Da Pellegrini a Rossi, cosa succede quando un campione si ritira?

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Sergio Picarelli, President LHH Talent Solutions (Photo: Sergio Picarelli, President LHH Talent Solutions)
Sergio Picarelli, President LHH Talent Solutions (Photo: Sergio Picarelli, President LHH Talent Solutions)

Durante l’estate ha fatto notizia il ritiro dalle corse di Valentino Rossi, riportando alla ribalta non solo l’argomento della fine dell’attività agonistica di un atleta, ma anche il what’s next di personaggi abituati agli onori del podio e a ingaggi stratosferici. Il ritiro può rappresentare per un atleta un momento critico, sia dal punto di vista psicologico e motivazionale che da quello economico. Il caso di Valentino Rossi è quello, in realtà, di un successo commerciale risultato di un processo iniziato molti anni fa, con una carriera imprenditoriale che oggi lo vede a capo di una holding che conta decine e decine di dipendenti. The Doctor è quindi un esempio di come un talento sportivo sia riuscito a usare altri talenti per crearsi un futuro diventando manager di successo.

I Valentino Rossi, però, sono pochissimi, anche tra gli sportivi più noti. Sono di poche settimane fa le dichiarazioni di Aldo Montano, che dopo cinque olimpiadi e altrettante medaglie, sceso dal podio di Tokio, si è detto intimorito dal proprio futuro. ”Sai che da oggi in poi cambierà completamente la tua vita, l’adrenalina che ti può dare lo sport sarà diversa, è un salto nel buio. Un salto nel vuoto che fa anche paura, perché negli ultimi 25 anni ho fatto questo ed è tosto pensare a quello che sarà domani”.

Ne abbiamo parlato con un esperto del settore: Sergio Picarelli, President LHH Talent Solutions, global business unit, leader mondiale appartenente al Gruppo Adecco che offre soluzioni in ambito HR dall’advisory al placement. Picarelli è il manager che, con Gianni Petrucci, presidente del CONI per quattro mandati consecutivi, creò il Programma Master 2000. Il progetto messo a punto dal CONI e dalla Fondazione Adecco per le Pari Opportunità nacque con la finalità di ricollocare nel mondo del lavoro gli atleti a fine carriera e, nei suoi primi due anni di attività, raggiunse l’obiettivo con ben 244 atleti di alto livello.

Oggi questo è un tema che molte istituzioni sportive stanno sviluppando autonomamente e che gli atleti desiderano trattare e gestire in modo sempre più strutturato. ”Per questo abbiamo lanciato il progetto LHH Sports Solutions – dichiara Picarelli – che è l’eredità di quell’importante lavoro partito a livello locale con i comitati olimpici nazionali ed è stato preso ad esempio poi da alcune federazioni internazionali. Le competenze che trasmettiamo a un atleta possono essere di tipo imprenditoriale: si insegna a capire come preparare un business plan, a parlare con degli investitori, a valutare un mercato dove eventualmente investire. A livello corporate lo si accompagna verso una specializzazione manageriale, riconoscendo ruoli e percorsi nell’organizzazione sportiva dove l’atleta è cresciuto e si è sviluppato”.

Picarelli considera Montano un ottimo esempio da questo punto di vista. “Il commento immediatamente dopo la vittoria dell’ultima medaglia olimpica è un manifesto chiaro della situazione che un atleta affronta nel momento in cui percepisce che la propria carriera sportiva sta volgendo al termine. Clamoroso per longevità, mi ha colpito perché il suo messaggio è molto genuino e rappresenta le difficoltà incontrate anche da atleti meno famosi, meno medagliati e meno visibili, che sono la maggioranza e vivono certi momenti senza avere quella risonanza mediatica che, a volte, conforta”.

Unindagine condotta da Sport Illustrator e ripresa da molti media attesta che l’80% dei giocatori della Football League incappa in una crisi finanziaria entro pochissimi mesi dall’abbandono dell’ impegno agonistico. Il dato desta stupore, ma per Picarelli il caso del football americano non è facilmente applicabile al contesto italiano. “Ci sono giocatori milionari, ma anche giocatori che guadagnano un ottimo stipendio che tuttavia non consente loro di sopravvivere di rendita. È come il ciclismo, dove ci sono poche star, mentre la maggioranza degli atleti percepisce buoni stipendi, ma non tali da poter vivere di rendita fino alla fine della carriera”.

È solo questione di tempo, dunque, perché arriva sempre un momento in cui l’atleta deve pensare allo scenario del fine carriera.

Il nodo critico è legato agli investimenti dei guadagni che, in generale, fanno gli atleti durante la loro carriera sportiva. Dati come quello che emerge da Sport Illustrated lasciano intuire una scarsa preparazione degli sportivi e del loro entourage.

“Valutare gli investimenti è uno degli aspetti su cui ci concentriamo con LHH Sports Solutions, anche attraverso corsi specifici. Imprenditori non ci si inventa, tanto più quando il prodotto, in un certo senso, sei tu. Ci sono diversi modi per raccogliere e accantonare fondi. In tanti investono denaro, senza però avere chiara la reale finalità dell’investimento, perché mal consigliati o disinformati”.

Poter contare su strumenti e figure specializzate è dunque un valore sempre più importante non solo per l’atleta stesso, ma anche per le istituzioni che lo circondano.

Per questo, atleti che hanno competenze tecniche notevoli e che agiscono in un contesto che conoscono molto bene devono sviluppare anche soft skills che probabilmente durante l’attività agonistica mancavano o erano poco evidenti.

“Un caso classico è quello della comunicazione – puntualizza Picarelli – ad esempio quando un atleta passa a essere un allenatore. Gestire la propria leadership all’interno di uno spogliatoio come atleta di uno sport di squadra è completamente diverso dal gestire la propria leadership come allenatore o come team manager. Sono tutti ruoli all’interno dello stesso contesto sportivo che l’atleta ha vissuto, ma che pretendono un tipo di capacità differente. Alle volte si fallisce nel compito affidato non per carenza di competenze tecniche, ma proprio per mancanza di soft skills. Ci sono tanti atleti che per loro scelta personale hanno studiato, possiedono differenti capacità e vogliono valorizzarle magari anche all’interno dell’ambito sportivo. L’approccio di LHH Sports Solutions spazia da un concetto di advisor, quindi di pura consulenza, a un concetto di valutazione che passa attraverso l’analisi dei dati, quindi tutta la parte di diagnostica. Quest’ultima permette di realizzare un assessment, costruito su un modello che misura le caratteristiche predittive di successo organizzativo/professionale dell’atleta e le confronta con le richieste del mercato del lavoro per poi definire le eventuali necessità di upskilling e reskilling per riempire il gap tra quello che l’atleta offre e quello che il mercato chiede. Questo processo avviene grazie a una metodologia e piattaforma proprietaria LHH che guida l’atleta nel suo percorso formativo molto strutturato in termini di obiettivi da raggiungere”.

Il “quando” pensare al proprio The day after è un aspetto molto personale che coinvolge fattori culturali di background formativo delle persone. ”È difficile identificare il momento giusto – precisa Picarelli - perché il momento giusto in un ambito sportivo e all’interno di una carriera agonistica dipende da più variabili, basta che si modifichi leggermente lo scenario per stravolgere completamente il piano dell’atleta. È sufficiente un infortunio, ad esempio, per accelerare certi tipi di scelte o di decisioni. È importante che le federazioni aiutino gli atleti a non perdere contatto con il mondo reale che li circonda, che alle volte invece viene quasi percepito come una fonte di distrazione perché l’obbiettivo dell’atleta dovrebbe essere solo performare. C’è qualcuno che vive in una bolla, come se questa bolla non avesse una scadenza, e poi si scopre impreparato ad affrontare una situazione che invece è la normalità”.

Per Picarelli siamo in presenza di una scollatura tra il campo di gara e tutto quello che c’è fuori. ”È assurdo che una persona che subisce pressioni notevoli per vincere le Olimpiadi faccia anni e anni di prove e gare per poi cadere nel panico davanti a qualcosa che non conosce. Se trova qualcuno che lo aiuta a comprendere che deve prepararsi al futuro, l’attitudine dell’atleta è fantastica. Un’atleta che pratica un livello agonistico a 15-16 anni impara delle regole di comportamento, all’interno del team, che una persona che si laurea e non ha mai fatto un’esperienza analoga in genere vivrà solo in azienda, almeno dieci anni più tardi”.

Il tipo di sport e le attitudini personali sono variabili di cui tenere conto. “Ci sono atleti che sono al top della loro carriera, al top del loro ingaggio a livello economico, al top della loro fama e della loro attività di influencer, eppure cercano di imparare, chiedono, vogliono capire meglio. Per contro, ci sono atleti che magari pensano di essere al top, ma non credono che sia opportuno migliorarsi e vedere che cosa succede al di fuori del loro campo. Dipende molto dal contesto, dal background, ma anche dallo sport stesso. Chi fa atletica e vince una medaglia d’oro molto probabilmente cambia anche il proprio posizionamento. Chi arriva quarto, dopo l’Olimpiade ha una visibilità molto inferiore, sponsor minori e tutto ciò che questi elementi comportano”.

Comunicare e comprendere sono attitudini chiave. Qualcuno le ha innate, qualcuno no. Spesso, il vuoto che l’atleta deve prima o poi colmare è proprio legato alla capacità di diventare un comunicatore e valutatore oltre che un buon tecnico. Per trasmettere il proprio know-how, i professori nelle università o i manager in azienda investono molto tempo. Apprendimento, formazione, coaching diventano per un campione olimpico importanti come la fisioterapia. Anche qui, la tecnica deve migliorare l’approccio per lavorare su materiali e attitudini di base che sono poi il punto di partenza su cui investire.

Le federazioni possono compensare o supportare l’atleta negli sport di squadra. “Qualcuno si sta muovendo in maniera strutturata indipendentemente da LHH, però non è un approccio frequente, si è più legati al momento o alla condizione particolare. Quello che noi stiamo cercando di implementare è un approccio comune. L’atleta è una risorsa per il mercato del lavoro ed è una risorsa per l’imprenditorialità, ma bisogna formarlo. Non è scontato che chi sia stato un grande giocatore diventi poi un grande allenatore. Il ruolo cambia e, alle volte, l’allenatore ex-giocatore si mette in competizione con il giocatore. Noi proponiamo corsi tecnici mirati sulla comunicazione, per il marketing o per il basic financing, per esempio”.

Conclude Picarelli: “non è automatico che chi esce con il massimo dei voti da una top University diventi CEO di un’azienda. Molto probabilmente, il soggetto ha attitudini che possono eventualmente aiutarlo, ma poi deve investire sul proprio talento, sulle competenze, sulle esperienze professionali”. Nell’università della vita, lo sport è un ottimo campus formativo. Che cosa esce da quel campus dipende tutto da quanto ci si è impegnati a superare i limiti e guardare oltre i due traguardi, quello dentro lo stadio e quello fuori.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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