Giorgio Rocca: “Quando ripenso a Torino 2006 sento ancora un nodo in gola”

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    Sciatore alpino italiano
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Giorgio Rocca è stato un grande campione di sci alpino, ha rappresentato l’Italia a Torino 2006 e nello stesso anno ha vinto la Coppa del Mondo in Slalom. Dopo aver lasciato la carriera agonistica si è dedicato all’insegnamento e nel 2021 ha pubblicato un libro, “Slalom. Vittorie e sconfitte tra le curve della mia vita“, scritto a quattro mani con l’amico d’infanzia Thomas Ruberto.

Com’è nata l’idea di questo libro e come avete deciso di scriverlo insieme?

Diciamo che scrivere un libro nel dopo carriera è una bella idea per ripercorrere un po’ la strada che hai fatto da atleta anche perchè nel mentre, preso dall’affanno di dover fare quella parte più pratica, magari perdi un po’ i ricordi, soprattutto nel mio caso che ho poca memoria. Quindi ripercorrere la carriera mi è servito anche per rivivere un po’ quei momenti e quelle emozioni.

Diciamo comunque che l’idea è nata dai vari incontri in libreria con Thomas. Io e lui eravamo amici da piccoli, eravamo in classe insieme ma dopo i 15 anni non ci siamo quasi mai più visti. Perciò si può dire che Thomas mi conoscesse nella parte scolastica e ricreativa più che in quella sportiva. Ho poi saputo che lui aveva già scritto dei testi e delle cose che mi ha mandato e che ho letto. Mi è piaciuto da subito il suo modo di scrivere perché è sempre molto romanzato e piacevole. Da lì poi lui mi ha introdotto in questo mondo per me totalmente nuovo e mi ha aiutato a capire da che parte partire.

E per te Thomas che esperienza è stata iniziare a scrivere questo libro?

È stata innanzitutto una bellissima esperienza di scrittura. Mi è subito piaciuta l’idea di scrivere la sua biografia proprio perché mi piace scrivere. Come diceva Giorgio, ci siamo incontrati nella libreria in cui prima lavoravo e che gestivo. Da lì è nata un po’ l’idea di questo libro. Personalmente ho vissuto la sua carriera da tifoso esperto, da tifoso che l’ha conosciuto durante l’infanzia, con cui ha fatto anche qualche piccola gara e comunque l’ha visto crescere come atleta. Da tifoso è quindi per me stato bello rivivere un po’ la sua carriera e rivivere poi invece quell’aspetto più personale, andando a conoscere il suo essere poi diventato uomo, lato che appunto non conoscevo per lo stacco dai 15 anni in poi, dove ognuno ha preso la sua strada. In questo modo ho potuto conoscerlo una volta in più, una volta di nuovo.

Qual è stata la cosa che a te, Thomas, ha colpito di più di Giorgio in questo racconto della sua carriera e della sua vita?

Io da tifoso esterno, che non conosceva nel dettaglio il suo modo di essere, mi ero un po’ perso la sua tenacia, questo suo modo di affrontare la carriera, sempre molto sul pezzo, molto anche avanti nelle idee, un precursore di varie cose per l’epoca in cui lui correva. Diciamo che da tifoso questa parte mi era un po’ sfuggita, non lo conoscevo così bene. Soprattutto non conoscevo la tenacia che ha dimostrato anche a fronte di diversi infortuni, per cui ha sempre dovuto inseguire, è dovuto ripartire spesse volte da capo. È stato quindi una bella scoperta, questo suo lato molto positivo, che poi ogni atleta dovrebbe avere.

A te, Giorgio, invece chiedo qual è stato il momento che più ti ha emozionato raccontare in questo libro?

Personalmente, ripercorrendo la mia carriera attraverso questo libro, ho potuto capire che le emozioni più forti lasciano il segno e ti fanno capire che magari le cose che davvero poi ricordi sono quelle che, o ti hanno lasciato un brutto segno o che ti hanno formato e ti hanno dato una spinta, o che semplicemente sono state molto belle e per questo ti hanno dato una grande emozione. Ma diciamo che la parte più bella è stata ripercorrere tutta la parte del periodo olimpico di Torino 2006, anche se poi il risultato non è stato quello che ci si aspettava a livello sportivo. Per me, come uomo e come atleta, è stata la parte più emozionante da raccontare: tutto quello che c’è all’inizio di ogni capitolo e che è un po’ il contenuto forte di questo libro cioè l’emozione di avere una un’olimpiade in casa nel momento migliore della mia carriera ed essere il favorito in una gara che comunque ha tantissime possibilità di non andare bene (lo slalom, ndr). Ho letto il giuramento olimpico, che è stato tradotto da Thomas in maniera perfetta e probabilmente anche attraverso i video in tv e le registrazioni che c’erano fino a poco tempo fa, l’ha saputo unire, romanzandolo un po’, anche alla mia caduta olimpica. Ha quindi messo insieme sia la parte di delusione che la parte formativa.

Quando ho inviato il libro al mio psicologo, o mental coach, una volta letto mi ha scritto che ho saputo tradurre benissimo quello su cui avevamo lavorato nel passato. La fine del libro, poi, non è la solita fine di un film con il vissero felici e contenti, ma lascia un po’ di amaro in bocca con l’immagine di colui che è caduto e non ha vinto nessuna medaglia, cosa che tutti invece si aspettavano. Forse anche grazie a quella caduta sono riuscito a diventare l’uomo che sono adesso, perché questo finale disallineato forse mi ha permesso di vincere la vita.

A proposito di Torino 2006 volevo chiederti di raccontarci più nel dettaglio la tua olimpiade da atleta. Che esperienza è stata e che ricordi ti porti?

Più si avvicinava quel momento, più l’emozione era forte soprattutto perchè avevo vinto 5 gare di fila come pochi nella storia. È stato un susseguirsi di carica adrenalinica che continuava a crescere e questo diciamo che è stato anche alimentato sempre più dal giornalismo. Si diceva: “Rocca comunque è una sicurezza, una garanzia per le 5 gare vinte.” Nessuno si aspettava che potessi perdere proprio la gara olimpica. Dentro di me inoltre sapevo di fare un Olimpiade, una cosa che fanno pochi atleti per ogni disciplina in Italia, e quindi sapevo di essere una sorta di eletto, essendo scelto tra i quattro migliori nella mia disciplina nella mia nazione. Avendo poi in casa questo grande evento, nel momento migliore della carriera, mi sono caricato di un po’ di responsabilità. Ho trovato difficile gestirle, con la testa che mi mandava un po’ da una parte e un po’ dall’altra, in aggiunta al fatto che avevo già il mio primo figlio Giacomo, che se si vuole mi distoglieva un po’ da questo turbinio di agitazione.

È iniziato tutto con la bellissima sfilata, dove la nazione ospitante entra per ultima: ho letto il giuramento olimpico davanti a milioni di persone. Ho giurato che avremmo gareggiato senza doping, senza droghe, in modo quindi onesto e ho dovuto leggerlo ad alta voce, facendo capire che l’olimpiade è una competizione sana, almeno per quanto mi riguarda. Quindi già dall’inizio ho provato una grande emozione, sono entrato per ultimo di fronte a tutto il pubblico di cui l’80% italiano: un tifo esagerato. Lì ho sentito il legame alla bandiera italiana. In quel momento mi sono sentito italiano e vicino a tutti gli italiani perchè sapevo che anche la casalinga che non conosce niente di sci, si era magari appassionata al mio sport che mai durante i quattro anni precedenti aveva guardato alla televisione.

Purtroppo ho fatto male nella gara della combinata, che mi avrebbe permesso di ottenere una medaglia e sdrammatizzare un po’, sia personalmente che per il giornalismo. Ma per 8 centesimi ho mancato il bronzo che mi avrebbe permesso di portare comunque qualcosa a casa. La gara di slalom, quella in cui sapevo di andare meglio, era l’ultima, e ci sono arrivato in una condizione per cui faticavo anche a respirare in certi momenti: avevo la consapevolezza delle aspettative sempre più grandi e soprattutto dovevo continuare a fare interviste. E in quelle interviste ricevevo sempre le solite domande, domande banali, di giornalisti che o si improvvisavano tecnici sportivi o semplicemente volevano fare gossip.

Mi sono trovato con i bastoni fra i cancelletti: finalmente mi sono sentito a mio agio ma ero molto stanco. In quei 35 secondi in cui stavo scendendo, mi stavo divertendo perché la pista era fantastica, stava andando tutto bene, stavo facendo un’ottima gara. Con questo stato d’animo, mi sono deconcentrato un attimo. Sapevo che proprio in quelle due porte veniva la parte migliore, dove potevo fare un’ottima conclusione di gara. Conoscevo molto bene quella pista e quel terreno, sapevo che stavano per arrivare i raccordi con le parti piane, essendo che a Sestriere ci eravamo allenati molto. Purtroppo c’era un cambio di neve, ho premuto troppo e sono caduto. E in quei 20 secondi che sono passati dalla caduta a quando mi sono rialzato ho sperato 2-3 volte fosse solo un sogno, come quando sogni di cadere o di arrivare in ritardo alla partenza. Poi la neve in faccia ha iniziato a sciogliersi, ho sentito freddo e ho capito che sarebbe arrivato il momento in cui avrei dovuto fare i conti con la caduta, imparare che lo sport purtroppo ti insegna anche questo. Vorresti non succedesse mai ma purtroppo ci sono tante variabili nello sport che possono farlo succedere.

Da lì è diventata molto difficile il finale di stagione. Sono comunque riuscito a vincere la Coppa del mondo di specialità, che tengo qui con molta cura in casa, ma ha avuto purtroppo un sapore un po’ amaro. Ho faticato a vincerla nonostante fossi molto in vantaggio sugli avversari. Non c’ero più tanto di cervello. Sono andato in Giappone a fare delle gare, a fare gli ultimi due slalom prima delle finali di Coppa del mondo e non mi sono molto divertito. Essendo però lontano dal mio pubblico ho avuto modo per rielaborare la sconfitta e, a fatica, a digerirla. Ancora adesso quando ci penso, ho ancora il groppo in gola, perché in quel momento sapevo, senza fare il presuntuoso, che se fossi arrivato all’arrivo con il tempo che stavo facendo, gli avversari mi avrebbero visto come quello o da battere o come quello imbattibile. Sarei stato come Valentino Rossi ai tempi d’oro o Alberto Tomba, quando vinceva anche con mezzo secondo di vantaggio.

Il nervoso rimane, perché sapevo di essere tra i cinque migliori al mondo e che avrei anche potuto vincere, ma lo sport insegna che non sempre vanno tutte dritte.

Dal tuo racconto ho percepito le tue emozioni, la gioia e la rabbia per come poi sono andate le cose. Quindi sono curiosa di sapere se Thomas ha avuto le stesse sensazioni che ho avuto io, sentendo questo racconto, quando ha dovuto metterlo su carta.

Si, soprattutto in questa parte di Torino e delle Olimpiadi, che abbiamo deciso fin da subito di rendere un po’ il filo conduttore del libro, di tutte le vittorie e di tutte le sconfitte della sua carriera. È stato il periodo clou, è stato il periodo migliore dal punto di vista dell’ atleta anche se poi purtroppo non si è concretizzato con la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Una mattina presto, probabilmente prima di andare a sciare, mi ha registrato un messaggio vocale di una decina di minuti in cui mi ha più o meno detto le cose che ha detto prima. E poi ha anche detto una frase che abbiamo scritto nel libro, che riassume perfettamente quella mattina. Ha detto che una volta che si è rialzato e si è reso conto che la caduta non era un sogno ma era purtroppo qualcosa di vero, si è detto che avrebbe dovuto dimenticare quel giorno anche se nella sua brutalità resterà tra i più belli della sua vita. Quindi nonostante la sconfitta, nonostante la caduta, è senz’altro uno dei ricordi migliori della sua carriera. E questo la dice lunga su quanto vale una Olimpiade per un atleta anche se poi purtroppo non è finita come tutti speravano, e come forse doveva finire. Lo sport è anche questo. Senz’altro in quella prima manche, fino all’intermedio aveva fatto il tempo migliore di tutti, poi purtroppo poco dopo l’intermedio, è finita la gara. Ma ecco questa frase direi che riassume perfettamente l’esperienza di Torino.

Nel libro, e in particolare nel titolo, avete voluto rimarcare che non si parla solo di gioie e vittorie, di momenti belli, ma compare anche la parola “sconfitta”. Si fa riferimento in particolare all’ infortunio al ginocchio in un momento molto importante, l’esordio in Coppa del Mondo, che sicuramente rappresenta per un atleta uno dei momenti più importanti della carriera.

Si purtroppo nella disciplina sportiva dello sci alpino l’avversario numero uno sono gli infortuni, e quindi fragile o meno c’è chi ha più fortuna e chi meno. Tomba per esempio si è rotto una volta una clavicola. Invece per quanto riguarda il discorso legato al sottoscritto e che riguarda un po’ la globalità, circa il 95% degli atleti, non c’è una cadenza particolare, ma più pratichi e più ti alleni e più sei a rischio. Con il cambio dei materiali e con l’evoluzione tecnica cerchi sempre di andare un po’ più al limite. Poi lo sci è uno sport con moltissime variabili, dalla neve, alla pista, al partire come primo o con il numero 50.

In quella fase io inseguivo il sogno di riuscire a fare una gara di Coppa del mondo. Alla fine di quell’anno solare e durante la fine di dicembre, ho fatto due buoni risultati in Coppa Europa, ero in squadra B, mi hanno promosso, mi hanno portato il 6 gennaio in Austria, dove poi vinsi 6/7 anni dopo in slalom. Nelle ultime porte c’erano un po’ di avvallamenti, ho incrociato gli sci e mi sono distrutto il ginocchio. È stato doloroso perché avevo fatto una fatica enorme per arrivarci ma ero ancora giovane per cui mi sono detto che mi sarei risistemato subito: purtroppo ho avuto un intervento che all’epoca era molto invasivo. Il medico, finita l’operazione, mi aveva detto che se fossi riuscito ad arrivare a fare le olimpiadi 2002 sarebbe stato un miracolo; mi dava ancora sei anni, e all’epoca ne avevo solo 20. Io con la fatica che avevo fatto per arrivare fino a quel punto, volevo gareggiare per almeno altri dieci anni. Per cui da lì con la tenacia e il carattere che mi avevano sempre contraddistinto sono andato avanti. Da lì in poi sono stato operato altre due volte al ginocchio, alla caviglia, una volta alla spalla, una volta mi sono rotto tutti i denti, anche perché facevo più discipline. Facevo anche discesa libera, le combinate, i giganti, sono stato tra i primi 15 al mondo. Mi piaceva fare più discipline per non annoiarmi. A me è sempre piaciuto cambiare, dato che potevo variare e fare un po’ tutte le discipline. In questo modo chiaramente perdi un po’ il focus ma personalmente sapevo quale fosse la disciplina dove andavo più veloce. Fare più discipline serviva a me, per mettere più spesso i bastoni tra i cancelletti, nonostante in questo modo fossi più a rischio infortuni. Gli infortuni su di me non hanno inciso molto, perché non ho mai pensato di smettere, ma su tanti atleti, soprattutto giovani, mentalmente possono fare brutti scherzi. Tantissimi li ho visti ritirarsi per questo motivo, o perché non ritrovavano una motivazione o perchè non riuscivano a convincersi che il dolore non c’era più e che le loro gambe erano riparate.

Da sportivo devi essere molto motivato: se vuoi una cosa con tutto il cuore prima o poi in qualche modo, magari in modo diverso rispetto a quello che ti aspettavi, riesci a raggiungerlo.

Credo che soprattutto ad alti livelli si è sotto pressione, e se non si ha carattere e tenacia non le si regge.

Sicuramente la tenacia che hai dentro di te non te la da nessun allenatore o nessuno psicologo o nessun genitore al mondo. Devi essere molto motivato e capace di passare un po’ sopra le cose, saperti scegliere gli amici di viaggio, soprattutto i compagni di camera prima della gara e dopo la gara. Meglio stare da solo o con qualcuno che ti dà energia piuttosto che quelli che ti prendono energia o che ti caricano delle loro tensioni. Ne ho conosciuti molti di questi. Ci sono tantissime occasioni in cui vedo molti che si fanno un sacco di problemi su cose che non esistono e non si rendono conto di avere grandi potenziali. Mi ricordo quando ero giovane, c’erano altri ragazzi, che erano dei fuoriclasse, e che sarebbero potuti diventare dei grandi, i nuovi Alberto Tomba, ma che a quell’età già si erano ritirati a fare gli insegnanti di sci.

A proposito di “nuovi Alberto Tomba”, in carriera l’etichetta di suo erede ti ha accompagnato parecchio. Come mai ti è stata affibbiata questa etichetta e come l’hai vissuta, come stimolo o come pressione eccessiva?

Mi lusingava il fatto di essere paragonato a lui perché era sempre stato il mio idolo, sia per quello che faceva sia per com’era e per le emozioni che mi trasmetteva e che trasmetteva alla gente. Quindi sia per il suo modo di sciare che per il suo modo di essere caratterialmente molto estroverso e capace di mandare a stendere chi doveva. Sapeva essere molto comunicativo, anche nella sua cultura bolognese, soprattutto se paragonato a noi montanari, che eravamo un po’ più chiusi e un po’ meno loquaci ed estroversi o comunicatori. L’essere paragonato a lui è accaduto esattamente nel momento in cui è uscito dalla Coppa del Mondo. Avevamo dei caratteri diversi ma modi molto simili di sciare, di trasmettere la tecnica in modo semplice ed efficace. In quegli anni mi sono anche dovuto confrontare col cambio materiali radicale, con il passaggio dagli sci di quasi 2 metri a degli sci quasi da bambino. E quindi diciamo che lì non si capiva bene tecnicamente come bisognasse sciare, eravamo destabilizzati noi e gli allenatori. Ma di quello alla gente non interessava granchè, guardavano solo la Gazzetta se tra il primo, secondo o terzo ci fosse un italiano.

Continuavano a dire che fossi l’erede di Tomba. E quando mi chiedevano che ne pensassi, si capiva subito che non avevo la sua classe ma che col coltello tra i denti, piano piano dal 2003 ho iniziato a vincere. Finalmente poi nel 2005-2006 dei miei amici impiantisti mi hanno detto che avevano iniziato a seguire le gare alla televisione, per vedere se vincessi o meno. Questo mi ha fatto capire che qualcosina di quello che aveva fatto lui, sotto il punto di vista emozionale, avevo iniziato a farlo anche io.

Io seguo le gare di sci da tifosa, e ci devi togliere una curiosità: quando siete soli al cancelletto, appena prima di partire, che cosa pensate?

Le prime volte ti sembra quasi come quando eri ragazzino. Dopo i 15 anni inizi a fare le gare open, per cui puoi gareggiare contro chiunque, anche contro il campione del mondo di 35 anni. E quando inizi con un punteggio alto per cui essendo tra gli ultimi nella classifica, gareggi anche per ultimo, quando ormai sta finendo tutto, quando ormai è finita la giornata, con una pista piena di buche perchè prima di te sono passati già tutti gli altri atleti. Quindi all’inizio devi avere un bel carattere, perché se hai paura o se sei timoroso rischi di andare male. Infatti quando sei forte in Coppa del Mondo, nella prima manche sei per primo ma nell’inversione dei primi 30, tu rimani da solo in partenza, non c’è più nessuno, ti sembra un po’ di tornare indietro. La metti un po’ anche sul ridere perchè tutti cominciano ad andare via, gli allenatori e gli skimen portano via le attrezzature: si dice che si parte dopo la fine della musica.

Sicuramente al di là della tensione, più ti succede più ti abitui e più è bello perché sai che hai già fatto un grande pezzo di quello che devi fare, anche se ne manca ancora la metà. Questa è anche la differenza tra chi fa slalom e gigante e chi fa le altre discipline come la Goggia: cambia il modo di organizzarsi la gara. Nel caso di Sofia Goggia è one shot, parti arrivi e hai fatto la tua gara. Nello slalom invece devi mantenere la concentrazione più a lungo, nell’arco della giornata, perchè gareggi su più manche. Ecco perché lei nelle competizioni dove bisogna concentrarsi più a lungo, tende ad essere meno efficace.

Per concludere voglio chiedervi che consiglio dareste ad un bambino che prende come esempio un grande campione come Giorgio Rocca volendo emularlo e volendo diventare un campione dello sci?

Thomas: Non sono così esperto di sci però gli direi di fare quello che facevamo noi da bambini e cioè di tornare da scuola, avere voglia di uscire, di stare all’aria aperta. Mettersi gli scarponi e gli sci e andare a divertirsi un po’ come faceva Giorgio e come facevamo noi. Non fissarsi troppo sugli allenamenti, sul voler per forza vincere ma anche scappare dagli allenatori e andare a fare una pista lontana dai pali, come ogni tanto si faceva quando avevamo l’allenamento nel pomeriggio. Poi ci sarà anche il momento in cui per qualche discesa si può concentrare di più, se ha voglia di fare gare, e quindi di impegnarsi di più. Ma in generale di prenderla come un divertimento. Ricordo che facevamo questo alle gare la domenica o al giovedì: era sia una passione che un divertimento. Il vero scopo è quello di divertirsi, di stare insieme, di fare sport e di fare un’attività all’aria aperta.

Il primo stimolo è quello, soprattutto ad una giovane età. Poi più avanti si può iniziare qualcosa di più serio, e fare anche più attività insieme, non soltanto una.

Una sera eravamo in Valmalenco a fare la presentazione del libro e appesi alla parete del luogo in cui eravamo c’erano i Big Foot, che erano questi sci cortissimi a forma di piede, che si usavano anni fa e che ancora oggi esistono. Ecco anche quello è un modo per divertirsi. Per cui si, il primo consiglio è il divertimento.

Giorgio: Per quanto mi riguarda per far crescere la passione e per far sempre le cose con motivazione, bisogna che i ragazzi seguano il loro carattere e che i genitori riescano a spingerli verso l’attività sportiva giusta come può essere lo sci, che è uno sport all’aria aperta, dove puoi vivere tantissime emozioni, dall’andare veloce, al fare una curva perfetta, a sentire il profumo della neve fresca.

Imparare a sciare bene ti fa vivere delle grandi emozioni. Quello che provo io facendo delle curve, difficilmente riesco a spiegarlo perché sono delle cose che sono veramente dentro di me e che cambiano a seconda del livello. Per questo penso che la curva perfetta non esista ma sia dentro ognuno di noi perché ognuno di noi vive quell’emozione in modo diverso.

Chi ha la possibilità di imparare a sciare bene deve sapere che a tavolino sarà difficile diventare campione del mondo o campioni olimpici. Ma diciamo che quello che farete nello sport e che fate nello sport vi farà sicuramente diventare delle persone migliori perché lo sport insegna il rigore, il rispetto alle regole, legate agli orari e al gruppo, bisogna sempre scendere a compromessi e modellare un po’ il proprio carattere, perché non si può fare quello che si vuole. Fondamentalmente è una scuola di vita e poi se si vince meglio, se non si vince va bene lo stesso perché è stata un’ottima esperienza e ve lo ritroverete come un bagaglio che vi porterete dietro e che saprete sfruttare nella vita di tutti i giorni.

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