La rivoluzione dei giovani a Euro 88: l'Italia di Vicini, così bella e incompiuta

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L'apice toccato dall'Italia in occasione dei Mondiali 1982 sancì successivamente, come spesso accade dopo un trionfo ancor più se inatteso, una fase calante e avara di soddisfazioni: dalla mancata partecipazione alla fase finale degli Europei '84 fino alla deludente spedizione a Messico '86 era evidente come, avvicinandosi a Euro '88 occorresse un cambio di rotta deciso, anche netto, rispetto all'ultima fase dell'era targata Bearzot. La rifondazione azzurra, dopo i Mondiali '86, ripartì nel nome di Azeglio Vicini e di una generazione di talenti che lo stesso nuovo CT azzurro aveva saputo far risplendere in Under 21: un ricambio generazionale a tutti gli effetti, in sostanza, che premiò elementi come Zenga, Maldini, Donadoni, Giannini, Mancini e Vialli, promossi in Nazionale maggiore o (se già presenti) divenuti non più comprimari ma titolari a tutti gli effetti nel gruppo azzurro, integrandosi con Baresi, Bergomi, Altobelli, Ancelotti e con altri protagonisti confermati da Vicini come senatori del gruppo.

I giovani azzurri in posa | Alessandro Sabattini/Getty Images
I giovani azzurri in posa | Alessandro Sabattini/Getty Images

La gioventù di quel gruppo così rinnovato fu la proverbiale ventata d'aria fresca, una spinta fatta di leggerezza in un collettivo che (anche fuori dal campo) si avvicinò a Euro '88 in un clima di armonia e di coesione non sempre scontato in un ritiro della Nazionale. La leggerezza che finalmente si respirava in quel gruppo aveva certamente le proprie radici nel discorso anagrafico e nello spirito goliardico e giocherellone emerso nel ritiro ma, al contempo, erano le pressioni meno ingombranti del solito a fare la differenza: ci si aspettava di divertirsi, dunque, di godersi qualche bella serata di calcio senza l'imperativo di dover vincere, potendo insomma perdonare anche qualcosa sul piano dei risultati a una squadra così rinnovata.

Fallo su Vialli al debutto | Inpho Photography/Getty Images
Fallo su Vialli al debutto | Inpho Photography/Getty Images

La formula del torneo era quella ormai consolidata, con una fase finale ristretta a otto partecipanti suddivise su due gironi: le prime due in classifica sarebbero state le semifinaliste, incontrando in modo incrociato prima e seconda dell'altro gruppo. Alla fase finale presero parte i padroni di casa della Germania Ovest, Danimarca, Unione Sovietica, Inghilterra, Irlanda, Italia, Paesi Bassi e Spagna: fece scalpore l'eliminazione alla fase di qualificazione della Francia campione in carica, superata dall'Unione Sovietica nel girone per accedere alla fase finale.

Il CT Vicini | GERARD MALIE/Getty Images
Il CT Vicini | GERARD MALIE/Getty Images

La partita inaugurale degli Azzurri era la più delicata e complessa possibile, contro i padroni di casa della Germania Ovest: il gruppo di Vicini non si sentiva a proprio agio nei panni dello sparring partner, forte di un entusiasmo contagioso, e sul campo tale aspetto virtuoso emerse già al debutto del 10 giugno, con occasioni nitide collezionate contro una Germania pronta a buttarla sull'agonismo e sulla personalità, forte di una maggiore esperienza. Dopo le occasioni di Vialli fu il "gemello" Mancini a trovare il vantaggio, un rasoterra sul secondo palo che si infilò in rete e vide l'attuale CT azzurro lanciarsi in un'esultanza liberatoria, uno sfogo verso chi fin lì lo aveva criticato per quanto fatto in Nazionale. Una gioia purtroppo effimera e breve, considerato il pareggio di Brehme dopo appena tre minuti. Episodio ricco di rimpianti, anche a posteriori data la classifica finale del girone: l'arbitro inglese Hackett concesse una punizione a due in area alla Germania dopo che Zenga aveva tenuto il pallone tra le mani troppo a lungo, una decisione tanto fiscale quanto poi fatale per le speranze azzurre di vittoria.

Il successo della Spagna sulla Danimarca nell'altra sfida del girone rendeva necessario un successo contro gli iberici, dopo una prima partita permeata dai rimpianti e per certi versi esemplare per le sorti di quella Nazionale, bella ma incompiuta. Perdere con la Spagna avrebbe significato eliminazione ma l'Italia diede seguito a quanto mostrato al debutto, regalando azioni pregevoli con una naturalezza sorprendente (Ancelotti vero dominatore a centrocampo) e sfiorando il gol a più riprese: la rete decisiva arrivò al 74' grazie a un preciso diagonale di Vialli da sinistra, dopo un velo dell'appena entrato Spillo Altobelli. Il 2-0 sulla Danimarca, firmato Altobelli-De Agostini, sancì il pass definitivo per le semifinali: gli Azzurri passarono però come secondi per peggiore differenza reti rispetto alla Germania (vittoriosa per 2-0 sulla Spagna, quindi forte di un gol in più) e dovettero dunque vedersela con l'URSS, la proverbiale bestia nera, in semifinale.

La semifinale contro l'Unione Sovietica | Inpho Photography/Getty Images
La semifinale contro l'Unione Sovietica | Inpho Photography/Getty Images

Dopo un girone a dir poco incoraggiante, tale da seminare pensieri di gloria nel gruppo e nei tifosi ormai così affezionati a quella squadra, la parola fine all'avventura italiana a Euro 88 la pose l'Unione Sovietica di Lobanovsky, peraltro battuta dall'Italia in amichevole (e sonoramente). La memoria del successo per 4-1 in amichevole e l'entusiasmo per un girone praticamente perfetto, però, tramutarono d'improvviso la sicurezza nei propri mezzi in incapacità di resistere di fronte al gioco degli avversari: quella vista in amichevole quattro mesi prima era solo la brutta copia dell'URSS che Vicini e i suoi si trovarono davanti quel 21 giugno, macchina perfetta trascinata dai gol di Litovchenko e Protasov per il 2-0 finale.

In una finale più bloccata del previsto, tra l'URSS e l'Olanda di Van Basten (capocannoniere del torneo) furono gli Orange ad avere la meglio: resterà per sempre negli occhi il gol del definitivo 2-0 firmato da Van Basten, considerato di diritto uno dei più belli della storia degli Europei, con un destro al volo da posizione impossibile, praticamente dalla linea di fondo, a disegnare una parabola che, tutt'ora, lascia a bocca aperta. Euro 88 sancì dunque la consacrazione di Van Basten, dopo un avvio anche complicato, ma dal punto di vista azzurro riuscì a seminare speranze inattese per poi vederle disilluse, lasciando un velo di rimpianto su una delle Nazionali più amate grazie a quella nota di spensierata gioventù (pronta a stupire e a stupirsi) che Vicini e i suoi ragazzi seppero costruire.

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