Inzaghi: 'L'Inter è con me'. Se no appenderebbe qualcuno al muro come alla Lazio

Altra "non intervista" di un allenatore in crisi. Tre giorni dopo la chiacchierata informale dello juventino Massimiliano Allegri al Corriere della Sera arriva quella dell'interista Simone Inzaghi alla Gazzetta dello Sport. Il suo stato d'animo ha tante sfaccettature: c'è la rabbia per i risultati; l'amarezza per gli errori; la consapevolezza del lavoro svolto; il rimpianto per gli infortuni e per certi episodi. Ma sopra a tutto questo c'è la voglia di invertire la rotta e di tornare a vincere con continuità. Ecco, il punto di partenza delle riflessioni di Inzaghi è questo: l'Inter cambierà marcia fin dopo la sosta e si rimetterà in linea con gli obiettivi stagionali. Cioè: la competitività in Serie A, con l'intento di lottare per lo scudetto, e la conferma della dimensione europea riscoperta l'anno scorso proprio grazie al lavoro di Simone. Il girone è durissimo, ma i nerazzurri affronteranno con coraggio e ambizione il Barcellona nella doppia sfida che può indirizzare la qualificazione. Però per riuscire a svoltare serve un'analisi profonda della situazione.

SPOGLIATOIO - Simone non ha alcun dubbio sul comportamento dei giocatori. Anzi, lo spogliatoio rema compatto nella stessa direzione e segue le indicazioni dell'allenatore che, se non fosse così, non si farebbe problemi ad appendere qualcuno al muro di Appiano come accadde anni fa alla Lazio. Però avverte l'impressione che in campo ognuno cerchi di risolvere le cose per conto proprio e non appoggiandosi ai compagni per superare le difficoltà da squadra. Così in alcuni momenti della partita l'Inter sembra slegata e, come più evidente conseguenza, fioccano ammonizioni e calci d'angolo per gli avversari. È soprattutto un problema mentale: c'è un po' di ansia e la frenesia genera ulteriori complicazioni. Una squadra come l'Inter non può concedere così tanto a difesa schierata: solo ragionando da gruppo si può uscire dalla crisi.

PERISIC - Poi c'è anche il campo, ossia lo sviluppo di quel gioco che l'anno scorso aveva conquistato tutti. Era un'Inter rotonda, offensiva che abbinava il divertimento ai risultati. L'estate si è portata via Perisic e l'assenza pesa ben al di là delle difficoltà di Gosens. Perisic interpretava il ruolo come costruttore di gioco, come inventore: era un fantasista che si muoveva sulla corsia. Il suo apporto era talmente ampio da non poter essere semplicemente catalogato nella casella dei gol o degli assist. Chiunque giochi al suo posto non può garantire lo svolgimento delle stesse funzioni. Gosens è un incursore, pure bravo quando sta bene, ma non ha la stessa qualità e la stessa facilità creativa.

LUKAKU - Inzaghi, inoltre, ha dovuto inserire Lukaku nel nuovo progetto. La squadra in cui nel 2020-21 Romelu impose il suo strapotere fisico godeva della qualità di Hakimi e Perisic e si era abituata a stare bassa e ripartire appoggiandosi sul centravanti belga. L'anno scorso, con un attaccante diverso come Dzeko e un contesto nuovo, Simone aveva modificato alcuni principi costruendo un gioco divertente e redditizio, facendo crescere Lautaro e sfruttando al massimo le mezzali. Adesso, per mettere a suo agio Lukaku, bisogna mediare tra le due versioni ma servono tempo, pazienza e lavoro. Però l'infortunio del belga ha interrotto il processo. In pratica l'Inter ha perso Perisic senza inserire ancora Lukaku. Non è un alibi, Inzaghi non ne cerca, ma è la constatazione oggettiva di una difficoltà.

SKRINIAR - E Skriniar deve ancora probabilmente resettare la sua estate da "sacrificabile": uno scombussolamento è naturale e il calendario intasato, che impedisce di allenarsi bene, ha complicato le cose. Lo sanno anche i dirigenti il cui rapporto con Inzaghi è sempre forte. Nei momenti di crisi viene sempre messo in discussione l'allenatore e anche alcune mosse di Inzaghi sono state criticate internamente (come i cambi, che però a Udine servivano soprattutto a dare uno scossone alla squadra che stava lasciando la gara nelle mani degli avversari), ma Marotta è consapevole delle difficoltà nelle quali Simone si è trovato a lavorare.

SCOSSA - Adesso, comunque, non è più il momento di guardarsi indietro. L'Inter deve ricominciare a spaventare gli avversari e non il contrario. Nell'estate 2021 la società aveva chiesto a Inzaghi il quarto posto e sono arrivati un secondo posto (con enormi rimpianti), due coppe e il ritorno negli ottavi di Champions dopo tanti anni (vincendo ad Anfield e facendo tremare il Liverpool finalista). Non può essere tutto finito. È questo che dirà Simone al gruppo riunito, prima di affrontare la Roma. Inzaghi non scarica nessuno, anzi si sente il primo responsabile. Ma essendo innamorato dell'Inter pretende da tutti, e da se stesso per primo, un cambio di rotta immediato. Non c'è più tempo da perdere, servono risultati ma soprattutto serve la consapevolezza di un percorso. Una squadra che giocava così bene l'anno scorso non può essere sparita. Ha solo smarrito la strada, succede, ma ha i mezzi per ritrovarla e percorrerla di corsa. Dalle difficoltà vengono fuori le grandi squadre. E l'Inter è una grande squadra. È il momento di dimostrarlo.