Finalmente Messi! Scaccia la maledizione, fa pace con l'Argentina e si siede al cospetto del D10s

·5 minuto per la lettura

Con qualche secondo di anticipo, come se non potesse più aspettare, l’uruguaiano Esteban Ostoijch fischia tre volte. In quel momento Lionel Messi è a terra, si sta rialzando da uno scontro. Quando sente quel rumore acuto, che in passato gli ha causato solo dolore a quelle latitudini, si inginocchia, incredulo. Quello che ha provato in quel momento non lo sa spiegare nemmeno lui. “É pazzesco – dirà a fine partita - Non è possibile spiegare la felicità che sto provando. Ho provato tristezza altre volte, ma sapevo che ad un certo punto sarebbe successo. Sento che Dio mi stesse preparando questo momento, contro il Brasile in finale e nel loro paese”. Non ha nemmeno il tempo di realizzare che viene immediatamente sommerso dai suoi compagni, o meglio i suoi soldati, che corrono verso di lui come se avesse fatto un gol e si gettano sopra il suo corpo. Poi, una volta in piedi, li abbraccia tutti (compresi i membri dello staff), uno a uno, alcuni più volte. Così emozionato non lo si aveva mai visto. Il perché lo si capisce però. Questa coppa significa tutto, completa una carriera impareggiabile che altrimenti sarebbe stata incompleta, lo erge al livello del D10s del futbol, Diego Armando Maradona, e gli consente di far pace con il suo paese, con la sua gente, che lo ha più volte ripudiato.

CADE LA MALEDIZIONE - Le aveva provate tutte Messi per vincere un trofeo con la sua nazionale e ci era andato vicinissimo più di una volta. Faceva già parte della Seleccion che nel 2006 venne eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa al Mondiale tedesco, ma era solo un ragazzino. Possiamo tranquillamente far coincidere l’inizio delle sue sofferenze con la finale di Coppa America del 2007, persa proprio contro il Brasile in Venezuela. Il triennio da incubo è però stato quello fra il 2014 e il 2016, con la finale mondiale persa ai supplementari, ancora contro la Germania, e le due sconfitte nelle due finali di Coppa America immediatamente consecutive, entrambe contro il Cile, entrambe dopo lo 0-0 di tempi regolamentari e supplementari, entrambe perse ai rigori, la seconda volta sbagliando dal dischetto. Poi ancora il Brasile due anni fa in semifinale, sempre nel continente. Sempre con il Brasile, dove tutto era iniziato, doveva finire, a casa loro, al Maracana. Ecco perché, quando Messi dice che Dio (se stesse parlando proprio di quel Dio o del Dio del calcio non ci è dato sapere) stava preparando questo momento, bisogna credergli.

LA REDENZIONE IN PATRIA - La vittoria di stanotte è stata una liberazione, da quella maledizione che lo tormentava da tanto tempo e che gli aveva causato l’antipatia del popolo Argentino, del suo popolo, che gli rimproverava di essersene andato subito in Europa, che lo chiamava el catalan e che, quando vestiva la maglia albiceleste, lo definiva un pecho frio, uno senza passione, in pratica un europeo, non di certo un argentino, come se fosse sua la colpa di essersene andato e non di un paese che non poteva garantirgli le cure necessarie per farlo diventare quello che è diventato, come se il suo viaggio in Europa fosse stato una sorta di patto col Diavolo che in cambio chiedeva il sacrificio dei successi con la sua nazionale, come se avesse avuto scelta. Stanotte si è liberato di tutto questo, dimostrando di non essere un pecho frio, ma un sentimentale argentino, che non si era mai emozionato così per una vittoria con il suo amatissimo club.

AL COSPETTO DEL D10S - La vittoria di stanotte poi è stato il suo biglietto d’invito per sedersi al tavolo di Maradona. Stabilire chi sia il più grande fra i due è impossibile. La questione causa praticamente uno scontro generazionale (fra chi non ha mai visto Maradona e chi invece lo ha visto ma non vuole guardare Messi con gli occhi dell’obbiettività) e continentale (fra Europei e Argentini). Una cosa è certa, per innalzarsi quanto meno al suo livello, gli mancava quel trofeo, vinto in maniera molto simile al Mondiale conquistato da Maradona nell’86, guidando da condottiero-fuoriclasse un gruppo di fidi scudieri, senza grandi nomi, che per lui farebbero di tutto.

UN ANGEL IN SOCCORSO - In finale, comunque, ha sentito tutto il peso della partita e non ha giocato come nel resto del torneo. Ha avuto due possibilità di segnare, ma, ha cercato l’opera d’arte, senza accontentarsi di un banale gol, per rendere ancora più epica e memorabile la serata, ma ha esagerato, lasciando impunita per due volte la difesa verdeoro. A limitare l’amico-rivale Neymar ci hanno pensato gli altri 8, 9 con il portiere Martinez, autore di due o tre parate importanti. O Ney non faceva in tempo a prendere la palla che già lo avevano steso, con falli anche cattivi, senza mai cercare la palla. D’altronde non c’è altro modo. A salvare Messi dall’ennesima delusione invece doveva per forza essere un suo concittadino, rosarino come lui, ma cresciuto nel Rosario Central (come anche Lo Celso), che aveva dovuto saltare la finale del 2014, nel momento migliore della sua carriera. Il suo nome, Angel Di Maria, suggerirebbe che sia stato qualcuno a mandarlo in soccorso, qualcuno che da lassù stava sicuramente guardando la partita e che non ne poteva più di aspettare che il suo erede lo raggiungesse lì dove nessun altro può sedersi.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli