Malcontento come pretesto. Lamorgese: "Dietro le violenze non c'è una sola regia"

Federica Olivo
·Giornalista, Huffpost
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A sinistra la protesta dei ristoratori a Milano, al centro il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese in Senato, a destra guerriglia in piazza del Popolo, a Roma (Photo: HPOST15)
A sinistra la protesta dei ristoratori a Milano, al centro il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese in Senato, a destra guerriglia in piazza del Popolo, a Roma (Photo: HPOST15)

Non c’è una sola mano dietro alle violenze di piazza degli ultimi giorni. “Sono singoli episodi, a livello territoriale. Non c’è una sola regia nazionale”, spiega il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese in un’informativa al Senato sulle scene di guerriglia che si sono viste in varie città, a partire da Napoli, dopo le ultime strette anti Covid. I disordini, ha spiegato la titolare del Viminale, sono “riconducibili ad antagonisti di destra e di sinistra, ultras e elementi legati alla criminalità”. Tra i protagonisti, in alcuni casi, anche minorenni. “Accanto alle civili proteste dei cittadini, abbiamo assistito a inqualificabili episodi di violenza e guerriglia urbana. Si è trattato di episodi che hanno trovato soltanto occasionale pretesto nel malcontento. Tutti gli episodi hanno visto all’opera soggetti che nulla hanno a che fare con le categorie interessate dalle misure del governo”.

Un elemento, ormai, è chiaro. Il virus non è più solo una questione sanitaria ed economica: “L’epidemia sta assumendo una valenza totalizzante con riflessi inevitabili anche sul profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica”, dice il ministro. E sul nuovo dpcm anti-Covid, che ha portato alla serrata di cinema, teatri, piscine, palestre e alla chiusura anticipata di bar, ristoranti, pub, pasticcerie e gelaterie, Lamorgese afferma: “Siamo consapevoli delle difficoltà che le misure emergenziali, sia governative che delle regioni, hanno determinato per gli italiani, soprattutto per alcune categorie. Il governo è in costante ascolto delle voci di disagio”.

E alcune di quelle voci sono scese in piazza oggi, in 24 città. È il giorno delle tovaglie a terra. Delle tavole apparecchiate in strada. Chiamati a raccolta dalla Fipe, i ristoratori protestano contro la nuova normativa. Posate, piatti e bicchieri non sono stati posti sui tavoli oggi, ma davanti al palazzo della Regione Campania, a Napoli, sul sagrato del Duomo di Milano, nella piazza principale di Trento,: “Abbiamo apparecchiato per i piccioni”, dice qualcuno nel capoluogo lombardo. A Napoli, invece, uno scontrino gigante è dedicato al governatore Vincenzo De Luca: “Scusate, ho fallito”, si legge alla fine.

La protesta a Napoli (Photo: ANSA)
La protesta a Napoli (Photo: ANSA)

A Genova poche centinaia di persone sfidano il divieto regionale di manifestazioni, imposto per arginare la diffusione del Coronavirus. “Io sono essenziale”, si legge sui cartelli portati da alcuni di loro. Il governatore della Liguria scende a incontrarli: “Sugli orari non possiamo fare nulla perché il governo ha inibito ogni possibilità di emettere ordinanze non restrittive sui fondi ho già chiesto alla giunta di trovare tutti i soldi che ci sono. La mia idea è quella di darli ai Comuni perché possano applicare tutti gli sgravi fiscali possibili”, dice loro Giovanni Toti. Anche il governatore del Friuli Venezia Giulia, interviene all’iniziativa: “Gli aiuti saranno insufficienti”, dice dalla piazza di Trieste.

Scontrino per De Luca, a Napoli  (Photo: ANSA / CIRO FUSCO)
Scontrino per De Luca, a Napoli (Photo: ANSA / CIRO FUSCO)

A Firenze, in strada a incontrare i commercianti scendono il sindaco Dario Nardella e il presidente della Regione: “Se l’andamento epidemiologico dovesse migliorare, nei prossimi giorni, sarò il primo a impegnarmi per modificare le misure che sospendono la ristorazione dopo le ore 18”, garantisce Eugenio Giani. Gli effetti delle restrizioni, quali che siano, si vedranno nei prossimi giorni. La curva, intanto, continua a salire. A Roma, invece, arriva Matteo Salvini: ’Romperemo le scatole, non lasceremo che finisca come con la cassa integrazione″, dice in piazza della Rotonda, davanti al Pantheon.

Taxi a Napoli (Photo: ANSA)
Taxi a Napoli (Photo: ANSA)

Non solo ristoratori. Accanto a loro ci sono baristi, i tassisti, che hanno visto il loro lavoro ridursi drasticamente negli ultimi mesi, e i proprietari delle palestre. “Siamo a terra”, è il loro messaggio. C’è chi avrebbe preferito una chiusura totale, un nuovo lockdown che - è la tesi di qualcuno - se non altro avrebbe favorito un più veloce ritorno alla normalità. E chi mostra di apprezzare gli interventi dell’esecutivo con il decreto ristoro. Ma quegli incentivi non bastano: “Il Decreto Ristori approvato dal Governo - sottolinea il presidente della Fipe-Confcommercio, Lino Enrico Stoppani - è un primo importante segnale che va apprezzato, ma dopo decine di provvedimenti che hanno avuto problemi a diventare realmente operativi, penso ad esempio ai ritardi della cassa integrazione, il fattore tempo è essenziale per recuperare un pò di fiducia nelle istituzioni. Se le risorse promesse non arriveranno sui conti correnti degli imprenditori entro i primi giorni di novembre, il Paese perderà una componente essenziale dell’agroalimentare e dell’offerta turistica che da sempre ci rendono unici al mondo”.

Non protestano solo le grandi città. A Perugia la mobilitazione inizia con “Il Silenzio”, a L’Aquila i ristoratori scendono in strada con il carro funebre. Un coro unanime e pacifico, diametralmente opposto a quello di chi ha provato a infiammare le città nei giorni scorsi. In alcuni casi riuscendoci.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.