L'attivista Goretzka in gol contro fascismo e omofobia: salva Low e risponde a Orban nella partita arcobaleno

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Il più celebre è, probabilmente, Tommie Smith. A Città del Messico, durante le Olimpiadi del 1968, il fotografo John Dominis non si limitò a scattare una foto, ma dipinse uno dei quadri più famosi ed iconici dell'intero Novecento. In anni scanditi da rivolte in favore dei diritti dei neri, il gesto del velocista, che sul podio alzò il pugno verso il cielo, aprì il dibattito sul legame tra sport e politica. Questione quanto mai attuale, affrontata in modi diversi da atleti di visibilità mondiale. Si pensi al razzismo e alla lotta Nba guidata da LeBron James, replicata in maniera simile prima del fischio d'inizio in Premier League (e in alcune gare degli Europei).

LA PARTITA ARCOBALENO - Eccoli, gli Europei. Balzati alla cronaca generalista dopo la polemica tra Ungheria e Germania. Al centro c'è la legge approvata dal Parlamento ungherese che vieta la promozione dell'omosessualità presso i minori. Niente contenuti legati alla comunicata LGBTQ+ nelle scuole, in un tentativo di limitare i diritti degli omosessuali favorito dalla politica del premier Viktor Orban. Per questo, specie dopo che la Uefa non aveva concesso all'Allianz Arena di Monaco di illuminarsi con i colori dell'arcobaleno, Germania-Ungheria non era solo una partita di calcio. E non lo è stata, illuminata da Leon Goretzka, il cui gol all'84' ha salvato i suoi dalla clamorosa eliminazione al primo turno.

LA LOTTA ALL'OMOFOBIA - Il suo cuore mostrato, ostentato ai tifosi ungheresi dopo il gol, è la risposta più diretta e potente al coro "tedeschi omosessuali" alzatosi ieri in Baviera dallo spicchio di stadio riservato agli ungheresi. Una storia, quella di Goretzka, che parte da lontano. Dalla Ruhr, regione industriale e proletaria, ma anche dalla Polonia, a cui deve le origini della famiglia - e del cognome, Gorecki. Deciso a svincolarsi dalla più classica etichetta del calciatore superficiale, pronto a esporsi senza vergogna su temi civili. Lui che considera lo sport come "simbolo perfetto di come dovrebbe funzionare una società: non importa da dove vieni, che lingua parli o che tipo di cultura vivi". Lui che già in passato aveva affrontato l'omertà che talvolta domina nel mondo del calcio, rispondendo allo scetticismo di una leggenda tedesca come Philip Lahm. "Spero che possa succedere già durante la mia carriera, sono sicuro che i tifosi affronterebbero l'argomento in modo molto più naturale di quanto si pensi a volte, perché la nostra società è spesso molto più avanzata dello sport" aveva ribattuto all'ex terzino del Bayern, che aveva suggerito ai calciatori omosessuali di evitare il coming out.

L'IMPEGNO POLITICO - Ma il Goretzka attivista è un polipo che agisce con più tentacoli. Arrivando anche alla politica intesa in senso stretto, con pesanti critiche all'Alternative für Deutschland (AfD), partito nazionalista e conservatore di estrema destra. In un'intervista a Welt am Sonntag aveva provato a smascherarne mosse e strategie: "Il Covid ha reso molto chiaro di che partito si tratta, è una vergogna per la Germania. È un partito appoggiato da gente che nega la pandemia e che relativizza l’Olocausto".

RUOLO SOCIALE - Già, l'Olocausto. Altro tema verso cui Goretzka è apparso sensibile. Risale allo scorso dicembre, infatti, un incontro con Margot Friedländer, sopravvissuta ai campi di concentramento: "Non dimenticherò mai la conversazione per il resto della mia vita, ha anche portato con sé la sua stella gialla. Questi sono momenti in cui ti blocchi letteralmente. Dobbiamo essere noi a fare in modo che una cosa del genere non accada mai più". Idee chiare di un cittadino prima che di un calciatore. Sceso in campo, in prima persona, durante l'emergenza Covid: insieme al compagno Kimmich ha lanciato #WeKickCorona, campagna di raccolta fondi per le categorie più deboli, donando un milione di euro ad associazioni. Fino al gol di ieri: pesante per la Germania, simbolico per il mondo.

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