La terza squadra di Milano sbarca al Nasdaq con Pandev. Il presidente a CM: 'Modello Brera, il calcio del nuovo millennio'

Dalla ricerca della felicità alla ricerca del successo. Stavolta, in àmbito sportivo. Con un passaggio obbligato attraverso il talento. Il progetto visionario del Brera, terza squadra di Milano, ha coordinate incastonate nel futuro. La società fondata nel 2000 da Alessandro Aleotti, presidente del club, oggi milita in seconda categoria e si è legata alla Brera Holdings con il supporto di Chris Gardner, imprenditore statunitense arrivato in alto partendo da zero e autore del bestseller La ricerca della felicità. Un pezzo di contemporaneità. "Per noi il calcio è una medicina sociale" racconta Aleotti in esclusiva a Calciomercato.com. "Abbiamo scelto di presentarci come realtà alternativa nel mondo del pallone".

OLTRE L’IDEA - Un’idea del terzo millennio. "Fa sorridere ripensare alla fondazione del club, vent’anni fa. Ero a cena con amici in un vecchio ristorante in zona Brera, a Milano. Al tavolo accanto si parlava di calcio. Milan, Inter, solite cose". Fino all’intuizione: " 'Ma perché non mettiamo in piedi la terza squadra della città?', dissi. All’inizio scherzavo, poi mi vennero dietro tanti amici e tutto prese consistenza". In tributo al luogo nacque il Brera Calcio, con maglie neroverdi: "Riaprì la storica Arena civica e cominciammo in Serie D, con Walter Zenga in panchina. Capii subito che sarebbe stato difficile mantenere un club nel professionismo. Non a caso, siamo conosciuti come terza squadra di Milano più per capacità sociali e innovative che per risultati sportivi". Qualche esempio per contestualizzare. "Abbiamo portato il pallone in carcere, tirando su una squadra di detenuti capace di centrare la promozione in seconda categoria. Poi, ci siamo spesi in progetti simili per comunità rom e richiedenti asilo". Questione di prospettive, esperimenti: "A un certo punto abbiamo fatto pure gestire la squadra dai tifosi per una stagione. In quel caso è andata male, siamo retrocessi (ride, ndr). Ma il nostro obiettivo è guardare il calcio con altri occhi". E idee nuove.

VISIONARI - "Poche settimane fa abbiamo vinto un premio negli Stati Uniti, per l’impatto sociale del club. Ci è stato consegnato dalla Internet Marketing Association, ente presieduto dalla nipote di Franklin Delano Roosevelt. Un onore". La svolta è arrivata in quei giorni, a contatto con la storia: "La nostra avventura ha colpito e ho rivisto un vecchio amico, oggi banchiere negli States. Anche grazie a lui, alcuni investitori hanno conosciuto il progetto e palesato la volontà di farne parte, chiedendo di finanziare le nostre idee per un ingresso nel professionismo". Le linee guida? Definite. "Per noi è stato un bel riconoscimento, ma ho subito chiarito la logica. Visto il blasone di Milan e Inter, pensare a un’altra squadra di Milano in Serie A sarebbe stato ridicolo". Roba da vecchio millennio. "Se avessero avuto però intenzione di finanziare un progetto in grado di diffondere il brand all’estero, in Paesi anche meno noti, avrei accettato". Quindi, la stretta di mano e la nascita della Brera Holdings. Per portare fuori dai confini nazionali il "modello Brera", replicando in piccolo quanto proposto dal Manchester City e dal City Football Group di Mansour: "Vogliamo arrivare a 10 club nei primi 5 anni di attività e ci stiamo muovendo tra Europa e Africa per riuscirci. Soprattutto in Africa, daremo vita a un hub per lo scouting, le potenzialità sono infinite".

RETE CALCISTICA - Per arrivare al professionismo senza passare per forza dalla scalata in Italia. "Le realtà individuate sono diverse. Abbiamo cominciato con l’Akademija Pandev, fondata da Goran a Strumica, in Macedonia. Pandev siede nel cda di Brera Holdings e ha sposato il progetto senza pensarci, il suo club verrà ribrandizzato tra un paio di mesi per la prima squadra. L’accademia sopravviverà come scuola calcio, anche grazie all’apertura di filiali nelle città in cui ha giocato e nei Balcani, dove è molto conosciuto. Per l’Europa, l’obiettivo è restare su paesi analoghi alla Macedonia del Nord, con ranking non alti. Lottare in maniera stabile per vincere e partecipare alle coppe lì può essere un obiettivo alla portata". In Africa, il discorso punta a una rete capillare. "In Mozambico abbiamo costituito un nuovo club, ammesso alla serie B, mentre ora stiamo cercando squadre nell’area subsahariana. A breve investiremo in Gambia".

CON I GRANDI - A supportare il modello Brera c’è anche Chris Gardner, imprenditore statunitense dalla storia nota: "È un uomo di straordinario spessore, che ha deciso di investire in prima persona. Ne siamo orgogliosi, quando si muove una figura così è sempre per creare valori capaci di oltrepassare il semplice aspetto economico. Pochi giorni fa è stato a Milano e ha toccato con mano il nostro mondo, ha visto una partita della squadra al Brera Football Village e ha conosciuto la scuola calcio. Ci darà un supporto anche a livello di relazioni".

 

"MODELLO BRERA" -  Tra circa un mese, inoltre, la Brera Holdings farà il suo ingresso al Nasdaq, indice borsistico riservato alle start up: "In quanto forma di raccolta di capitali trasparente, la Borsa è il modo più corretto per fare investimenti di mercato e la quotazione obbliga a mettere in piedi progetti sostenibili". Punti fermi. "L’idea - conclude Aleotti - è quella di portare la cultura calcistica italiana nei Paesi scelti per crescere. Dunque, staff tecnici e manageriali, più che giocatori. Serve dare opportunità alla competenza e il progetto può essere un vettore di avventure nel mondo del pallone per i nostri professionisti". La strada è tracciata. È quella del terzo millennio.