Carletto con l'11 e io col 2, bravo e fortunato, la signora con la bandiera

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Mauro Tassotti qual è il primo ricordo che ha di Carlo Ancelotti? «Un derby di Roma, anno 1980: lui col numero 11, io col 2. Ed era il tempo in cui il 5 marcava il 9 e l’11 stava sul 2. Per cui feci tutta la partita in marcatura su Carletto».

Anno 1987, lei è già un veterano del Milan in cui sbarca Sacchi. Arrivano Van Basten e Gullit, ma anche Ancelotti, forse il giocatore che Arrigo aveva chiesto più di tutti gli altri. «Lo leggevamo sui giornali, ma non sapevamo nulla. Sacchi non lo conoscevamo, avevamo giocato contro il suo Parma, ma non sapevamo come ci avrebbe messi in campo, cosa avrebbe voluto fare di ciascuno di noi».

Se pensa ad Ancelotti, quali sono i ricordi più forti: quelli in campo o quelli in panchina? «Gli anni in panchina, perché sono più vicini e perché il contatto era più stretto. La squadra è un grande gruppo, lo staff è un blocco nel gruppo. E poi ai tempi del nostro Milan, gli staff non era giganteschi come oggi. Eravamo 5/6 persone in tutto e dividevamo giornate intere insieme, in campo e in ritiro e in trasferta».

Certo che in campo, tra una vittoria e l’altra vi siete fatti mancare molto poco… Scelga una foto dei vs 5 anni insieme. «È scontata e sarà banale, ma lui che segna al Real Madrid, nell’89 a San Siro, e io che lo rincorro gridandogli dietro chissà che cosa… è l’immagine che ho visto cento volte in tv, perché quando si parla del grande Milan si rievoca quasi sempre quel 5-0 che ha fatto storia».

Un ricordo speciale e mai raccontato di quegli anni? «Io e Carlo andavamo sempre a sederci in fondo al pullman. Sacchi mentre andavano allo stadio voleva silenzio assoluto, massima concentrazione. In fondo, almeno si poteva ridere un po’. Ricordo una signora, un po’ anziana, che ci aspettava dal balcone di casa, all’inizio di viale Caprilli, appena si svolta da piazzale Lotto. Stava sempre sul balcone e con la bandiera in mano. Una volta rispondiamo al suo saluto e così la volta dopo e così per tutto il campionato: lei ci aspettava e noi caricavamo Carletto perché la incistasse, un vero spasso. Diventò quasi un rito. Non l’abbiamo mai conosciuta però…»

C’è di nuovo il Liverpool sulla strada di Ancelotti: la “bella” dopo Istanbul e Atene. «Tiferò per lui, lo penso favorito. Quest’anno gli sta andando tutto bene, sembra che ci sia una congiunzione astrale favorevole. Ha dei grandi giocatori, è un grande allenatore e in queste partite tutto gli è sempre girato bene. Speriamo che continui a vincere».

Istanbul 2005. Cosa successe nell’intervallo? «Sapevamo che la partita non era finita, con gl’inglesi non è mai finita. Nessuno rideva, nessuno si è distratto. Siamo tornati in campo e in 7 minuti è cambiato il mondo. Eppure abbiamo reagito, con Sheva abbiamo ancora avuto la palla per chiuderla. E poi i rigori… Il Milan giocò benissimo quella partita, la migliore di tutta la Champions, e perdemmo. Due anni dopo, ad Atene, disputammo una partita normale, alla pari con loro, e invece vincemmo. Il calcio è strano».

Nel 2009, Ancelotti lascia il Milan per il Chelsea. Lei non lo segue, dopo 7 anni da “secondo”. Perché? «Parlai col Chelsea, ma non c’erano le condizioni. Penso che Carlo dovette accettare di lavorare con un tecnico imposto dal club. Così rimasi al Milan, casa mia, dove stavo benissimo. Solo il preparatore Mauri andò con Carlo, nemmeno Wiliam Vecchi, che lavorava con lui già da Reggio Emilia».

Pentito di non averlo seguito? Anche la sua carriera avrebbe potuto avere una svolta verso l’alto. «No, per nulla. Sono contento di essere rimasto al Milan e di avere lavorato con altri allenatori. Con Max Allegri sono stato benissimo, è molto bravo. Non capisco chi lo critica».

L’ultimo è Cassano, che ha appena detto che al Milan la tattica la faceva lei, mezz’ora per volta, e non Allegri. «Non voglio entrare in queste storie social, non mi piacciono. Dico solo che Max è una bella persona, un ottimo allenatore e al Milan la tattica la faceva lui, non io».

Quando ha capito che Ancelotti sarebbe diventato un grande allenatore? «Subito, dall’inizio, già quando giocava e appena smise. Voleva diventare allenatore. Lui adorava Sacchi, pur essendo profondamente diverso la lui».

In che senso? «Arrigo è malato di calcio, fissato al limite della paranoia. Carlo non lo è mai stato, è sempre stato uno che amava divertirsi, ridere e mangiare. Non gliene mai fregato nulla di passare per guru come Sacchi o Mourinho o Guardiola. Lui se c’è da fare casino con i suoi calciatori, lo fa. E infatti i suoi calciatori lo adorano, amano farsi allenare da lui. Che di campionissimi ne allena da sempre».

Se non è un guru, che tipo è Ancelotti: 3 Champions già vinte e una per entrare nella leggenda? «È quello che vediamo tutti, uno proprio così, semplice, genuino, un uomo di campagna potrei dire, di quelli di una volta. Uno che ama ridere, che racconta barzellette e sa ridere di se stesso».

Il rischio più grande per il Real Madrid nella finale di Parigi? «Avere già vinto il campionato e avere più di 20 giorni per preparare quella partita. Sembra un paradosso, ma non lo è. Molto meglio stare sotto tensione come deve fare il Liverpool, che ha Premier e Coppa ancora in gioco. L’unico rischio sono gli infortuni, ma sul piano fisico e psicologico è molto meglio. Ricordo noi nel ’94, avevamo un mese per preparare la finale col Barcellona, e fu difficilissimo tenere l’interruttore acceso».

@GianniVisnadi

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