Conte: "Inter scelta difficile! Scudetto e addio? Non mi piace la comodità"

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Sono arrivate le prime anticipazioni sulla lunga intervista concessa da Antonio Conte, momentaneamente senza squadra dopo l'addio all'Inter, a Dazn e ai microfoni di Linea Diletta con Diletta Leotta.

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"Penso di essere una persona che non si accontenta delle situazioni “comode”. Penso di aver scelto la situazione più difficile. L’obiettivo quando ho firmato per l’Inter era un progetto triennale per riportare l’Inter ad avere ambizione, a tornare a giocare per obiettivi importanti. Il fatto di esserci riuscito al secondo anno è stata una grande cosa. Fare l’allenatore sicuramente non è semplice, soprattutto se lo vuoi fare a grandi livelli e se hai anche le capacità di farlo ad alti livelli. Perché comunque le pressioni, le aspettative, lo stress è veramente tanto. Devi essere bravo a convivere e gestire certe situazioni sapendo che ti ritrovi sempre solo" le parole di Antonio Conte riportate da Fcinternews.it.

La svolta che ha portato allo scudetto nerazzurro: "A livello di campionato il momento decisivo è stato quando abbiamo sorpassato il Milan. In quel momento devi reggere la pressione, perché da cacciatore diventi lepre. E devi capire che da quel momento in poi tutto dipende dal tuo risultato. Non dipendi da niente e da nessuno ma sai che vincendo metti pressione su tutti. Poteva esserci un po’ di ansia da primo posto in classifica. Invece noi abbiamo accelerato. E credo quello sia stato il momento decisivo perché da lì in poi, chi era dietro ha faticato perché vedeva che chi stava davanti continuava a vincere".

La festa nerazzurra per lo scudetto | Jonathan Moscrop/Getty Images
La festa nerazzurra per lo scudetto | Jonathan Moscrop/Getty Images

Sul suo concetto di vittoria: "Una cosa che mi riconoscono i calciatori è che è meglio una brutta verità che una bella bugia. Su una brutta verità costruisci, anche se al momento il calciatore o la persona che lavora con te ci può rimanere male. Ma alla fine apprezza perché una brutta verità porta a un ragionamento, una riflessione e poi ad un miglioramento. I ragazzi sono maturati. È inevitabile che sono all’inizio. Per tantissimi è la prima volta ad aver vinto qualcosa di importante in carriera. Però come dico sempre, quando inizi a vincere poi la vittoria ti deve entrare nel cervello. Dev’essere tua. E sai che per vincere a volte devi esasperare alcune situazioni. I ragazzi sono stati veramente bravi. Tutti loro stanno iniziando un percorso da vincenti. Non solo hanno vinto un campionato italiano, ma hanno vinto un campionato che per 9-10 anni aveva avuto solo una storia. E il fatto che abbiano realizzato questa impresa è un grande merito".

Sulla sua carriera: "Io ho avuto moltissimi infortuni durante la mia carriera. Ma mi hanno temprato molto, mi hanno dato la forza di reagire, di far si che l’evento negativo accumulasse cattiveria, ma una cattiveria di quelle giuste. Sono sempre pronto a superare le difficoltà. Da calciatore ero uno bravo. Da calciatore ho vinto tutto quello che si poteva vincere. Nella mia carriera, sia da calciatore che da allenatore, ho vinto tanto pero ho perso anche tanto. Quando perdi alcune partite, comunque dentro ti rimane una “cattiveria” che ti porta a non voler più rivivere quel momento e a fare di tutto per cercare di trasferire anche questo ai calciatori che a volte hanno difficoltà a capire da dove arriva questa “cattiveria”. Sicuramente deriva dalle cicatrici, che si sono rimarginate, ma diciamo che non ne vuoi altre, ecco. "Dove mi vedo tra 5 anni? Mi piacerebbe fare delle esperienze all’estero. Mi piacerebbe andare in America".

Giovanni Trapattoni e Antonio Conte | Claudio Villa/Getty Images
Giovanni Trapattoni e Antonio Conte | Claudio Villa/Getty Images

Sul rapporto con Trapattoni: "La prima cosa che posso dire è che non ci fosse stato lui difficilmente avrei avuto una carriera così lunga nella Juventus per 13 anni. Mi volle lui, avevo 21 anni ma giocavo nel Lecce. Ricordo che quando arrivai a Torino nel novembre del '91: ebbi una stagione tremenda. La prima volta che mi fece giocare titolare giocavamo a Montecarlo col Monaco in amichevole. Perdevamo 1-0, sbagliai un retropassaggio a Tacconi e mi ricordo ancora che quella partita mi ammazzò proprio dal punto di vista psicologico. Poi il giorno dopo stavo camminando e mi disse: 'Ma stai pensando ancora a quell'errore che hai fatto? Ma vai, cammina'. Mi prese a cuore sotto tutti i punti di vista. Mi teneva a fine allenamento 30' con Brio per migliorarmi con la tecnica. Ha vinto tutto e perdeva tempo con l'ultimo dei ragazzini.... Ma sono cose che ti danno forza e che ti fanno sentire importante. Se uno così carismatico e vincente si ferma con te vuol dire che ci crede e quindi non lo vuoi deludere. Per me è stato un papà".

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