Elezioni americane e paranoia

Di Mario Aloi
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Photo credit: Mark Makela - Getty Images
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From Esquire

Secondo il giornalista americano George Packer, nel 2012 Peter Thiel – venture capitalist, co-fondatore di PayPal, e rara espressione della destra libertaria all’interno della Silicon Valley – suggerì a Mitt Romney, allora candidato alla presidenza per il Partito Repubblicano, di usare toni cupi per la sua campagna elettorale. “Penso che sarà il candidato più pessimista a vincere,” gli disse. “Perché a suonare ottimisti sembra che uno abbia perso contatto con il paese.”

La profezia di Thiel non si avverò quell’anno, anche perché Romney non raccolse il suggerimento. Ma quattro anni dopo si rivelò più azzeccata che mai. Per la sua scalata alla presidenza Donald Trump mise su un baraccone paranoico davvero peculiare, fatto di stupratori che arrivano dal Messico, disoccupazione al 42%, criminalità a livelli record, e finalmente la soluzione all’assassinio Kennedy: ad aiutare Lee Harvey Oswald fu Rafael Cruz, padre del senatore Ted Cruz.

Una volta vinto trascinò il suo circo dritto fino alla cerimonia d’inaugurazione, durante la quale pronunciò un discorso così tetro e disperato da indurre George W. Bush, tra il pubblico, a definirlo some weird shit (letteralmente, una strana merda). E ovviamente poi non l’ha mica piantata lì: quei toni se li è portati dietro fino a oggi, che siamo agli sgoccioli del suo primo mandato e ben dentro a una nuova campagna elettorale.

Photo credit: Drew Angerer - Getty Images
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La paranoia come chiave del discorso politico americano però non l’ha certo inventata Donald Trump. A guardar bene c’è sempre stata. Già nel 1964 lo storico Richard Hofstadter ne scriveva sulle colonne di Harper’s, in un saggio destinato a fare scuola che s’intitolava proprio The Paranoid Style of American Politics (Lo Stile Paranoico della Politica Americana). Un saggio che viene ancora benissimo per leggere le dinamiche di consenso ai giorni nostri.

Ci sono due passaggi in particolare che mi sembrano parecchio attuali. Il primo dice così: “C’è una differenza fondamentale tra il paranoico in politica e il paranoico clinico: sebbene entrambi tendano a essere sovreccitati, troppo sospettosi, eccessivamente aggressivi, pomposi e apocalittici nei toni, il paranoico clinico vede il mondo ostile e cospiratorio in cui sente di vivere come organizzato contro di lui personalmente, mentre invece per il portavoce dello stile paranoico in politica la cospirazione si sviluppa a danno di una nazione, una cultura, uno stile di vita la cui sorte interessa non solo lui, ma milioni di altre persone.”

Difficile trovare parole più precise per descrivere la campagna elettorale di questi giorni, durante la quale i due partiti, estremizzando un andazzo che va avanti ormai da qualche tempo, ci parlano dell’avversario non più semplicemente come concorrente ideologico, ma come minaccia esistenziale – per la nazione, per lo stile di vita americano, per la democrazia stessa.

Photo credit: Mark Makela - Getty Images
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E nonostante lungo la storia contemporanea si sia tentati di ascrivere lo stile paranoico più alle destre (Hofstadter sicuramente lo fa), oggi negli Stati Uniti nessun partito ne è al riparo ed entrambi abbracciano questo tipo di retorica con entusiasmo. La paranoia è diventata bipartisan.

Barack Obama, per esempio, è stato chiarissimo durante la convention, quando ha detto che “le nostre istituzioni sono in pericolo come mai prima d’ora”. E lo stesso vale per Biden, che ci ripete continuamente come questa elezione sia in effetti una battaglia per l’anima della nazione. Ovviamente anche Trump non si tira indietro, e passa le sue giornate a raccontarci come il candidato democratico sia ostaggio dell’estrema sinistra, rimandando peraltro a un’altra grande era di paranoia all’americana – quella del senatore McCarthy e della red scare. Per farsi un’idea rapida e chiara basterà comunque dare un’occhiata alle tonalità – musicali e cromatiche – degli spot televisivi e non di entrambe le parti (come per esempio questo, o questo, o ancora questo).

Ma perché la suddetta tendenza, che ripeto non è certo una novità, proprio oggi sembra accentuarsi, tanto da diventare quasi l’unica cifra del discorso politico? Beh, io un’idea ce l’avrei (ovviamente una pandemia aiuta, ma cerchiamo di andare un po’ più in profondità).

Qualche settimana fa, il professor Arnaldo Testi ha pubblicato un interessante post sul suo blog. Testi usa la divisione in ere presidenziali di Stephen Skowronek, politologo presso l’Università di Yale, per leggere la congiuntura attuale. All’interno di questo schema ci sono presidenti che inaugurano e definiscono la loro epoca, come per esempio Franklin Delano Roosevelt per la cosiddetta era del New Deal (1932-80) e Ronald Reagan per quella successiva, che di fatto è ancora in corso (1980-?). Seguono poi leader che sviluppano i principi egemoni (Truman e Lyndon Johnson per FDR, i due Bush per Reagan) e altri che invece vi si oppongono da forza minoritaria (Nixon, Clinton e Obama).

Photo credit: Drew Angerer - Getty Images
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Quando il ciclo è in esaurimento, infine, arrivano i presidenti disgiuntivi, quelli che chiudono la propria era. Testi li descrive così: “Sono prodotti anomali del vecchio regime traballante, ne percepiscono le debolezze, magari cercano di salvarlo ma non ci sono le risorse per farlo, si muovono confusamente in varie direzioni, presiedono al suo sfacelo. Suscitano irritazione nel loro stesso partito, restringono il loro consenso al solo zoccolo duro, e durano un unico mandato: aprono la strada a cambiamenti di regime che avvengono contro di loro. Nel Novecento sono stati tali Herbert Hoover, travolto da FDR e dal New Deal, e Jimmy Carter travolto da Reagan.” Vi ricorda qualcuno?

Lo schema ovviamente non è pensato a partire dalle caratteristiche individuali, né tantomeno caratteriali, dei singoli presidenti. Il punto è la congiuntura nella quale hanno dovuto e potuto muoversi, le premesse sociali e strutturali che hanno generato ogni specifica amministrazione, e il margine d’azione che la storia gli ha concesso.

In questo senso Donald Trump sembra poter rappresentare l’ultimo atto del regime corrente. E questo ci riporta direttamente a Hofstadter e al secondo brano del suo saggio che mi sembra utile richiamare oggi. Leggiamolo tenendo presente che fu scritto negli anni ’60, in piena era New Deal: “Il moderno esponente della destra, per usare le parole di Daniel Bell, si sente espropriato di tutto: l’America gli è stata in buona parte portata via, e adesso è determinato a riprenderne il controllo, nel tentativo di prevenire l’atto di sovversione finale e definitivo.” Nell’originale inglese la parola chiave di questo passaggio è senza dubbio dispossessed, espropriato di tutto.

Photo credit: JIM WATSON - Getty Images
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È così che devono sentirsi oggi i politici repubblicani e il loro elettorato, davanti a un paese che demograficamente e culturalmente cambia faccia e gli sfugge progressivamente dalle mani. Certo, allora si parlava di qualcuno nel bel mezzo di un’epoca ostile, oggi invece di qualcun altro che sente di perdere il controllo del discorso politico* dopo tanto tempo, ma la sostanza non cambia. Che lo stile paranoico si faccia più marcato in un momento del genere è assolutamente comprensibile.

In questa fase di crisi organica però, come detto, nemmeno i Democratici sembrano cavarsela meglio. Pure loro hanno diversi motivi di preoccupazione. Innanzi tutto Trump non è ancora sconfitto. E poi, nel caso, anche i principi che regoleranno la nuova era rimangono tutti da definire.

Vero, la rinnovata conformazione del paese sembra in qualche modo favorirli, grazie al crescente peso delle minoranze, alla conseguente contrazione della percentuale di bianchi e al livello d’istruzione sempre più alto. Ma allo stesso tempo il sistema americano non è necessariamente costruito per riconoscere le maggioranze assolute: il collegio elettorale premia i candidati stato per stato; il meccanismo di selezione dei senatori mette sullo stesso piano stati enormi e popolosissimi con altri minuscoli o disabitati; e poi c’è la Corte Suprema, che proprio in questi giorni vedrà probabilmente confermata al suo interno una netta maggioranza conservatrice, maggioranza che di nuovo per costituzione – l’incarico dei giudici è a vita – tenderà a estendersi ben oltre la durata di un singolo mandato presidenziale.

Photo credit: JIM WATSON - Getty Images
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In questo contesto caotico non stupisce nemmeno che proliferino le teorie del complotto (altra manifestazione tradizionale dello stile paranoico), che in fondo rispondono all’esigenza, più che naturale, di mettere ordine al reale. Di trovare un qualche principio organizzativo – la volontà onnipotente di un’eminenza grigia – alla confusione che domina questo momento di passaggio.

E anche qui si sarebbe portati a pensare che sia un problema delle sole destre, Trump senza dubbio ne fa un uso estremo e strumentale. Ma di nuovo sbaglieremmo. Quando il presidente è risultato positivo al coronavirus, per esempio, in molti tra il pubblico liberal si sono ritrovati a chiedersi se ci fosse da credergli o meno. Se la congiuntura lo richiede, nessuno è immune alla paranoia – specie in politica.

A questo punto c’è un terzo passaggio da Hofstadter con cui vale la pena concludere: “Il fatto che lo stile paranoico non sia una costante, ma si presenti a ondate episodiche, suggerisce l’idea che la disposizione paranoica venga mobilitata da conflitti sociali che coinvolgono schemi valoriali molto profondi e spostano al centro dell’azione politica la paura e l’astio, più che interessi negoziabili.” E poi continua: “La tendenza paranoica è sollecitata dallo scontro di opposti interessi che sono (o vengono percepiti come) totalmente inconciliabili, e perciò non soggetti per natura al normale processo politico di trattativa e compromesso.”

*Se avete dubbi su chi abbia controllato il discorso politico negli ultimi quarant’anni, provate a pensare a quante volte i Democratici si sono ritrovati a inseguire su temi come il debito/deficit pubblico o la lotta al crimine – anche, forse soprattutto, nei periodi in cui il presidente era uno dei loro.