Coronavirus, Alessandro Rimassa: "Smart working? E' solo home working forzoso"

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Smart working è una delle parole più battute in questa nuova ondata di pandemia ma se "questo dannato virus" ci ha di fatto imposto una spinta in avanti nel mondo del lavoro, "ci ha fatto compiere un balzo di 10 anni in avanti", quello che stiamo realizzando in questi mesi di emergenza sanitaria "al momento, non è vero 'smart working' ma un 'home working' forzoso. Ed è un'altra storia". E' l'esperto di innovazione Alessandro Rimassa, co-autore dello storico best seller 'Generazione 1000 euro' e fondatore di Changers, la scuola e community di crescita professionale, ad affrontare il tema interpellato dall'Adnkronos. "Lo smart working vero significa lavorare per obiettivi indipendentemente dall'orario e dal luogo in cui si svolge la propria occupazione: significa che non dobbiamo andare per forza in ufficio e in quelle precise ore, piuttosto dobbiamo centrare dei traguardi concordati con la nostra azienda".

Tutto ciò si traduce in "un cambio di passo sostanziale nel nostro modo di lavorare che mette in primo piano la capacità ed il merito delle persone". Rimassa, 45 anni e fondatore di Talent Garden Innovation School, la scuola dell'innovazione e del digitale di Talent Garden, porta l'esempio dell'Istituto Italiano di Tecnologia, il centro di ricerca di Genova dove nascono robot coscienti. "Durante il lockdown, l'Iit ha impostato lo smart working ed ha fatto sì che le persone avessero solo una fascia di garanzia di 3-4 ore concordata - ad esempio dalle 14 alle 17 lavoravano tutti - così da consentire i contatti fra colleghi, poi le ulteriori ore, fino a raggiungere il tetto delle 8 ore contrattuali, ognuno sceglieva come organizzarsi il lavoro per centrare, in piena libertà, gli obiettivi predefiniti".

Questa modalità lavorativa, potrebbe coinvolgere "potenzialmente oltre 8 milioni di persone che potranno trovarsi in smart working in questi mesi" osserva ancora l'esperto di innovazione ritornando sui dati dell'ultimo Rapporto annuale dell'Istat che declina come "la stima dell’ampiezza potenziale del lavoro da remoto, basata sulle caratteristiche delle professioni, porta a contare 8,2 milioni di occupati (il 35,7%) con professioni che lo consentirebbero". Insomma una bella platea di italiani a cui la modalità smart working potrebbe consentire di lavorare "costruendo un vero e proprio bilanciamento della propria vita privata e lavorativa" indica l'esperto di innovazione.

"Questa è la sfida che abbiamo davanti. Avverrà nei prossimi 5-6 mesi? Non credo perché saremo ancora nell'emergenza sanitaria ma nel 2022 dovremo prepararci" a questo "cambio di passo" e fin da ora, avverte, "progettare un nuovo patto del lavoro - basato sulla trasparenza e la fiducia- fra aziende, lavoratori e sindacati". Un patto, taglia corto Alessandro Rimassa che "ci dovrà fare eliminare dal nostro gergo lavorativo il concetto di 'comanda e controlla', così diffuso nelle aziende del nostro Paese", e puntare invece "a 4 nuove parole d'ordine: trasparenza, fiducia, collaborazione e flessibilità, non solo nei contratti ma soprattutto nelle nostre menti".

(di Andreana d'Aquino)