Kean: 'Juve nel cuore, ma andare via mi è dispiaciuto. Tornare l'anno prossimo? Vediamo...'

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Moise Kean, attaccante del Paris Saint-Germain, ma di proprietà dell’Everton, e della Nazionale di Mancini, cresciuto nella Juve ed esploso con Allegri, si racconta a La Gazzetta dello Sport: “A Parigi mi trovo benissimo, mi hanno accolto a braccia aperte, non me lo aspettavo. Qui la gente è più calda, con i compagni di squadra c’è una grande allegria, una gioia di giocare, ci si diverte. Siamo tutti giovani e però di grande talento. Qui puoi solo imparare. Mbappé e Neymar? Sono i due attaccanti più forti che ci siano. Giocare con loro è bello”.

DA PICCOLO - “Quando ero piccolo non tifavo nessuna squadra. Guardavo tutte le partite, ero pazzo per il calcio, ma senza sentirmi tifoso. Mio zio veniva sempre da noi a vedere la tv e lui era milanista. Per cui allora scelsi il Milan. Ma poi cambiavo ogni giorno, ogni partita che vedevo tifavo per la squadra che mi piaceva di più”.

IL RUOLO - “Ovunque decida l’allenatore. A me importa solo giocare. Quello che mi motiva è cercare di fare bene, segnare, aiutare la squadra”.

L’ALLENATORE - “Quello che per me è un vero padre è Corrado Grabbi. Lui mi ha tolto dalla strada, mi ha fatto conoscere la realtà del calcio e quella della vita. Ogni giorno gli sono grato, gli devo molto. Ancora adesso mi chiama per darmi consigli, mi segue. Alla Juve ne ho avuti molti, di importanti. A cominciare da Grosso che nella squadra Primavera mi ha fatto capire com’era il calcio vero. E poi mister Allegri, che mi ha dato fiducia anche se in quegli anni ero un po’ una testa calda… Mi ha fatto giocare, ha creduto in me. E io gli sarò sempre grato”.

VIA DALLA JUVE - “Sinceramente un po’ mi è dispiaciuto. La Juve mi ha dato tutto, sono cresciuto lì, senza la società non sarei dove sono ora. Ma poi ho capito che la vita di un calciatore è così e me ne sono fatto una ragione. Dovevo imboccare la mia strada, diventare uomo, era giusto così. La Juve mi resterà sempre nel cuore. Se ci tornerà l’anno prossimo? Questo non lo so. Ora mi godo le semifinali, poi vedremo. Se sapessimo cosa succede domani, saremmo tutti ricchi”.

IL DIFENSORE - “Il più tosto? Senza dubbio Van Dijk. E poi Giorgio Chiellini. Lui, per fortuna, l’ho incontrato solo in allenamento. Ho ancora una cicatrice…”.

IL TRATTAMENTO ALLA JUVE - “Giorgio era il saggio del gruppo, mi trattava come un fratello piccolo, mi ha sempre dato consigli, mi diceva come entrare in gruppo, come starci. Consigli che mi hanno aiutato e che porto con me”.

LE STAGIONI CON ALLEGRI - “Il mio ricordo è un po’ particolare. A me piaceva molto. Magari scherzando ti stimola a lavorare di più. Lui ti fa una battuta, tu ridi. Poi ci ripensi e capisci che lui, facendoti sorridere, ti ha voluto dire qualcosa di importante, darti un consiglio, un insegnamento. E’ una bella cosa, mi ha aiutato molto. Senza di lui non sarei cresciuto”.

SUL RAZZISMO - “Il razzismo è una brutta cosa, l’ho sentito, non solo in campo, anche quando ero piccolo. Bisogna combatterlo, con decisione. Non si può subire, non si può accettare. Quando sento parlare di razzismo divento triste. Mi sembra assurdo che si possa discriminare una persona per il colore della sua pelle”.