L'Ajax torna a splendere in Europa: merito della cura-Bosz

Da Louis van Gaal a Peter Bosz, un’attesa europea durata vent’anni esatti. Stasera infatti l’Ajax giocherà contro il Lione la sua prima semifinale in una coppa internazionale dopo quella di Champions League edizione 1996/97 persa contro la Juventus di Marcello Lippi. La straordinaria avventura di Van Gaal ad Amsterdam era ormai al capolinea, così come l’Ajax regina d’Europa.

Dopo la sentenza Bosman nulla sarebbe stato più come prima per i club provenienti dalla periferia dell’impero, e la necessità di riprogrammarsi per sopravvivere al mutato contesto calcistico è sfociata per gli ajacidi in un decennio di crisi più o meno conclamata, tra politiche ondivaghe, guerre societarie e allenatori cambiati in serie. Dal ’97 al 2010 sono stati 13 i tecnici che si sono alternati sulla panchina dell’Ajax, prima dell’arrivo di Frank de Boer che, grazie a quattro titoli consecutivi, ha coniugato continuità tecnica con i successi sportivi. Ciò che continuava clamorosamente a latitare era lo spessore internazionale della squadra, il più vistoso punto debole della gestione De Boer, mai andato in cinque anni oltre gli ottavi di finale di Europa League.

Dal 1997 al 2010 si sono alternati 13 tecnici sulla panchina dell’Ajax, prima dell’arrivo di Frank de Boer e di 4 titoli olandesi consecutivi. Ma ciò che continuava clamorosamente a latitare era lo spessore internazionale della squadra.

Peter Bosz non vincerà la Eredivisie alla sua prima stagione e, probabilmente, nemmeno l’Europa League. Eppure quella che sta per concludersi è stata un’annata molto positiva in casa Ajax, specialmente in un’ottica di medio termine. Bosz è stato chiamato dalla dirigenza per dare un segno di discontinuità rispetto al recente passato, da un lato scegliendo un elemento estraneo alla famiglia Ajax (da giocatore Bosz ha vissuto i suoi anni migliori nel Feyenoord), dall’altro puntando sull’allenatore che, dati alla mano, nelle ultime stagioni di Eredivisie si era dimostrato il più cruijffiano sulla piazza.

Vale a dire quello più vicino alla classica filosofia ajacide, diluitasi durante la gestione De Boer in un approccio maggiormente speculativo alla partita, più portato al controllo e alla minimizzazione dei rischi che non all’impostazione e alla creazione di gioco. “Bosz è un tecnico per il quale ha più valore una vittoria per 5-4 rispetto a una per 1-0”, diceva di lui l’allora dt dell’AGOVV Hulb Rouwenhorst.

Il tempo ha smussato certi impeti radicali, non però la filosofia alla base dell’idea di calcio di questo tecnico che agli inizi degli anni 80, quando ancora giocava da pro, aveva fatto un abbonamento alle partite casalinghe dell’Ajax per andare a vedere gli ultimi scampoli di carriera di Cruijff.

Peter Bosz, Ajax, 20160712

Il lavoro svolto da Bosz è costato all’Ajax il titolo della Eredivisie, ma ha garantito alla squadra un’identità (e un futuro) come da tempo non accadeva. L’ottima campagna europea è solo il risultato più visibile di questo processo di ricostruzione, perché non va dimenticato che l’Ajax era reduce da un campionato perso all’ultima giornata sul campo della penultima in classifica.

Dell’undici titolare dell’ultimo Ajax di De Boer (di cui Bosz, con grande intelligenza, non ha mai voluto parlare) sono rimasti in tre: Veltman, Klaassen e Younes. 4-3-3 era il modulo prima e 4-3-3 è ancora oggi, eppure le differenze sono significative. Il trio di centrocampo di De Boer era Bazoer-Klaassen-Gudelj, ovvero un mediano puro, un corridore e un numero 10; quello di Bosz è Klaassen-Schone-Ziyech, ovvero due numeri 10 e un ex play quale Schone, che con De Boer faceva l’ala destra.

Bosz era un elemento estraneo alla famiglia Ajax, ma dati alla mano, nelle ultime stagioni di Eredivisie si era dimostrato il più cruijffiano sulla piazza. Il suo lavoro è costato all’Ajax il titolo della Eredivisie, ma ha garantito alla squadra un’identità (e un futuro) come da tempo non accadeva. 

In difesa a sinistra c’è Sinkgraven, altro ex numero 10 (così è cresciuto nell’Heerenveen), a destra Veltman per lasciare spazio al centro all’esplosivo colombiano Sanchez in coppia con il veterano Viergever (anche se di anni ne ha solo 26). In avanti ecco la scoperta Dolberg, con Traoré (già allenato da Bosz nel Vitesse) dirottato a destra. Tra i pali infine Onana, lanciato titolare nonostante dal Newcastle fosse arrivato Krul per coprire il vuoto lasciato dal trasferimento di Cillessen al Barcellona.

Scelte decise, a volte dolorose come l’esclusione di Riedewald, titolare fisso con De Boer da centrale, terzino o mediano. “Ha giocato molto bene quando è stato chiamato in causa”, ha detto di lui Bosz, “è un centrocampista dalle grandi potenzialità, ma il mio sistema di gioco non prevede un mediano puro, quale lui è, ma un giocatore più portato alla costruzione e al passaggio verticale. Come Schone”. Per questo motivo è stato ceduto Bazoer, che non gradiva l’esclusione (stesso discorso per El Ghazi, uno dei tanti talenti che hanno lasciato la squadra prima della consacrazione con il concreto rischio di perdersi). Bosz però è un tecnico dalle idee forti. Se deve sbagliare, preferisce farlo a modo suo.

Il suo lavoro ha richiesto quasi tre mesi per essere assimilato, un lasso di tempo nel quale il Feyenoord ha accumulato un nutrito vantaggio in termini di punti che nemmeno la rimonta nella seconda metà della stagione dell’Ajax è riuscito ad azzerare, arrivando fino a -1 prima di perdere il big match di due domeniche fa contro il Psv e scivolare a -4.

Con due sole giornate rimaste da giocare, la Eredivisie è praticamente un miraggio. A parte però Klaassen, arrivato al suo massimo in Olanda e destinato a una logica cessione in un campionato top, Bosz si trova già una squadra pronta e competitiva per il prossimo anno, con i vari De Ligt, Nouri, Van de Beek e Kluivert jr. a garantire i rinforzi che altri club sono costretti a cercare sul mercato.

Bosz si trova già una squadra pronta e competitiva per il 2017/18, con i vari De Ligt, Nouri, Van de Beek e Kluivert jr. a garantire i rinforzi che altri club sono costretti a cercare sul mercato. Sarebbe stato un buon candidato per l'Olanda, ma probabilmente avrebbe rifiutato come molti altri.

Bosz è un allenatore partito dalla gavetta per salire tutti i gradini del calcio olandese. Ha vinto un campionato di Eerste Divisie (la B olandese) con l’Heracles Almelo, e lo ha mantenuto in Eredivisie nelle quattro stagioni successive non rinunciando mai ad attaccare, come dimostrato dai 175 gol realizzati dai bianconeri in quattro campionati. Poi ha accettato la difficile sfida del Vitesse, club nel frattempo colonizzato dal Chelsea, riuscendo ad accontentare tanto i nuovi padroni quanto i tifosi, valorizzando i prestiti (Piazon, Traoré, Atsu, Van Aanholt) ma non dipendendo esclusivamente da loro (lasciò in panchina il Blues Wallace e promosse titolare Diks, poi meteora nella Fiorentina, rivendicando piena autonomia nelle scelte).

Quanto il Vitesse dipendesse da Bosz lo si è capito nel gennaio 2016 quando si dimise per andare ad allenare il Maccabi Tel Aviv del dt Jordi Cruijff, e i gialloneri disputarono un pessimo girone di ritorno che li vide crollare dal 5° al 9° posto, mancando anche i play-off Europa League. In Israele invece Bosz lasciò per strada solo quattro punti in metà campionato, dovendosi però accontentare della piazza d’onore alle spalle dell’Hapoel Be'er Sheva.

Sarebbe stato un candidato interessante per la panchina della nazionale olandese, ma forse anche lui, come i vari Ronald Koeman, Ten Cate, Cocu, Van Bronckhorst e Jans, avrebbe declinato l’invito, imbarazzato dal caos che regna in Federazione. Ma questa è un’altra, ben più triste storia.

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