Le 5 ragioni per cui Speravo de morì prima è una serie che funziona

Matteo Baldini
·4 minuto per la lettura

Cosa si può fare quando un mito è stato già vissuto, raccontato e persino spremuto in abbondanza? Lo si può tacere, affidandosi ai ricordi e agli abbondanti archivi che lo riguardano, o si può scoprire un punto di vista nuovo, che mescoli le carte in tavola e ci dica qualcosa di differente. Come nella storia, che si plasma in base a chi la racconta e al suo punto di osservazione, anche nella descrizione della leggenda sportiva si inciampa costantemente nell'esaltazione a priori, nella ricerca del superlativo, nell'icona da venerare.

Ma così si perde per strada il fascino delle storie enormi: il loro essere, anche, delle storie "minime", fatte di lati oscuri, di solitudini, di normalità. Proprio per questo Speravo de morì prima, la serie incentrata sugli ultimi anni di carriera di Francesco Totti e più in generale sulla sua vita, sembra colpire nel segno. Queste le 5 ragioni per cui Speravo de morì prima è una serie che funziona:

1. Il cast

Gian Marco Tognazzi è Luciano Spalletti | Elisabetta A. Villa/Getty Images
Gian Marco Tognazzi è Luciano Spalletti | Elisabetta A. Villa/Getty Images

I prodotti di fiction nati da storie vere presentano sempre il rischio dell'imitazione, della macchietta fin troppo facile da proporre per fare colpo. Qui però succede qualcosa di diverso: Castellitto conosce Totti, lo ha vissuto sulla propria pelle come romanista, e riesce a interpretarlo senza scimmiottarlo. La Scarano è Ilary Blasi a modo suo: la interpreta senza enfatizzare nulla, ne tratteggia un profilo fedele. Menzione d'onore per Tognazzi nei panni di Luciano Spalletti: anche qui è l'antagonista a dare forza al racconto, uno Spalletti prima amico e poi nemico, un uomo singolo che rappresenta un'idea e l'incubo di dover prima o poi smettere di giocare. Un personaggio difficile da portare sullo schermo, spesso prolisso e "complicato" nel raccontarsi, che invece viene restituito con poche e riuscite pennellate.

2. L'approccio ironico

Totti scherza con Cassano | MARCO BERTORELLO/Getty Images
Totti scherza con Cassano | MARCO BERTORELLO/Getty Images

Voler esaltare qualcuno o qualcosa, come detto, fa correre il pericolo concreto di diventare stucchevoli, ridondanti. Il punto di forza della serie, invece, è proprio la voglia di non prendersi sul serio: può raccontare tutto ma senza voler essere documentaristica, può persino accostare il dono del talento alla vocazione religiosa (scomodando papi e santi) strappando un sorriso, senza cedere mai alla retorica. E in questo si ritrova tanto della Roma del Pupone.

3. La verosimiglianza

Totti portato in trionfo | Paolo Bruno/Getty Images
Totti portato in trionfo | Paolo Bruno/Getty Images

Per raccontare una storia vera, soprattutto se vissuta in prima persona da chi la guarda, è vitale essere verosimili. Non significa scimmiottare la realtà ma ricreare un mondo che abbia una coerenza, un filo conduttore e che racconti storie in cui immedesimarsi. E Speravo de morì prima possiede il pregio, anche la fortuna, di intrecciare persino fiction e realtà, con persone importanti della vita di Totti che hanno partecipato ad alcune scene, come a voler mettere un timbro di garanzia sul fatto che quella sia proprio la sua storia e non una versione sbiadita.

4. I retroscena più curiosi

Totti e Garcia | Robert Cianflone/Getty Images
Totti e Garcia | Robert Cianflone/Getty Images

Dopo due soli episodi sono già tanti gli aneddoti curiosi e talvolta surreali messi in scena: dal dialogo con De Rossi sul destino segnato di Garcia, a Spalletti che per caricare Totti si spoglia e corre nello spogliatoio, allo stesso tecnico di Certaldo che si "coccola" Totti nel momento dell'infortunio, rendendolo partecipe della costruzione della squadra e del mercato. Momenti che in tanti avrebbero pagato per vedere e che, in qualche modo, diventano ora accessibili, seppur nel racconto messo in scena.

5. La popolarità del messaggio

L'addio al calcio di Totti | Paolo Bruno/Getty Images
L'addio al calcio di Totti | Paolo Bruno/Getty Images

Quel che la serie racconta riesce a essere popolare da due punti di vista: da un lato la vicenda la conosciamo tutti, fa parte dei nostri ricordi a prescindere da quale sia la nostra squadra del cuore. In tanti, insomma, ricorderanno come hanno vissuto l'addio di Totti al calcio, cosa stavano facendo in quel momento e come hanno reagito. Il discorso è popolare anche per un altro verso: la paura della fine, del cambiamento, di interrompere quel che si conosce (il calcio vissuto in campo, per Totti) per fare un salto nell'ignoto. Questioni a cui, in modo diverso, nessuno può dirsi immune.

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