Diario di viaggio degli Europei: lacrime e libertà

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Cos'è il diario di viaggio degli Europei? 90min è un portale che parla ai tifosi, da tifosi. E quale miglior modo di parlare da tifoso, se non raccontare ogni partita dal punto di vista di un tifoso e dei suoi compagni di viag... aspetta. No. Questa volta non è come le altre volte. Niente più parrucche, niente quiz, niente frasi simbolo, niente partita, niente reazione da divano. Non ci riesco. Questa volta solo un pensiero. È un(a) finale che merita una pagina di diario diversa.

Quando è stata l'ultima volta che avete pianto per una partita? Ricordo ancora la mia ultima (e, fino ad oggi, unica) volta: era il 13 novembre 2017, l'Italia aveva pareggiato 0-0 con la Svezia, rimanendo esclusa dalla fase finale dei Mondiali di Russia 2018. In particolare, mi emozionai alle parole di tutti i giocatori, in lacrime. Giocatori che avevano dato tutto, non solo per quella maglia, ma anche per loro stessi, per i loro obiettivi, che perseguono con lavoro e sacrificio costante per anni. E per tutti i tifosi che sentivano urlare a squarciagola, anche quelli da casa. Giocatori che avevano dato tutto, e non avevano ottenuto niente.

Le lacrime di tristezza non differiscono poi tanto dalle lacrime di gioia. Entrambe hanno delle radici profonde nel dolore, e ne raccontano la storia. Le lacrime del 2017 furono lacrime che raccontavano un disastro, ma un disastro annunciato. La Nazionale di Ventura non ci aveva mai davvero creduto, anzi, le era stato impedito, e l'ex-tecnico del Torino è sempre apparso un pesce fuor d'acqua, che si dimena, schizza dappertutto e morde anche. Ma questa storia già la conosciamo. Forse non conosciamo, almeno non completamente, le storie personali di quei giocatori e delle loro lacrime. Spesso ci dimentichiamo, tanto siamo ingozzati con questo sport dalla mattina alla sera, che in campo ci vanno delle persone come noi: sogni, ambizioni, agonismo, rabbia, tristezza. Le lacrime portano con sé una storia, ma sono anche specchio di un'umanità che ritroviamo, in quel momento, nel grande campione, nella leggenda vivente. E poi ci ricordiamo di essere umani anche noi, e le lacrime rigano anche il nostro, di volto. Ci convinciamo che sia per la squadra, per la Nazionale, per l'Italia, ma no. È per loro, è per chiunque vesta quella maglia, che noi piangiamo. È perché, anche inconsapevolmente, leggiamo i loro occhi e non ci vediamo più l'attaccante, il portiere, i 14 gol, i 27 assist, ma vediamo una storia, una storia di persone che sembrano così lontane da noi, e che adesso piangono e singhiozzano.

Un abbraccio speciale | Facundo Arrizabalaga - Pool/Getty Images
Un abbraccio speciale | Facundo Arrizabalaga - Pool/Getty Images

Anche le lacrime di gioia partono dal dolore. E, incredibilmente, partono anche loro dallo stesso dolore che ci fece piangere 3 anni e mezzo fa. La loro storia è più tragica però. Perché queste lacrime sono lacrime che nel loro tragitto hanno raccolto anche il dolore di un popolo che ha vissuto un anno e mezzo d'inferno (come tutti gli altri, sia chiaro), tra lockdown, ambulanze e paura. Che ha vissuto senza poter esprimere le sue passioni, come andare allo stadio, per giocarci o per tifare, per tanto tempo. Abbiamo camminato su un terreno duro, impervio, ma le lacrime di gioia servono proprio a questo: non ti fanno camminare sull'erbetta, ma, per un po' di tempo, ammorbidiscono il terreno, ti permettono di camminare più veloce.

Quando è stata l'ultima volta che avete pianto perché eravate, per qualche secondo, minuto, ora, liberi? Io ieri. Ma non subito dopo i calci di rigore, e neanche durante i festeggiamenti in piazza. Non era il momento giusto per piangere. Bisognava urlare, cantare, giocare a calcio con un pezzo di ghiaccio per strada perché nessuno aveva un pallone, saltare, correre, sudare quella maglia di Jorginho che verrà appesa all'ingresso di casa, e poi abbracciarsi con gli amici con cui si è vissuto quest'avventura. In quel momento eravamo di nuovo tutti liberi dalle nostre preoccupazioni, dalle nostre ansie, e non c'era tempo per accorgersene. La mia personalissima lacrima l'ho versata quando tornavo a casa, solo, nel cuore della notte. Ogni tanto, per le strade di Ferrara, passava una macchina che suonava il clacson, come se non si volesse ancora arrendere alla fine della festa, più spesso una bicicletta tentava, con il campanello, di imitare la sorella maggiore. Mentre mi avvicinavo a casa, sapevo di aver appena vissuto quello che sarà un ricordo indelebile della mia vita. So che un giorno, quando vorrò sentirmi un po' più tranquillo, andrò su YouTube a cercare video su questi Europei, e magari un'altra lacrima scapperà, anche se non posso ancora conoscere la sua storia.

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José Saramago, in Cecità, diceva che il pianto è una salvezza, che moriremmo, in alcuni casi, se non piangessimo. Perché le lacrime sono legate a doppio filo con la libertà. Con il desiderio di averla, o con il suo raggiungimento, anche se temporaneo, anche se con un mezzo futile come una partita di calcio. Questa coppa non eliminerà certo nessun problema di questo stato, non alleggerirà la disoccupazione giovanile, né sconfiggerà il razzismo, e non proteggerà neanche i lavoratori. Ogni appassionato di questo sport, ogni tifoso italiano, e anche tutti quelli che tifosi lo sono stati o si sono riscoperti solo in questo mese, però, è stato libero dai suoi pensieri, almeno per una notte. Sono state quelle lacrime, che ci hanno salvato, almeno per una notte. Quindi grazie a Mancini, grazie a tutti i suoi collaboratori e grazie a tutta la squadra, per aver trasformato tutte le nostre lacrime di dolore in lacrime di gioia, almeno per una notte. Campioni d'Europa!

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