Il cambio di logo dell'Inter può essere davvero paragonato al rebranding della Juve? L'analisi

Matteo Baldini
·4 minuto per la lettura

Cos'è l'identità per una società di calcio? Si tratta di un puzzle, di un mosaico quantomeno, e della necessità di cristallizzarlo da un punto di vista della rappresentazione. E la combinazione di logo e maglia da gioco offre una risorsa strategica in questo senso, esercitando una forza evocativa senza pari: del resto, lo si dice spesso, "i giocatori vanno e la maglia resta" o si sente un coro partire dalla curva, che recita "noi cantiamo solo per la maglia", L'identità, è chiaro parlando di calcio, è composta anche dal patrimonio storico e sportivo di un club: non c'è ormai un'idea di Roma senza tirare in ballo quel che ha rappresentato Totti o non c'è in assoluto una rappresentazione di Napoli senza attivare un ricordo di Maradona.

Il logo Juve prima del rebranding del 2017 | Getty Images/Getty Images
Il logo Juve prima del rebranding del 2017 | Getty Images/Getty Images

A tavolino però, per forza di cose, i ricordi sportivi e le gesta dei campioni non possono essere plasmate o riscritte a posteriori: un club, di fatto, può andare a incidere sulla rappresentazione di sé partendo dall'immagine e tracciandone una connessione (più o meno riuscita oppure forzata) con valori e ambizioni future. In Italia abbiamo due grandi esempi, uno piuttosto recente e uno strettamente attuale, che aiutano a capire il percorso: ma quanto compiuto dall'Inter può essere accostato al processo di rebranding che la Juventus presentò, e attuò, a partire dal 2017?

CR7 e la maglia bianconera...senza strisce | FAYEZ NURELDINE/Getty Images
CR7 e la maglia bianconera...senza strisce | FAYEZ NURELDINE/Getty Images

Il cambio di passo del club bianconero, in quel frangente, fu per certi versi radicale e andò a inserirsi effettivamente in una prospettiva più ampia di rinnovamento identitario, tracciato anche al di là degli aspetti simbolici o estetici. In questo senso diventa significativo anche un percorso partito da più lontano, dal superamento dello scandalo Calciopoli alla realizzazione dello stadio di proprietà: fondamenta, queste, necessarie per poter ripensare globalmente all'immagine del club. Il tutto senza sottovalutare quel che più conta agli occhi dei tifosi: l'arrivo di un campione assoluto del calibro Cristiano Ronaldo, con tutto il carico di ritorno d'immagine, di una prospettiva che si fa sempre più internazionale anche a livello di ambizioni sportive. Un cambiamento che poi, negli ultimi anni, ha trovato un riflesso anche nelle maglie da gioco, sempre più distanti dall'idea classica di strisce bianconere (emblematica la divisa 2019/2020, che eliminò le strisce in senso stretto). Il nuovo logo bianconero, la J stilizzata fuori da qualsiasi scudo a differenza degli altri simboli in Serie A, rappresentava dunque un cambio di prospettiva ad ampio raggio, una rinascita con tratti di continuità (il peso della J, tanto cara a Giovanni Agnelli e dunque centrale nell'identità bianconera) e tratti di innovazione anche netti.

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Il discorso in casa Inter ha tratti per certi versi meno radicali, con la bilancia che forse pende più dal lato commerciale che non da quello identitario: del resto, pensando a un paragone col percorso juventino descritto in precedenza, non si notano passaggi strategici e storici tali da "spiegare" a priori il cambiamento, non uno stadio di proprietà o l'abbandono di logiche tradizionali per approdare ad altro. Anzi, in tal senso è evidente come il superamento della tradizione in casa Inter sia già stato intrapreso a livello d'immagine attraverso maglie già da anni controverse: le strisce a zig zag di quest'anno non sono certo il primo esperimento, anche contestato, e non rappresentano dunque qualcosa di così rivoluzionario e inedito analizzando tante maglie del recente passato (già dal 2013/14 e dal 2014/15). Il discorso del nuovo logo, in sostanza, si colloca un po' a metà tra un rebranding più radicale come quello bianconero e un "ritocco" necessario per rendere più esportabile e chiaro il legame tra l'Inter e Milano (IM, sia come Inter Milano che come I'M, io sono), un ritocco attuato anche dalla Roma di Pallotta nel 2013, con l'inserimento del nome di Roma nel simbolo al posto di ASR. Un aspetto forse sottovalutato, al di là del logo, è quello del colore: qui forse l'Inter ha mostrato più coraggio, andando a "ufficializzare" il blu in luogo dello storico azzurro, passaggio che appare anche netto andando ad analizzare tutti i loghi della storia del club. Una scelta che, se poi confermata nelle maglie del futuro, deluderà in toto le aspettative di chi si aspetta riferimenti più vicini a quelli degli anni '80 e '90.

Il tradizionale logo nerazzurro | David Ramos/Getty Images
Il tradizionale logo nerazzurro | David Ramos/Getty Images

Due percorsi diversi dunque, quello bianconero e quello nerazzurro: nel primo caso un ripensamento sostanziale dell'immagine e dell'identità del club, nel secondo una volontà (comunque lecita) di rendere più esportabile il marchio e più "comprensibile" il legame con la città in contesti, e in mercati, lontani geograficamente e culturalmente.

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