Questa donna ha corso 40 maratone in 40 giorni

L’ultra-runner australiana Mina Guli, nella vita di tutti i giorni avvocato di 46 anni, ha un obiettivo: sollevare il tema dell’esagerato consumo di acqua nella società contemporanea. Per farlo ha deciso di compiere un’impresa sportiva di altissimo livello.

Cioè correre 40 maratone in 40 giorni, attraverso tutti i continenti.

Il suo percorso, che ha coperto un totale di 1687,8 km ripartiti appunto su 40 maratone, è stato seguito sempre sulle rive dei fiumi, il simbolo della sua campagna per un minor utilizzo di acqua nell’industria del consumo. La campagna fatta di corsa ha toccato sei continenti e sei fiumi: il Colorado, tra Stati Uniti e Messico; il Rio delle Amazzoni in Brasile, il Murray in Australia, il Yangtze in Cina, il Nilo in Egitto e il Tamigi, in Gran Bretagna.

Solo il 5% dell’acqua che utilizziamo è relativa ai veri bisogni di tutti i giorni. Il resto è la nostra impronta invisibile sul pianeta“, dice la Guli riguardo al suo sforzo. “Non corro semplicemente perché mi piace, ma corro soprattutto per far riflettere le persone a proposito dei problemi relativi al consumo d’acqua. La cosa che voglio è che il mondo abbia abbastanza acqua per tutti, e per sempre. E il mio messaggio vorrei che passasse alle prossime generazioni“. Le Nazioni Unite hanno calcolato che nel 2025 quasi due miliardi di persone vivranno in condizioni ambientali con scarsità idrica. Il modo per risolvere il problema è fare in modo che le nazioni a rischio siano in grado di consumare meno acqua di quanta ne viene rigenerata nel ciclo naturale.

Nel 2012 Mina Guli ha fondato “Thirst”, una fondazione caritatevole che ha come scopo l’educazione dei giovani verso un uso sostenibile delle risorse idriche. Nell’ambito delle maratone percorse, la Guli ha avuto il tempo di fermarsi – tra un viaggio e l’altro – per parlare con esponenti locali del settore dell’economia, del turismo e dell’agricoltura, esponendo la sua visione dei problemi relativi all’acqua.

Dal punto di vista prettamente sportivo, si tratta comunque di uno sforzo notevole. I suoi piedi hanno vissuto questa esperienza in modo traumatico. La forza di sopportazione del dolore è quella che l’ha portata avanti, ogni giorno. “Mi allacciavo le scarpe e partivo per arrivare in fondo. Molte giornate non sono state belle: il dolore e le lacrime si sono fatti sentire ma ho cercato di superarli per concludere il viaggio“. Il tempo limitato per il recupero si è fatto sentire sul suo corpo, indipendentemente dalla sua per altro ottima preparazione fisica. “Dopo qualche chilometro mi sentivo sempre come una vecchia nonnina. Quando mi svegliavo la mattina c’era molto dolore fisico, e mi chiedevo spesso ‘ma chi me l’ha fatto fare?’. Però allo stesso tempo non dovevo far vedere al mio team di supporto il mio stato psicofisico, altrimenti mi avrebbero convinta a desistere“.

Alla fine la ultra maratoneta si è concessa un premio: un meritatissimo gelato.

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