L'anticonformista Fonseca ha plasmato la Roma con mentalità, stile e coraggio europei: ora si gioca tutto con l'Ajax

Luca Fazzini
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Paulo Fonseca non è tipo che si rifugia dietro a frasi fatte o a modi di fare convenzionali. Per questo c'è da credergli quando, in conferenza stampa, definisce la sfida con l'Ajax "la più importante dell'anno". Anzi, "la più importante dell'anno finora". Perché in palio c'è una semifinale europea e la sua Roma si presenta all'appuntamento da una posizione di forza. Il 2-1 dell'andata ad Amsterdam è un vantaggio notevole che pone il coltello dalla parte del manico. Guai, però, a fare calcoli o a presentarsi con un atteggiamento prudente. "Bisogna lottare come se non ci fosse stata l'andata" ha ammonito il portoghese, tenendo fede alla sua filosofia calcistica che si sposa alla perfezione con il credo del calcio europeo.

STILE EUROPEO - Uno stile che Fonseca ha sempre avuto, senza mai abbandonarlo. Tanto in campo quanto fuori. Composto ed educato, rare le polemiche - ne ricordiamo un paio in merito al calendario e all'arbitro - in tipico stile italiano. Ha sempre accettato le critiche ma alle parole ha preferito i fatti. Sin dall'arrivo dallo Shakhtar, con cui aveva collezionato ottimi risultati in Europa, ha esposto il manifesto del suo calcio, fatto di dominio del gioco, possesso palla, attacco e intensità. "In Italia vince chi subisce meno gol e noi cureremo questo dettaglio, ma questo non vuol dire che faremo un gioco difensivo" spiegava nell'estate del 2019. "Vincere non basta. Voglio che la mia sia una squadra dominante, che abbia il possesso palla, che giochi nella metà campo offensiva. Su questo punto non arretro". Idee chiare ma mentalità aperta e intelligente. Come quando, nella scorsa stagione, l'emergenza lo costrinse a rivedere il suo calcio sbarazzino, passando dalla fedele difesa a 4 a quella a 3. Non l'ha più abbandonata.

OCCASIONE D'ORO - E con quella ha costruito le sue fortune, specie in Europa. Perché è vero che in Italia il quarto posto dista 7 punti e che contro le big - inutile sottolinearlo di nuovo - è stato un flop. Ma il cammino europeo è denso di soddisfazioni, frutto di estrema calma e grande senso del lavoro. Non è un caso, allora, che la sua Roma sia l'unica italiana superstite in Europa. Così, mentre il dibattito si scontra sul reale valore del gioco dell'Inter di Conte e l'opinione pubblica ha ancora negli occhi lo spettacolo di Psg-Bayern, Fonseca raccoglie i primi frutti delle sue idee. La qualificazione, però, è apertissima, perché all'Olimpico arriva un Ajax giovane, spensierato e spesso pericoloso in trasferta. Per batterlo Fonseca punta su Mkhitaryan e sul bomber straniero Dzeko, alla ricerca del 30° gol europeo in giallorosso. A sinistra, invece, fiducia al giovane Calafiori. Sì, mancano Spinazzola e Bruno Peres, ma qualche soluzione d'emergenza poteva esserci. Come Veretout, che già in un'occasione venne schierato in fascia. Invece spazio - senza timore né dubbi - a un 2002. Un altro punto a favore di un tecnico europeo e coraggioso. Che ha cambiato la Roma, ma che ora deve vincere. Anche perché, tra meno di due mesi, a Trigoria si tirerà una riga e si valuteranno i risultati. I dubbi dei Friedkin restano, il rinnovo automatico in caso di 4° posto potrebbe non bastare. Serve, allora, un grande successo europeo, magari prendendo spunto da quello storico 3-0 del 2018 contro il Barcellona che regalò la semifinale di Champions. Solo così sarà conferma, ma prima c'è l'Ajax, "la più importante dell'anno". Fin qui. Nessuna banalità, Fonseca docet.