Guerra alla Superlega, non alle spese folli di Psg e City. Uefa, giù la maschera: il calcio non è più di tutti

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"Il calcio è di tutti". Una frase che da qualche giorno è diventata simbolo della feroce protesta montata nei confronti della Uefa per il divieto di illuminare l'Allianz Arena di Monaco di Baviera in occasione della partita tra Germania e Ungheria, volto a mantenere 'neutralità' politica e a non mandare 'un messaggio che ha come obiettivo una decisione presa dal parlamento nazionale ungherese'. Una scelta che ha scatenato la rivolta da parte di giocatori e club, scesi in campo a difesa dei diritti umani e contro ogni forma di discriminazione sessuale. Eppure 'il calcio è di tutti' fino a poche settimane fa era uno slogan che la stessa Uefa e il mondo del calcio condividevano nella lotta al 'nemico' comune, quella Superlega che minacciava i principi di merito sportivo e sana competitività. E che minaccia tuttora, viste anche le recenti dichiarazioni del presidente del Real Madrid, Florentino Perez, che ha sottolineato come gli accordi tra i dodici club fondatori siano 'vincolanti' e il progetto non sia assolutamente fallito. La guerra prosegue tra accuse reciproche e lavoro dei tribunali, un tema che ha già minato l'immagine pubblica della Uefa e del presidente Aleksander Ceferin. Non l'unico però, perché nel frattempo crescono i dubbi sulla gestione di altre questioni da parte della federazione europea, in primis il mercato: in mezzo alle difficoltà Covid e a un Fair Play Finanziario i cui connotati appaiono sempre meno chiari e comprensibili, c'è chi alza la voce e prepara spese fuori scala.

SENZA LIMITI - Su tutti il Paris Saint-Germain, sceso in prima linea con il Bayern Monaco nella lotta alla Superlega per un calcio che fosse inclusivo, ma proprio i francesi rappresentano l'essenza stessa dell'esclusività quando si parla di mercato. Perché come i bavaresi hanno investito oltre 40 milioni per il cartellino di Upamecano e 25 per il tecnico Nagelsmann, il PSG ha già avviato una nuova, faraonica campagna acquisti: già ufficializzato Georginio Wijnaldum, arrivato a parametro zero dal Liverpool e strappato al Barcellona, che firma un contratto da circa 10 milioni di euro netti a stagione fino al 2024 (ai quali sommare gli oneri accessori per le commissioni); manca solo l'ufficialità per Gianluigi Donnarumma, anche lui svincolato dal Milan, che prenderà 12 milioni netti a stagione per 5 anni, con più di 20 milioni che andranno al procuratore Mino Raiola. E non finisce qui, perché è sempre più vicino anche Sergio Ramos, libero dopo 16 anni al Real Madrid, per 15 milioni netti a stagione più 20 di bonus alla firma. E si tratta con l'Inter per Achraf Hakimi, già offerti 60 milioni per il cartellino ma la proposta è destinata ad aggirarsi attorno ai 70 per avvicinarsi alle richieste dei nerazzurri. Se a questo si aggiungono il contratto rinnovato a Neymar (36 milioni netti l'anno fino al 2025), i discorsi avviati per trattenere Mbappé e gli altri stipendi di lusso in rosa, non fanno che aumentare le perplessità sull'attenzione della Uefa dal punto di vista del Fair Play Finanziario: come possono gli investimenti della proprietà qatariota rientrare nei paletti di quel sistema che ad altre società è già costato sanzioni, limitazioni, sospensioni o addirittura esclusione dalle coppe europee? Dubbi che abbiamo già manifestato e che non hanno finora trovato risposta, continuando a far storcere il naso ad esperti di settore e tifosi.

DAL TAS A KANE - Diversa ma non meno controversa la situazione del Manchester City, che poco più di un anno la Camera giudicante della Uefa escludeva per due stagioni dalle coppe europee per 'gravi violazioni del FPF'. Questo accadeva a febbraio 2020, poi il ricorso al TAS di Losanna che a luglio cancellò la squalifica e riammise la squadra di Guardiola in Champions per mancanza di prove sufficienti nonostante il dubbio sull'infrazione alle norme ci fosse e fosse legittimo. La Uefa mangiò la foglia nell'occasione, nel mentre la proprietà di Abu Dhabi ha continuato a irrorare denaro a fiumi: 169,3 milioni circa investiti nel 2020/21, tra cui spiccano i 68 per Ruben Dias dal Benfica, gli oltre 45 per Nathan Aké dal Bournemouth e i 23 circa per Ferran Torres dal Valencia, a fronte di poco più di 60 milioni incassati dalle cessioni di Leroy Sané (Bayern Monaco) e Nicolas Otamendi (Benfica). E quest'anno, si stanno già profilando nuovi massicci investimenti per dare l'assalto a quella Champions sfuggita in finale contro il Chelsea: Harry Kane è il primo obiettivo e una prima offerta da 115 milioni complessivi tra cash e contropartite (sul piatto i nomi di Gabriel Jesus, Bernardo Silva, Laporte, Sterling e Mahrez) è già stata recapitata al Tottenham. E una proposta analoga (la stampa britannica parla di 116 milioni) è in preparazione per strappare Jack Grealish all'Aston Villa. Poco meno di 250 milioni per due giocatori, la retromarcia fatta sulla Superlega non condiziona il mercato del City e resta il dubbio quanto fosse realmente necessaria per lo sceicco Mansour l'adesione a un progetto che con i suoi dodici fondatori lamentava, in primis, i ricavi in calo per la gestione sconsiderata del mondo del pallone da parte della Uefa. Che, mentre le due superpotenze a proprietà araba si preparano a imperversare sul mercato facendo piazza pulita di talenti a suon di milioni, introduce novità per cambiare il gioco, come la Conference League o l'abolizione del gol 'doppio' in trasferta, e prosegue nella sua guerra alla Superlega e al 'traditore' di Ceferin (il presidente della Juve Andrea Agnelli). A difesa del 'calcio di tutti', o almeno di 'tutti' quelli che possano ancora permetterselo: un quesito sempre più di attualità.

@Albri_Fede90

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