Coronavirus, 'gli italiani muoiono perché sono vecchi'. Follia Bolsonaro, in Brasile si rischia la catastrofe

Yuri Micheli, corrispondente dal Brasile
Calciomercato.com

Nel Brasile c’è tanta Italia, sia per il grande flusso di emigranti italiani a cavallo tra il XIX e il XX secolo, sia per alcune similitudini nei comportamenti e nei costumi dei nostri popoli. Fra queste somiglianze in molti si divertono ad associare le città italiane con quelle brasiliane: San Paolo è come Milano, entrambi capitali economiche dei rispettivi Paesi, Rio de Janeiro è Napoli, Brasilia è Roma, Belo Horizonte è Torino, Salvador è Palermo, e via discorrendo. Ma in questi giorni di emergenza da Covid-19 le similitudini fra Lombardia e San Paolo sono ancora più tragicamente reali. Il bilancio di 40 morti (dato aggiornato al 24 marzo) solo in città, (e che corrispondono al 90% dei decessi registrati nel Paese), fanno di questa metropoli l’epicentro del contagio così come lo è stata la Lombardia.

Qui, nel centro di San Paolo, dove abito da ormai molti anni, si vive quotidianamente il ritmo frenetico della metropoli con i suoi 11 milioni di abitanti. Una città che si sveglia alle 5 del mattino e rallenta solo dopo la mezzanotte. Ma da una settimana tutto è cambiato. Il rumore ha lasciato spazio a un silenzio sconosciuto e che ci carica di ansia. Fino a 10 giorni fa abbiamo guardato a quello che succedeva in Italia con una certa distanza, un po’come gli italiani hanno fatto verso la Cina. Nonostante gli appelli di alcuni biologi e professori universitari, ha prevalso il fatto che la cosa non ci riguardava, che qui il caldo avrebbe “ammazzato” questo virus e quindi tutto non sarebbe passato di un raffreddore.Invece le cose sono andate esattamente come in Italia: il primo decesso, i contagi a grappoli, i primi ricoveri in terapia intensiva, e adesso tanti, tantissimi positivi ai test. Ma differentemente da quanto succede in Italia, il governo centrale continua imperterrito a minimizzare il fenomeno, con la paura per i riflessi negativi sulla già poco solida economia del Paese. Sono stati i governatori delle regioni più popolose e importanti (San Paulo e Rio De Janeiro) a farsi carico delle prime misure restrittive: prima chiusura delle scuole, poi del commercio non essenziale ora di tutto il commercio, con eccezione di supermercati e farmacie.

Ma il fatto che adesso preoccupa i brasiliani è che da questa decisione autonoma dei governatori ha avuto origine una guerra politica con il presidente Bolsonaro che non concorda con i provvedimenti restrittivi, cosa che ha lasciato molto chiara ieri, 24 marzo, in un messaggio alla nazione a reti unificate, in cui ha chiesto esplicitamente di riaprire le scuole e il commercio perché: "Questo virus attacca in maniera severa solo gli anziani, e sono loro che dobbiamo proteggere. Se l’economia si ferma le conseguenze saranno peggiori per tutti” e continua in tono duro: “Io sono un ex atleta e se dovessi prendere il virus non avrei altro che un insignificante raffreddore. In Italia muoiono solo anziani perché l’Italia è un paese di vecchi e non si può fare il paragone con il Brasile".

Un messaggio che, indipendentemente dagli orientamenti politici, ha lasciato tutta la nazione a bocca aperta perché mette in discussione tutto ciò che sappiamo essere necessario per combattere il virus e che stravolge le priorità di azione per contrastare l’epidemia Il Brasile ha gravissimi problemi sociali, con intere famiglie che dipendono da lavori informali, con milioni di piccoli microimprenditori di sé stessi che avranno grosse difficoltà per poter portare cibo sulle tavole delle loro case.  Ma il governo, visto il messaggio del presidente, non sembra intenzionato a sbloccare aiuti sostanziali per le persone che si trovano in questa situazione precaria e la paura di una rivolta sociale si diffonde sempre di più.  Il distanziamento sociale, misura efficace per combattere il contagio, è un fatto impraticabile nelle numerosissime favelas dove famiglie intere vivono in pochi metri quadrati, in alcuni casi senza acqua corrente. 

I cittadini di buon senso esigono che il governo stanzi un reddito minimo provvisorio per coloro che hanno perso il loro lavoro sia formale che informale e che aiuti a diminuire il contagio facendo in modo che le persone stiano il più possibile in casa, fornendo loro anche beni per l’igiene di primissima necessità. L’isolamento è triste e duro in qualsiasi parte del mondo, ma qui, nel regno del Calcio e della Samba, del sole, dell’allegria e del “contagio umano” inteso come grande empatia fra le persone, la sofferenza si comincia a sentire anche nell’anima. La tristezza, il pessimismo e il catastrofismo non si addicono al Brasile, ma in molti sono convinti che con la solidarietà e la prevenzione torneremo presto a sorridere, a riunirci intorno a una “roda de samba”, a correre nei parchi e ad andare allo stadio, per continuare ad alimentare i sogni di un popolo abituato a vivere con la luce, anche se in questo momento si stenta a vederla apparire in fondo al tunnel.

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