Il ritorno a San Siro di Stankovic, il braccio armato dell'Inter di Mourinho

Quando l’Inter sborsò alla Lazio 4 milioni di euro più la comproprietà di Pandev per averlo, Dejan Stankovic accolse la notizia con sollievo. Riteneva chiuso il suo ciclo a Roma, aveva lottato molto per cominciare una nuova avventura in nerazzurro. Rinunciò a due milioni di stipendio, lasciati al club biancoceleste. Era il gennaio del 2004, il centrocampista serbo aveva compiuto da qualche mese 25 anni e si trovava nel pieno della sua maturità di calciatore. Dopo gli inizi nella Stella Rossa - che cercava di ripartire dopo il dolore e le ferite della guerra jugoslava - Dejan aveva speso cinque stagioni e mezza con la Lazio, vincendo uno scudetto, una Coppa delle Coppe e un’altra manciata di trofei e affermandosi - campionato dopo campionato - come un centrocampista di grande spessore, capace di abbinare la qualità al dinamismo. Tutte queste qualità verranno esaltate nei suoi otto anni e mezzo passati a Milano, cominciati con un gol d’autore, direttamente da calcio d’angolo nella partita che più di tutte pesa, il derby con il Milan.

Nel riavvolgere il film dello Stankovic nerazzurro emergono soprattutto il suo contributo da jolly di centrocampo - trequartista, mezzala, persino mediano - e la sua completa identificazione con la causa interista. Per Dejan, l’Inter è tutto. Parte con Mancini - che già era stato compagno alla Lazio - trova in Mourinho l’allenatore che più sa tirargli fuori il meglio, per chiudere negli ultimi anni con Benitez, Leonardo, Gasperini, Ranieri e Stramaccioni, in un’ultima stagione che gli riserva ben poche soddisfazioni (sono soltanto 3 le presenze in campionato nel 2012-13). Complessivamente con la maglia dell'Inter ha collezionato 326 presenze e 42 reti, vincendo cinque scudetti, quattro Coppe Italia, quattro Supercoppe italiane, una Champions League e una Coppa del mondo per club. Ma più della contabilità dei trofei vinti e delle imprese firmate - prima fra tutte il Triplete - con Stankovic i tifosi dell’Inter trovano un soldato che mai farebbe un passo indietro. E’ nel suo carattere, è la cifra del suo temperamento.

A molti è rimasto negli occhi il suo gol segnato da centrocampo, al volo, colpendo un pallone che il portiere Amelia aveva indirizzato a casaccio: è suo il quadro più bello di un Genoa-Inter dell’ottobre 2009, anche se - scherzando, si intende - Josè Mourinho, quando si sono incrociate Sampdoria e Roma una settimana fa, l’ha definito un “gol di mer**”. L’allenatore della sua vita è stato senza ombra di dubbio Mourinho. Strettissimo il legame tra i due, con Mou che - come spesso gli succede - è diventato una sorta di maestro anche fuori dal campo. Nell’Inter del Triplete tanti erano i campioni - da Milito a Sneijder, da Samuel a Eto’o - ma il braccio armato di quella squadra era proprio Dejan, che per Mourinho si sarebbe gettato nel fuoco. Massimo Moratti disse che Stankovic era un “giocatore passionale” e proprio quella caratteristica gli è rimasta addosso, oggi che ha intrapreso la carriera di allenatore. L’Inter gli è rimasta nel cuore, o forse è meglio dire che non se n'è mai andata, San Siro è stato per lungo tempo il suo regno, la sua arena personale, il ring dove - arrotolandosi le maniche della maglia - è sempre salito, mettendo davanti ai propri interessi personali quelli della squadra. E’ per questo che - per il popolo dell’Inter - Dejan Stankovic rimane un’icona.