Last Banner, il security manager legato ad Agnelli: 'Troppe pressioni dagli ultras, me ne andai. Minacce alla Juve'

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Un nuovo capitolo del processo Last Banner, che punta a far luce sul rapporto tra gli ultras della Juve e la società. Nella giornata di ieri, il security manager bianconero, Alessandro D'Angelo, è stato ascoltato come testimone, raccontando il timore di alcune ritorsioni: "Richieste continue, pressioni costanti, un numero spropositato di messaggi e chiamate a qualsiasi ora" riporta La Stampa. "Non posso dire di essermi sentito minacciato personalmente, ma sapevo che se non fossi riuscito a portare a casa il risultato ci sarebbero stati gli scioperi del tifo, sanzioni a carico della società. Anche il mio lavoro ne avrebbe risentito. La pressione era tale che chiesi di essere sostituito nel ruolo di addetto ai rapporti con la tifoseria". E nel 2018, dopo che la Juve cancellò - d'accordo con la Questura - alcune agevolazioni (ingresso gratuito per gli striscionisti, rinnovo degli abbonamenti...), D'Angelo iniziò a temere "che si sarebbe scatenata una serie di cose". Un tacito accordo tra ultras e società, intimidazioni verso la Juve (parte civile del processo) da parte di quegli ultras con cui - racconta D'Angelo - c'era un "patto di non belligeranza". Lo strumento era "cedere sulla vendita dei biglietti: non ho mai denunciato per inesperienza e paura".

LE MINACCE DI MOCCIOLA - Nel corso dell'udienza spazio anche a un incontro avvenuto l'8 luglio 2019. Protagonista è Geraldo "Dino" Mocciola, capo dei Drughi, il principale gruppo ultras della curva bianconera. Nel suo curriculum, da criminale, anche l'omicidio di un carabiniere. Mocciola chiede a D'Angelo duecento biglietti per le trasferte europee tramite un ricatto, minacciando di divulgare un dossier segreto contenente telefonate con Raffaello Bucci, ex ultrà, collaboratore dei servizi segreti e della Juventus nella gestione dei rapporti con la curva​, morto nel 2016 precipitando da un viadotto: "Mi parlò della vicenda Bucci, per me sensibile e dolorosa, e mi disse che Ciccio aveva più piedi in più scarpe" riporta il Corriere di Torino. "E che se la Juve avesse denunciato gli ultrà per estorsione, loro avrebbero tirato fuori un faldone con le registrazioni delle telefonate di Bucci. Fui colpito dalla terminologia: sembrava a conoscenza dell’indagine. Alla frase 'più piedi in più scarpe', pensai al fatto che fosse un ex ultrà, un collaboratore della Juve e della polizia, e che avesse contatti con i servizi segreti. O almeno questo venne fuori sui giornali. Ho un rapporto professionale e personale con Andrea Agnelli, che conosco da 40 anni. Per 42, mio papà ha lavorato per la famiglia, come uomo di fiducia. Quella sera mi preoccupai, come se fossero venuti a cercarmi a casa. Vivevo di un compromesso: cedere sui biglietti, per quanto sapevo fosse illecito amministrativo, per garantire una partita tranquilla".