​Juve, una volta parlava solo Buffon: ora tutti dicono la loro, è un segnale di debolezza

Gianluca Minchiotti
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C'era una volta una Juve nella quale nei momenti difficili si levava una sola voce, quella del capitano. L'emblema di quella Juve è la dura reprimenda di Gianluigi Buffon dopo la sconfitta con il Sassuolo nel 2015-16: da quella chiamata alla responsabilità e all'impegno da parte del capitano, nei confronti della squadra, partì la super rimonta in classifica, fino allo scudetto, della Juve di quell'anno.

PARLANO TUTTI - Oggi, guardando ai bianconeri dopo la clamorosa sconfitta in casa contro il Benevento, notiamo, complice anche le pausa per le nazionali, una babele di interventi, forse anche eccessiva. E' vero che subito dopo il KO della squadra di Andrea Pirlo contro quella di Filippo Inzaghi, la società ci ha messo subito la faccia, con le parole di Fabio Paratici, e poi con quelle dello stesso Pirlo, ma poi nei giorni successivi tanti giocatori hanno detto la loro, in modo inconsueto se guardiamo alla storia bianconera (e sia chiaro che dal nostro punto di vista, quello giornalistico, è auspicabile che sia sempre così, per qualsiasi squadra).

DA CHIELLINI A... PINSOGLIO - Nei cinque giorni successivi a Juve-Benevento hanno parlato, fra gli altri, Chiellini ("Il problema è della Juve in generale, non di Pirlo"), Rabiot ("Alla Juve è tutto più complicato rispetto alla Francia dal punto di vista collettivo"), Morata ("Quello che accadrà nei prossimi mesi solo Dio lo sa") e persino Pinsoglio ("Se resta Ronaldo? Non lo so. Spero sinceramente di sì, perché incide molto. Beh, ha un anno di contratto! In teoria, se non succede qualcosa di strano..."), con interventi che rendono l'idea del momento delicato che stanno attraversando i campioni d'Italia.

LA DIFFERENZA - Sono segnali, anche piccoli se volete, ma che ci mostrano la differenza fra una Juve solida, rocciosa e inaccessibile, che sembra non esserci più, e una Juve fragile e insicura, quella che abbiamo ora davanti ai nostri occhi.