Il mondo che va troppo veloce, un addio umano e non sportivo: Cesare non ha perso

Matteo Baldini
·3 minuto per la lettura

Affrontare le dimissioni di Cesare Prandelli dal ruolo di allenatore della Fiorentina prendendo la vicenda dal punto di vista sportivo rappresenterebbe una frazione minima, per certi versi insignificante, di quel che è accaduto. Si potrebbe ragionare delle difficoltà presunte con alcuni giocatori, di un Amrabat insofferente o di un Callejon inutilizzato, si potrebbe pensare ai moduli o ai cambi arrivati prima o dopo nel corso della partita tra i mugugni (a distanza) di tanti tifosi. Ma parleremmo di una vicenda lontana da questa, un po' come capita ogni volta che si ragiona di Prandelli e del suo rapporto con Firenze: lo stesso valeva nel momento del ritorno, anche in quel frangente diventava riduttivo farne solo un discorso di moduli e di tattica, diventava invece spontaneo e naturale far riattivare quell'insieme di ricordi, di suggestioni colorate di viola.

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Lo stesso Prandelli, quando è arrivato il contatto con la Fiorentina, si sarà sentito travolgere da quell'ondata, senza pensare alla carriera, all'ingaggio, alla durata del contratto: il discorso era riallacciare un discorso del cuore, della memoria, provare a rinnovarlo. Il corto circuito in parte è nato lì, da una parte e dall'altra, e non c'è niente che riguardi la media punti della squadra o la lotta salvezza. Nella lettera di addio alla Fiorentina, probabilmente anche al ruolo di allenatore, c'è qualcosa di profondamente umano: "Probabilmente questo mondo di cui ho fatto parte per tutta la mia vita, non fa più per me e non mi ci riconosco più. Sicuramente sarò cambiato io e il mondo va più veloce di quanto pensassi".

Il primo Prandelli in viola | Dino Panato/Getty Images
Il primo Prandelli in viola | Dino Panato/Getty Images

Il mondo che va veloce e che non è più in sintonia col mondo di Cesare è un contesto falsato, lo è da due punti di vista sicuramente connessi: da un lato l'assenza dei tifosi dallo stadio, con l'impossibilità dunque di captare gli umori di una città, d'altro canto il megafono dato in mano ai social, al tifo "virtuale", alle sensazioni rappresentate e mediate anziché vissute fisicamente. Non è il solo Prandelli a sentirsi smarrito, lo è anche il calcio per certi versi e chissà per quanto, e in questo distacco forzato, forse, c'è anche un pezzo di questa difficoltà a restare in sella fino alla fine. Il ruolo del calcio ai tempi del Covid, forse, non è così marginale nel modo in cui la vicenda è maturata e nell'epilogo malinconico che ha oggi presentato il conto.

Prandelli ha spesso parlato della società viola come di una famiglia, la speranza più profonda è che il ricorso a quell'espressione non fosse troppo generoso (e solo formale) e che la proprietà sia stata davvero vicina al Cesare uomo prima ancora che al tecnico, senza amplificare un senso di solitudine o le ombre di cui lo stesso Prandelli ha parlato. Il problema, insomma, diventerebbe ancor più grave se Prandelli, oltre a non riconoscersi più nel calcio, non si fosse al contempo riconosciuto fino in fondo in questa Fiorentina. Sentendola insomma aliena, vuota o lontana. Il guaio sarebbe a quel punto umano (al presente) ma diventerebbe anche sportivo da qui a breve termine, anche quando questo calcio "monco" tornerà finalmente a essere normale.

Prandelli in viola | Jonathan Moscrop/Getty Images
Prandelli in viola | Jonathan Moscrop/Getty Images

Quel che resta però, in un addio a una prima occhiata amaro e permeato di malinconia, è un salutare richiamo all'umanità del calcio, un primato dell'uomo rispetto al professionista in quanto tale, elemento di un ingranaggio in balia di risultati, critiche e titoloni. In questo nuovo gesto Prandelli non ha perso: qualcuno lo chiamerà "un signore" ma qui è forse "un uomo" l'espressione più coerente, senza conoscere sconfitta o senza intaccare in alcun modo una carriera importante, una carriera storica pensando a Firenze.

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