Limiti tecnici e stelle in là con gli anni: Barcellona, è la fine di un'era?

Quando il 27 aprile del 2012, Pep Guardiola annunciò il suo addio al Barcellona, furono in molti a pensare che un ciclo si era definitivamente chiuso. Il tecnico iberico, che poi sarebbe approdato dal Bayern, lasciava il club nel quale era cresciuto e si era consacrato prima come grande centrocampista e poi come allenatore di caratura mondiale, dopo aver arricchito la bacheca con 3 titoli di campione di Spagna, 2 Coppa di Spagna, 3 Supercoppe di Spagna, 2 Champions League, 2 Supercoppe Europee e 2 Mondiali per Club, ovvero 14 trionfi complessivi.

I successi di quel Barcellona però non raccontano tutto. Se i numeri fanno della compagine blaugrana una delle più dominanti di tutti i tempi, ciò che realmente ha lanciato quel gruppo di giocatori nella storia è il modo in cui quei trionfi sono arrivati. Il Barça infatti, strabiliò il mondo non solo per la qualità dei campioni in rosa, moltissimi dei quali prodotti dal suo straordinario settore giovanile, ma soprattutto per il suo gioco.

Tiki-Taka diventò una parola di uso comune in ambito calcistico, l’emblema di uno stile di gioco fatto di possesso palla, di ritmi tutt’altro che serrati alla ricerca dell’occasione giusta per colpire, di poca verticalità e tanti palloni in orizzontale. In una parola sola fu una rivoluzione. Il gioco del Barcellona di Guardiola fu un’autentica arma da sfruttare contro tutte quelle squadre che non erano abituate a quel tipo di filosofia ed ispirò una nuova generazione di allenatori che ancora oggi provano a riprodurre, con alterni risultati, quella tipologia di calcio.

Guardiola lasciò al termine di un’annata chiusa al secondo posto in Liga e nella quale i catalani riuscirono a spingersi fino alle semifinali di Champions. I successi in Coppa del Re, Supercoppa di Spagna, Supercoppa Europea e Mondiale del Club, arricchirono la bacheca ma non riuscirono a cancellare la sensazione che qualcosa si fosse rotto. Il Barça aveva smesso di dominare e giocatori come Valdes, Puyol, Xavi ed Abidal erano ormai arrivati quasi al capolinea di un leggendario percorso.

PS BARCELLONA POST GUARDIOLA

A raccogliere l’eredità di Guardiola fu il suo fido secondo Tito Villanova. Il Barcellona scelse la linea della continuità affidandosi al compianto allenatore che tutto sapeva dell’ambiente blaugrana e che meglio di tutti avrebbe potuto continuare sul solco tracciato dal suo predecessore. I risultati furono straordinari in campionato, visto che arrivò il titolo di campione di Spagna, in Champions i catalani si fermarono ancora in semifinale travolti dal Bayern (4-0 all’andata, 0-3 al Camp Nou).

Un tumore si portò via Villanova nell’aprile del 2014 negandoci la possibilità di capire se realmente il vero erede di Guardiola avrebbe potuto portare avanti il progetto rivoluzionario  di Pep, quello che è certo è che il Barça si preparava ad affrontare un’annata estremamente deludente: quella targata Martino.

Il tecnico argentino condusse la squadra al secondo posto in campionato e si fermò nei quarti di Champions. Il Tiki-Taka di ‘Guardiolana’ memoria era solo un ricordo, il ’Tata’ ed il suo calcio verticale vennero congedati dopo appena una stagione.

A riportare il Barcellona ai fasti di un tempo, ci pensa Luis Enrique. Approdato sulla panchina del Barcellona nel 2015, dopo un avvio complicato, riesce a chiudere la sua prima stagione al Camp Nou con un Triplete da leggenda. Arrivano i trionfi in Campionato, Coppa del Re e Champions League (ai danni della Juventus in finale), quello nuovo però non è più il Barça dal possesso asfissiante e de La Masia, ma è quello di uno dei tridenti più forti di ogni tempo: quello composto da Messi, Neymar e Suarez.

Il Barcellona adesso non disdegna anche il lancio lungo, l’obiettivo è innescare subito i tre fuoriclasse che in Spagna e in Europa viaggiano a medie realizzative mai nemmeno immaginate prima. Chi si aspetta una nuova egemonia blaugrana però si sbaglia. Nell’annata successiva arrivano altri quattro titoli ma il cammino in Champions si ferma ai quarti, proprio come accaduto in questa stagione.

Il Barcellona di oggi, annientato dalla Juventus allo Stadium e quasi incapace di impegnare Buffon al Camp Nou, si riscopre più stanco, certamente meno letale e forse realmente alla fine di un’era. Senza nulla togliere agli straordinari meriti della squadra dei Allegri, i blaugrana in questa stagione hanno mostrato dei limiti evidenti.

PS ETA' BARCELLONA

La rosa, terribilmente forte nell’undici titolare non offre grandi alternative in panchina. Messi, Suarez e Neymar sono intoccabili in attacco e nel reparto offensivo, alle loro spalle c’è il vuoto. Da questo punto di vista, il Piquè schierato in avanti nei minuti decisivi della sfida con la Juve dice molto.

Non meglio si può dire della difesa: nelle ultime quindici gare sono stati 21 i goal subiti, ovvero 1,4 a partita e soprattutto il reparto mostra una fragilità che è sotto gli occhi di tutti. Luis Enrique ha provato ad alternare i moduli a tre o a quattro, il risultato non è cambiato. Il poco filtro garantito dal centrocampo e la scarsa velocità di alcuni elementi, ha reso la porta di Ter Stegen preda facile per quegli avversari abili nelle ripartenze.

Elementi quali Iniesta, Piquè, Jordi Alba e Mascherano sembrano da tempo lontani dal miglior stato di forma e i sostituti quali Gomes, Digne, Umtiti o Mathieu non sono di certo alla loro all’altezza né sotto il punto di vista della classe né sotto quello del carisma.

Il doppio confronto con la Juventus insomma (ma anche quello con il PSG, visto che solo un miracolo sportivo ha evitato la clamorosa eliminazione negli ottavi), ha messo in luce tutti i difetti di una squadra incapace di dominare come un tempo sotto il profilo del gioco e di una rosa con troppe lacune per poter realmente competere con le super big del calcio europeo.

La stagione potrebbe ancora regalare una Coppa di Spagna, mentre sarà il Clasico in programma domenica a dire se ci sono concrete speranze di vincere ancora il campionato, intanto però con un Luis Enrique che ha già annunciato da tempo il suo addio e con diversi campioni in là con gli anni (l’età media dei giocatori è di 27 anni), la sensazione è che sia arrivato il momento di provare a ricostruire un qualcosa di diverso partendo magari da forze nuove e vecchie certezze.

 

Usando Yahoo accetti che Yahoo e i suoi partners utilizzino cookies per fini di personalizzazione e altre finalità