo la partita di Wembley" dice Antoni guardando una foto incorniciata".


La miglior partita della sua carriera? A Wembley contro l'inghilterra. "Era il Re della fascia destra" ricordano gli ex compagni di squadra. Utilizzando un paragone attuale, Antoni Szymanowski giocava alla Dani Alves. Terzino tutto campo, capace di stoppare la palla con entrambi i piedi e di arrivare sul fondo con facilità. L'identikit perfetto del terzino che vuole Guardiola. Szymanowski giocava così mezzo secolo fa, quando ancora Guardiola e la filosofia applicata al calcio erano ancora lontani da venire. In quella notte di mezzo secolo fa, a Wembley, nell'ombelico del football, la Polonia trovò il coraggio di tornare ad alzare la testa, di tornare a parlare la sua lingua e a credere nella sua gente. Gente come Antoni Szymanowski

<p class="block block--p block--align-left">Altro bambinello prodigio della classe d'oro del '72. Lato era appena entrato nella magnifica Nazionale di Gorski, la Nazionale che cambierà la storia della Polonia. Un po' come il trapianto di capelli ha cambiato la storia dei tempi moderni. In quesgli anni c'erano cose più importanti a cui pensare e ci certo la calvizie non era nelle priorità né dei polacchi, né di Lato. Un giocatore con il suo talento così spregiudicato e impetuoso, oggi non potrebbe mettersi davanti alle telecamere con la pettinatura alla Krusty il clown. Lato era esplosivo, anarchico, egoista e cocciuto come il giovane Federico Chiesa. Ragazzo del Nord, orfano di padre, trova una nuova figuara paterna nella squadra del Stal Mielec, sud della Polonia. Un piccolo club che milita nella seconda divisione nazionale. Lato fa un voto di amore e giura fedeltà ai colori bianco blù. Resterà nel club per 18 anni vincendo due campionati nazionali, aspettando la fine dell'embargo per poi trasferisi in Belgio e chiudere la carriera in Messico. </p> <br><p class="block block--p block--align-left">Come per tanti compagni della sua classe, l'anno della consacrazione è quello del '74. Nel Mondiale tedesco Lato trascina la Polonia con i suoi gol. Segna una doppietta all'Argentina si ripete contro Haiti, purga la Svezia e la Jugoslavia e più importante di tutti segna l'1-0 nell'unica vittoria della storia della Polonia contro il Brasile che vale il terzo posto nella classifica finale. Lato chiude come capocannoniere del torneo e diventa eroe nazionale. Nominato calciatore polacco dell'anno del '77 e nel '81, vincitore della classifica capocannoniere in Polonia nel '73 e nel '75, Lato è ancora oggi uno dei calciatori più forti di tutti i tempi della storia della Nazionale polacca.</p>
Grzegorz Lato

Altro bambinello prodigio della classe d'oro del '72. Lato era appena entrato nella magnifica Nazionale di Gorski, la Nazionale che cambierà la storia della Polonia. Un po' come il trapianto di capelli ha cambiato la storia dei tempi moderni. In quesgli anni c'erano cose più importanti a cui pensare e ci certo la calvizie non era nelle priorità né dei polacchi, né di Lato. Un giocatore con il suo talento così spregiudicato e impetuoso, oggi non potrebbe mettersi davanti alle telecamere con la pettinatura alla Krusty il clown. Lato era esplosivo, anarchico, egoista e cocciuto come il giovane Federico Chiesa. Ragazzo del Nord, orfano di padre, trova una nuova figuara paterna nella squadra del Stal Mielec, sud della Polonia. Un piccolo club che milita nella seconda divisione nazionale. Lato fa un voto di amore e giura fedeltà ai colori bianco blù. Resterà nel club per 18 anni vincendo due campionati nazionali, aspettando la fine dell'embargo per poi trasferisi in Belgio e chiudere la carriera in Messico.


Come per tanti compagni della sua classe, l'anno della consacrazione è quello del '74. Nel Mondiale tedesco Lato trascina la Polonia con i suoi gol. Segna una doppietta all'Argentina si ripete contro Haiti, purga la Svezia e la Jugoslavia e più importante di tutti segna l'1-0 nell'unica vittoria della storia della Polonia contro il Brasile che vale il terzo posto nella classifica finale. Lato chiude come capocannoniere del torneo e diventa eroe nazionale. Nominato calciatore polacco dell'anno del '77 e nel '81, vincitore della classifica capocannoniere in Polonia nel '73 e nel '75, Lato è ancora oggi uno dei calciatori più forti di tutti i tempi della storia della Nazionale polacca.

<p class="block block--p block--align-left">Al suo Lato c'è sempre stato Kasperczak. I due facevano coppia nello Stal Mielec. Uno sciava in libertà sulla fascia, l'altro si impegnava a buttare legna nel motore. Kasperczak lo troverete in tutte le formazioni tipo della Polonia. E' l'elemento che permette di dare stabilità a ulla formula dove la fantasia e la libertà tattica di Lato e Deyna avrebbero preso il sopravvento. Salta l'Olimpiade del '72, battesimo calcistico della grande Polonia. Ci sarà nel Mondiale del '74, anno in cui la foto di classe dell'undici biancorosso farà il giro del mondo. </p> <br><p class="block block--p block--align-left">Un centrocampista "olandese", bravo sì in fase di interdizione, ma campione nelle coperture degli spazi. Fece parte anche della spedizione olimpica del '76 a Montreal tornando con la medaglia d'argento al collo. Unico della sua generazione ad affermarsi anche come allenatore a livello internazionale. Il praticantato in Francia poi le panchine delle nazionali africane, tra cui Tunisia, Marocco, Costa D'Avorio e Mali. </p>
Henryk Kasperczak

Al suo Lato c'è sempre stato Kasperczak. I due facevano coppia nello Stal Mielec. Uno sciava in libertà sulla fascia, l'altro si impegnava a buttare legna nel motore. Kasperczak lo troverete in tutte le formazioni tipo della Polonia. E' l'elemento che permette di dare stabilità a ulla formula dove la fantasia e la libertà tattica di Lato e Deyna avrebbero preso il sopravvento. Salta l'Olimpiade del '72, battesimo calcistico della grande Polonia. Ci sarà nel Mondiale del '74, anno in cui la foto di classe dell'undici biancorosso farà il giro del mondo.


Un centrocampista "olandese", bravo sì in fase di interdizione, ma campione nelle coperture degli spazi. Fece parte anche della spedizione olimpica del '76 a Montreal tornando con la medaglia d'argento al collo. Unico della sua generazione ad affermarsi anche come allenatore a livello internazionale. Il praticantato in Francia poi le panchine delle nazionali africane, tra cui Tunisia, Marocco, Costa D'Avorio e Mali.

<p class="block block--p block--align-left">Basta una videocassetta per spiegare la Polonia del '72. L'etichetta sulla costola del vhs dice Deyna. La storia inizia nel campetto di perifieria del Wlokniarz Gdanski, a pochi passi da Danzica. Un minuto ragazzetto con fisico da ballerino classico, le basette da Beatles e le orecchie a sventola, cincischia con il pallone tra i piedi. Quando si accende sembra che quel campo dissestato e pieno di gobbe venga spianato da un tappeto di velluto. Deyna lascia scie delicate, dolci. Linee omogenee, pennellate compatte. Il video sfuma e il campetto di periferia fa spazio allle cupole di Varsavia. Il ragazzetto è minuto, ma più lungo rispetto al passato. Nel primo anno si vede poco, 12 volte, ma segna un gol ogni due partite. </p> <br><p class="block block--p block--align-left">La personalità non manca. Vede calcio, non ha un piede debole, vuole mettere bocca su ogni pallone. Nella seconda stagione diventa titolare inamovibile, il suo ego cresce, il suo nome fa il giro di tutto il paese. Deyna ha conquistato Varsavia; prossimo step, la conquista della Nazione. Ha ventidue anni ed è la stella della Polonia nell'Olimpiade del '72. Segna nove gol, due nella finale contro l'Ungheria che consegnerà l'unico oro olimpico nella storia del calcio polacco. La classe del '72 aveva trovato il suo fuoriclasse. Nel mondiale del '74 Kazi è al volante della macchina di Groski. Lato è la freccia, Gorgon il pugile, Tomaszewski il clown; lui è il genio. Capello alla Crujff, finte latinoamericane,temperamento sovietico; Deyna ha tutto per essere la star del mondiale. Finisce con la Polonia terza (vittoria sul Brasile nella finale di consoloazione) e con Pelé che incorona il 10 polacco davanti al mondo intero: «<strong class="inline inline--bold">Deyna è un grande stratega: possiede una visione immediata di ciò che deve fare e, soprattutto, di ciò che è in grado di fare</strong>». </p> <br><p class="block block--p block--align-left">Scorrono le immagini dell'Olimpiade del '76 e della finale persa contro la Germania dell'Est e quelle del Mondiale del '78 dove la Polonia venne eliminata nella seconda fase a gironi. In quel torrido mondiale Argentino, la BBC lancia la voce che Deyna sarebbe pronto per un trasferimento in un club europeo. A causa dell'embargo e nella militanza nella squadra dell'esercito polacco, Deyna dovette rifiutare le avances di Real Madrid e Monaco. Adesso passata la soglia dei 30 Kazi aveva il permesso di mettere il suo talento in valigia. Si da il caso che quella voce della BBC fosse tifoso del City e si mise subito in contatto con la dirigenza di Maine Road. L'affare si chiuse per 100.000 sterline trasformate dal Legia in fotocopiatrici, tute, prodotti medicinali, palloni e dollari americani. Deyna a Manchester può dare sfogo alle sue grandi passioni; il calcio e l'alcol. Difficile adattarsi ai ritmi della Premier più semplice adattarsi ai ritmi del pub. Per uno abituato a pane e vodka la birra scende come tè. I tifosi del City impazziscono per lui. Il primo anno passa a guardare il pallone volargli sulla testa. E' fuori dalle dinamiche del rude calcio britannico, ma ogni volta che stoppa il pallone il pubblico impazzisce. </p> <br><p class="block block--p block--align-left">La sua storia, il suo personaggio e il suo talento sconsiderato fanno di lui un eroe Cult nell'immaginario dei Citizens. Un George Best con la scoria sovietica. Gli autori dei "<em class="inline inline--italic">Fuga per la vittoria</em>" non possono fare a meno di chiamarlo nel cast. L'avventura Hollywoodiana sarà il preludio della sua prossima mossa. Nelle scene finali Deyna ormai ondeggia su una zolla di campo. Non si parla di calcio, ne di football ma di <em class="inline inline--italic">soccer</em>. Veste la maglia dei San Diego Sockers. Guadagna e segna come un pazzo. Riesce a tirare a campare e a farsi ritirare la patente per guida in stato di ebrezza. Nel '84 la lega professionistica <em class="inline inline--italic">"outdoor"</em> chiude e il calcio passo alla versione<em class="inline inline--italic"> "indoor"</em>. Altri palcoscenici e altri ingaggi. Le finanze di Deyna sono ormai ridotte all'osso. L'alcol lo sta divorando. L'alcol lo trascinerà in fondo. Sulla Interstatale 15 nord sulla Mira Mesa Boulevard la Dodge Colt del '74 di Deyna si va a schiantare con un camion fermo sulla corsia di destra. In quello schianto moriva il calciatore polacco più forte del XX secolo. In una Dodge del '74, come l'anno del Mondiale in cui Pelé lo incoronò tra i più grandi di tutti. Come l'anno in cui il mondo scopriva il giocatore polacco più grande di tutti i tempi. </p>
Kazimierz Deyna

Basta una videocassetta per spiegare la Polonia del '72. L'etichetta sulla costola del vhs dice Deyna. La storia inizia nel campetto di perifieria del Wlokniarz Gdanski, a pochi passi da Danzica. Un minuto ragazzetto con fisico da ballerino classico, le basette da Beatles e le orecchie a sventola, cincischia con il pallone tra i piedi. Quando si accende sembra che quel campo dissestato e pieno di gobbe venga spianato da un tappeto di velluto. Deyna lascia scie delicate, dolci. Linee omogenee, pennellate compatte. Il video sfuma e il campetto di periferia fa spazio allle cupole di Varsavia. Il ragazzetto è minuto, ma più lungo rispetto al passato. Nel primo anno si vede poco, 12 volte, ma segna un gol ogni due partite.


La personalità non manca. Vede calcio, non ha un piede debole, vuole mettere bocca su ogni pallone. Nella seconda stagione diventa titolare inamovibile, il suo ego cresce, il suo nome fa il giro di tutto il paese. Deyna ha conquistato Varsavia; prossimo step, la conquista della Nazione. Ha ventidue anni ed è la stella della Polonia nell'Olimpiade del '72. Segna nove gol, due nella finale contro l'Ungheria che consegnerà l'unico oro olimpico nella storia del calcio polacco. La classe del '72 aveva trovato il suo fuoriclasse. Nel mondiale del '74 Kazi è al volante della macchina di Groski. Lato è la freccia, Gorgon il pugile, Tomaszewski il clown; lui è il genio. Capello alla Crujff, finte latinoamericane,temperamento sovietico; Deyna ha tutto per essere la star del mondiale. Finisce con la Polonia terza (vittoria sul Brasile nella finale di consoloazione) e con Pelé che incorona il 10 polacco davanti al mondo intero: «Deyna è un grande stratega: possiede una visione immediata di ciò che deve fare e, soprattutto, di ciò che è in grado di fare».


Scorrono le immagini dell'Olimpiade del '76 e della finale persa contro la Germania dell'Est e quelle del Mondiale del '78 dove la Polonia venne eliminata nella seconda fase a gironi. In quel torrido mondiale Argentino, la BBC lancia la voce che Deyna sarebbe pronto per un trasferimento in un club europeo. A causa dell'embargo e nella militanza nella squadra dell'esercito polacco, Deyna dovette rifiutare le avances di Real Madrid e Monaco. Adesso passata la soglia dei 30 Kazi aveva il permesso di mettere il suo talento in valigia. Si da il caso che quella voce della BBC fosse tifoso del City e si mise subito in contatto con la dirigenza di Maine Road. L'affare si chiuse per 100.000 sterline trasformate dal Legia in fotocopiatrici, tute, prodotti medicinali, palloni e dollari americani. Deyna a Manchester può dare sfogo alle sue grandi passioni; il calcio e l'alcol. Difficile adattarsi ai ritmi della Premier più semplice adattarsi ai ritmi del pub. Per uno abituato a pane e vodka la birra scende come tè. I tifosi del City impazziscono per lui. Il primo anno passa a guardare il pallone volargli sulla testa. E' fuori dalle dinamiche del rude calcio britannico, ma ogni volta che stoppa il pallone il pubblico impazzisce.


La sua storia, il suo personaggio e il suo talento sconsiderato fanno di lui un eroe Cult nell'immaginario dei Citizens. Un George Best con la scoria sovietica. Gli autori dei "Fuga per la vittoria" non possono fare a meno di chiamarlo nel cast. L'avventura Hollywoodiana sarà il preludio della sua prossima mossa. Nelle scene finali Deyna ormai ondeggia su una zolla di campo. Non si parla di calcio, ne di football ma di soccer. Veste la maglia dei San Diego Sockers. Guadagna e segna come un pazzo. Riesce a tirare a campare e a farsi ritirare la patente per guida in stato di ebrezza. Nel '84 la lega professionistica "outdoor" chiude e il calcio passo alla versione "indoor". Altri palcoscenici e altri ingaggi. Le finanze di Deyna sono ormai ridotte all'osso. L'alcol lo sta divorando. L'alcol lo trascinerà in fondo. Sulla Interstatale 15 nord sulla Mira Mesa Boulevard la Dodge Colt del '74 di Deyna si va a schiantare con un camion fermo sulla corsia di destra. In quello schianto moriva il calciatore polacco più forte del XX secolo. In una Dodge del '74, come l'anno del Mondiale in cui Pelé lo incoronò tra i più grandi di tutti. Come l'anno in cui il mondo scopriva il giocatore polacco più grande di tutti i tempi.

<p class="block block--p block--align-left">Era dai tempi di Lato e Boniek che un giocatore polacco non riusciva a segnare in due partite consecutive durante le grandi manifestazioni (Mondiale e Europeo). Per spezzare l'incantesimo, a distanza di quasi trent'anni, ci ha pensato Jakub Blaszczykowski. Due gol nell'Europeo del 2016 con l'approdo ai quarti di finale; massimo risultato per la nazionale polacca nella competizione continentale. Ogni gol per la mamma Angela che da lassù ha sempre vegliato sul figlio. Il padre di Jakub uccise la moglie a coltellate quando Jakub aveva solo 10 anni. Blaszczykowski passò cinque giorni a letto, paralizzato dallo schock. Il padre in carcere con una pena di 15 anni da scontare. Per lui la pena sarebbe stata eterna, perché il ricordo di quella scena non potrà più andare via dalla sua testa. </p> <br><p class="block block--p block--align-left">Kuba, spinto dallo zio e dalla forza della nonna che lo cresce, vorrebbe intraprendere la carriera di calciatore ma fatica a crescere. Con solo 155 cm. sarebbe ideale per montare a cavallo o su una moto, non per giocare a calcio. La pianta Blaszczykowski cresce, poco, ma cresce abbastanza per raggiungere una misura decente per non scomparire tra i compagni di squadra. Il resto è storia recente. Blaszczykowski diventa un punto fermo del Borussia Dortmund di Jurgen Klopp. Vince il titolo di giocatore polacco dell'anno nel '08 e nel '10. Un breve passaggio alla Fiorentina e gli ultimi anni di attività nel club che lo ha lanciato, il Wisla Cracovia. A oggi Kuba è il secondo calciatore polacco per numero di presenze in Nazionale: 108 partite e 21 gol. Ogni gol per mamma Anna. </p>
Jakub Blaszczykowski

Era dai tempi di Lato e Boniek che un giocatore polacco non riusciva a segnare in due partite consecutive durante le grandi manifestazioni (Mondiale e Europeo). Per spezzare l'incantesimo, a distanza di quasi trent'anni, ci ha pensato Jakub Blaszczykowski. Due gol nell'Europeo del 2016 con l'approdo ai quarti di finale; massimo risultato per la nazionale polacca nella competizione continentale. Ogni gol per la mamma Angela che da lassù ha sempre vegliato sul figlio. Il padre di Jakub uccise la moglie a coltellate quando Jakub aveva solo 10 anni. Blaszczykowski passò cinque giorni a letto, paralizzato dallo schock. Il padre in carcere con una pena di 15 anni da scontare. Per lui la pena sarebbe stata eterna, perché il ricordo di quella scena non potrà più andare via dalla sua testa.


Kuba, spinto dallo zio e dalla forza della nonna che lo cresce, vorrebbe intraprendere la carriera di calciatore ma fatica a crescere. Con solo 155 cm. sarebbe ideale per montare a cavallo o su una moto, non per giocare a calcio. La pianta Blaszczykowski cresce, poco, ma cresce abbastanza per raggiungere una misura decente per non scomparire tra i compagni di squadra. Il resto è storia recente. Blaszczykowski diventa un punto fermo del Borussia Dortmund di Jurgen Klopp. Vince il titolo di giocatore polacco dell'anno nel '08 e nel '10. Un breve passaggio alla Fiorentina e gli ultimi anni di attività nel club che lo ha lanciato, il Wisla Cracovia. A oggi Kuba è il secondo calciatore polacco per numero di presenze in Nazionale: 108 partite e 21 gol. Ogni gol per mamma Anna.

<p class="block block--p block--align-left">Non potevamo parlare della grande Polonia senza citare <strong class="inline inline--bold">Zbigniew Boniek</strong>. Il baffone di Bydgoszcz appare per la prima volta sul palcoscenico internazionale nel '78. Entra nel gruppo del '72 in punta dei piedi, tanto che inizialmente sarà costretto a fare la panchina oscurato dal talento di Lato e Dyena. Il talento di Boniek esplose nel '82. Nel mondiale spagnolo la Polonia arrivava alla fine del suo ciclo d'oro. Nessuno si aspettava che potessero ripetere l'exploit del '74. Boniek è cresciuto ed ora è lui a portare la fiaccola. La partita che lo consacra agli occhi del mondo e che fa felice la Juventus che lo ha appena acquistato dal Widzew Łódź, è quella contro il Belgio vicecampione del mondo. La sera del 28 giugno al Camp Nou va in scena il Boniek show. Il rosso baffuto con la maglia numero 20 mette in mostra tutto il suo repertorio; botta dalla distanza, colpo di testa e dribbling a saltare il portiere. Tripletta e pallone a casa. Boniek aveva appena cominciato a fare il <em class="inline inline--italic">bello di notte </em>secondo una nota definizione coniata dall'avvocato Agnelli ai tempi della Juventus. </p> <br><p class="block block--p block--align-left">Nella partita successiva contro l'Urss in un accesso d'ira Zibì si fece espellere a due minuti dalla fine. Il rosso gli costò la semifinale contro l'Italia. Al termine della competizione Zbigniew Boniek verrà inserito nel <em class="inline inline--italic">All Star Team</em> dell'edizione '82. In Italia Boniek vestirà la maglia della Juventus e della Roma vincendo un campionato, tre Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea, una Coppa dei Campioni. Eletto giocatore polacco dell'anno nel '82 e nel '87 verrà inserito nella FIFA 100 e nella Hall of Fame del Calcio italiano nella categoria <em class="inline inline--italic">Giocatore straniero</em>.</p>
Zbigniew Boniek

Non potevamo parlare della grande Polonia senza citare Zbigniew Boniek. Il baffone di Bydgoszcz appare per la prima volta sul palcoscenico internazionale nel '78. Entra nel gruppo del '72 in punta dei piedi, tanto che inizialmente sarà costretto a fare la panchina oscurato dal talento di Lato e Dyena. Il talento di Boniek esplose nel '82. Nel mondiale spagnolo la Polonia arrivava alla fine del suo ciclo d'oro. Nessuno si aspettava che potessero ripetere l'exploit del '74. Boniek è cresciuto ed ora è lui a portare la fiaccola. La partita che lo consacra agli occhi del mondo e che fa felice la Juventus che lo ha appena acquistato dal Widzew Łódź, è quella contro il Belgio vicecampione del mondo. La sera del 28 giugno al Camp Nou va in scena il Boniek show. Il rosso baffuto con la maglia numero 20 mette in mostra tutto il suo repertorio; botta dalla distanza, colpo di testa e dribbling a saltare il portiere. Tripletta e pallone a casa. Boniek aveva appena cominciato a fare il bello di notte secondo una nota definizione coniata dall'avvocato Agnelli ai tempi della Juventus.


Nella partita successiva contro l'Urss in un accesso d'ira Zibì si fece espellere a due minuti dalla fine. Il rosso gli costò la semifinale contro l'Italia. Al termine della competizione Zbigniew Boniek verrà inserito nel All Star Team dell'edizione '82. In Italia Boniek vestirà la maglia della Juventus e della Roma vincendo un campionato, tre Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea, una Coppa dei Campioni. Eletto giocatore polacco dell'anno nel '82 e nel '87 verrà inserito nella FIFA 100 e nella Hall of Fame del Calcio italiano nella categoria Giocatore straniero.

<p class="block block--p block--align-left"><strong class="inline inline--bold">«RL 9, la via verso la fama»</strong>. Il titolo della tesi del dottor Robert Lewandowski spiega molte cose. In primis l'utilizzo de monogramma. Le iniziali le utilizzavano gli uomini d'affari per evitare di confondere i capi d'abbigliamento da ritirare in lavanderia. Rivendicarne l'appartenenza e non confondersi con la camicia o la giacca di un altro. Robert rivendica la sua unicità, la sua firma da assissino seriale di aria di rigore. </p> <br><p class="block block--p block--align-left">Ora concentriamoci sulla seconda parte del titolo; "la via verso la fama". Una via costruita a suon di gol. Carrettate di gol. Negli ultimi quattro campionati ne ha segnati non meno di 40, considerando tutte le competizioni. Nei quattro anni precedenti non è mai sceso sotto quota 25. Prendendo gli ultimi due anni il dottor Lewandowski ha segnato con più frequenza di Messi e Cristiano Ronaldo. Robert è sulla strada giusta. Cambiano gli allenatori, cambiano la maglia ma Robert non cambia mai. Club o nazionale non fa testo. Con la maglia della Polonia ha il record di gol segnati (61), il record di reti nelle Qualificazioni agli Europei e quello di reti segnate nelle Qualificazioni ai Mondiali. Per la fama ora il dottor Robert ha la missione di trasformare i gol in vittorie. Dal 2014 è il capitano e il leader indiscusso della Nazionale del suo paese. Una Nazionale che ancora ascoltava i nostalgici dischi anni '70. Robert è il primo ad aver cambiato le note nelle case di tutti i polacchi. Con lui si comincia ad ascoltare musica contemporanea. Suonano i jingle del Mondiale, la Mazurka di Dąbrowski suona per la prima volta in Europeo. Robert è l'uomo del rinascimento del calcio polacco. Euro 2020 è l'occasione d'oro per la consacrazione finale e raggiungere quella fama tanto desiderata.</p>
Robert Lewandowski

«RL 9, la via verso la fama». Il titolo della tesi del dottor Robert Lewandowski spiega molte cose. In primis l'utilizzo de monogramma. Le iniziali le utilizzavano gli uomini d'affari per evitare di confondere i capi d'abbigliamento da ritirare in lavanderia. Rivendicarne l'appartenenza e non confondersi con la camicia o la giacca di un altro. Robert rivendica la sua unicità, la sua firma da assissino seriale di aria di rigore.


Ora concentriamoci sulla seconda parte del titolo; "la via verso la fama". Una via costruita a suon di gol. Carrettate di gol. Negli ultimi quattro campionati ne ha segnati non meno di 40, considerando tutte le competizioni. Nei quattro anni precedenti non è mai sceso sotto quota 25. Prendendo gli ultimi due anni il dottor Lewandowski ha segnato con più frequenza di Messi e Cristiano Ronaldo. Robert è sulla strada giusta. Cambiano gli allenatori, cambiano la maglia ma Robert non cambia mai. Club o nazionale non fa testo. Con la maglia della Polonia ha il record di gol segnati (61), il record di reti nelle Qualificazioni agli Europei e quello di reti segnate nelle Qualificazioni ai Mondiali. Per la fama ora il dottor Robert ha la missione di trasformare i gol in vittorie. Dal 2014 è il capitano e il leader indiscusso della Nazionale del suo paese. Una Nazionale che ancora ascoltava i nostalgici dischi anni '70. Robert è il primo ad aver cambiato le note nelle case di tutti i polacchi. Con lui si comincia ad ascoltare musica contemporanea. Suonano i jingle del Mondiale, la Mazurka di Dąbrowski suona per la prima volta in Europeo. Robert è l'uomo del rinascimento del calcio polacco. Euro 2020 è l'occasione d'oro per la consacrazione finale e raggiungere quella fama tanto desiderata.

Potrebbe interessarti anche...