Licenziati si comprano l'azienda: come si esce dalla crisi

Anche se a ritmi meno sostenuti rispetto agli anni precedenti, sono ancora tante le imprese che in Italia chiudono i battenti. Secondo i dati dell'ultimo osservatorio Cerved, tra marzo e giugno 2019 sono fallite 2.844 imprese, il 4,4% in meno rispetto alle 2.975 dell’anno precedente. Che sia per il calo della domanda, per la crisi, per errori di gestione, scommesse troppo azzardate o perchè semplicemente certe realtà non sono abbastanza redditizie, la chiusura delle aziende ha un unico risultato: dipendenti senza più un lavoro. Imprese come il Centro Moda Polesano di Stienta, Rovigo, la Ipt di Scarperia a Firenze o la WBO Italcables di Caivano, in provincia di Napoli a cui si è aggiunta qualche giorno fa l'esperienza di Ceramica Noi a Città di Castello, a Perugia non hanno in comune solo la chiusura. Queste fabbriche sono state "recuperate" dai dipendenti che ci lavoravano con l'intento di mantenere l'occupazione. Operai che non si sono arresi, che hanno investito i soldi della disoccupazione e del tfr per ri-comprare l'azienda che li aveva lasciati a casa.

Mappa Google Rete italiana imprese recuperate
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L'ultima fabbrica "recuperata"

L'ultimo esempio è quello degli operai di Ceramisia, in Umbria, ai quali era stata comunicata la delocalizzazione in Armenia nell'estate 2019. Tutti insieme hanno deciso di reagire unendosi in una cooperativa e fondando Ceramica Noi. Un investimento da 180mila euro per acquistare i macchinari e affittare il capannone, che a distanza di quattro mesi dalla triste notizia ha dato i propri frutti con la riapertura della fabbrica il 17 novembre. E il simbolo della loro rinascita se lo sono anche tatuato sul braccio: il marchio della società con lo slogan "Tutti per uno, un sogno per tutti".


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Italcables a Caivano

Lo stesso era successo a Italcables a Caivano, in provincia di Napoli, ditta che dal 1970 produce cavi e trefoli in acciaio per armare il cemento precompresso. Dopo la crisi finanziaria nel 2013, nessuno era interessato ad acquistarla per rimettere in moto la produzione. L'unica attrattiva era portare le macchine all'estero, ma i lavoratori hanno deciso di opporsi e dopo un lungo e periglioso percorso sono riusciti a fare nascere una cooperativa, investendo mobilità e tfr accumulato.


Centro Moda Polesano di Stienta

Un'altra azienda che ha superato la crisi internazionale nel marzo 2018 è stata il "Centro Moda Polesano di Stienta", in Veneto, dove si confeziona abbigliamento di alta moda per grandi firme. Dopo cinque mesi di inattività per uscire dalla liquidazione coatta amministrativa, la fabbrica è rinata a luglio dello stesso anno e ha assunto addirittura nuovi dipendenti.


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Due esempi di rinascita nel Centro Italia

Anche nel centro Italia non mancano esempi virtuosi. Dai dipendenti della Vetreria di Empoli che si sono "recuperati" e hanno pensato a una scuola per formare i giovani che vogliono portare avanti un mestiere sempre più raro, a una delle prime fabbriche rinate, la cooperativa Ipt (Industria Plastica Toscana) di Scarperia (Fi) che negli anni '90 non solo è stata riacquistata dai lavoratori, ma ha addirittura cambiato produzione, passando dai sacchetti e pellicole per il pane a shopper biodegradabili.


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Legge Marcora

Tutto questo è possibile grazie alla legge Marcora, Legge 27 febbraio 1985, n. 49, che permette alle aziende in fallimento di essere recuperate dai dipendenti sottoforma di cooperative. Le operazioni di workers buyout – termine inglese che indica l'acquisto da parte dei lavoratori – vengono finanziate in parte da chi ci lavorava prima investendo l’indennità di mobilità e in parte con fondi speciali.
Le cooperative in Italia sono quasi 60mila e secondo il rapporto Istat-Euricse sono le uniche realtà a crescere negli anni di crisi.

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