Asprilla: "I narcos mi chiesero il via libera per uccidere Chilavert"

Tino Asprilla shock: "Nel 1997 i narcotrafficanti volevano uccidere Chilavert che mi aveva colpito con un pugno. Dissi di no e li fermai".
Tino Asprilla shock: "Nel 1997 i narcotrafficanti volevano uccidere Chilavert che mi aveva colpito con un pugno. Dissi di no e li fermai".

Il calcio in Colombia è una cosa seria, forse troppo, a giudicare dai legami con la malavita organizzata che in passato fecero scalpore: basti pensare agli investimenti onerosi fatti da Pablo Escobar, il narcotrafficante più famoso della storia, che costruì stadi e sponsorizzò alcuni tra i club colombiani più famosi.

Ora un altro episodio che narra del collegamento tra calcio e criminalità: il 2 aprile 1997 si gioca Paraguay-Colombia, match valido per la qualificazione ai Mondiali 1998 e terminato sul 2-1 per i padroni di casa. In campo c'è tensione e a farne le spese è Tino Asprilla, all'epoca in forza al Newcastle, destinatario di uno sputo di José Luis Chilavert, portiere paraguaiano.

La reazione dell'attaccante non si fa attendere: colpo diretto verso la bocca e rosso per entrambi. Ma è negli spogliatoi che avviene il fattaccio: Chilavert colpisce Asprilla con un pugno in faccia e lì per lì sembra tutto finito. Ma non è così.

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Ad oltre venti anni di distanza, Asprilla ha parlato ai microfoni di 'Telepacífico' di quello scontro che poteva avere ripercussioni gravissime sulla vita del suo avversario.

"Subito dopo la fine della partita ricevo questa telefonata: 'Sono Julio Fierro, puoi venire al mio hotel?'. Vado lì con Aristizábal e trovo quell'uomo insieme ad altre dieci persone ubriache e accompagnate da donne paraguaiane. A quel punto ci hanno detto: 'Vogliamo l'autorizzazione per far sì che questi due uomini rimangano ad Asuncion per uccidere quel ciccione di Chilavert'".

Naturalmente Asprilla disse no a quella incredibile richiesta, salvando la vita a Chilavert dalla furia di uno degli uomini di Pablo Escobar.

"Ho risposto: 'Ma sei pazzo? Quel che accade in campo rimane in campo. Finisce lì'".

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