L'incredibile contraddizione dello stop a dilettanti e calcio giovanile. Scelta illogica, che mette a rischio i più piccoli

Emanuele Tramacere
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La Lombardia guida il gruppo, con restrizioni serissime ed equiparate a una sorta di "lockdown" regionale dello sport dilettantistico e delle attività di base, ma anche nel resto del paese, con l'ultimo Dpcm, sottoscritto dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, milioni di ragazzi non se la passano meglio in quello che dovrebbe essere un diritto fondamentale. "Lockdown dello sport". Utilizziamo apposta quella parola che nessuno dentro al Pirellone e men che meno a Palazzo Chigi osa pronunciare, ma che purtroppo per molti è già attualità. Perché la prima mannaia nel contenimento della seconda ondata dell'emergenza Covid è arrivata ancora una volta su un mondo, quello dello sport, che già a lungo ha sofferto e che ha fatto di tutto e spesso di più rispetto a quanto nelle proprie disponibilità per mettere gli atleti nelle condizioni di continuare l'attività in sicurezza.

Parliamo di calcio, ma il ragionamento si può e si deve allargare a tutte le discipline sportive, riconosciute e non. Perché oltre al mondo del pallone anche le altre discipline di contatto che vanno dalla pallavolo alla pallacanestro, ma anche i meno noti tchoukball, korfball o netball sono stati limitati nelle proprie attività dopo aver provveduto a mettere in atto rigidi protocolli sanitari che vanno spesso oltre la presenza di un medico sociale in organigramma.

Ciò che però colpisce perché in contraddizione con molti altri aspetti del Dpcm e delle stesse dichiarazioni dei vari Ministri fra cui quello della Salute, Speranza, e dello stesso Premier Conte, è la scelta di bloccare del tutto in Lombardia e limitare ai soli allenamenti individuali nel resto d'Italia, l'attività di base, quella legata a bambini e ragazzi. Una scelta in aperta contraddizione, ad esempio, con quella di proseguire senza se e senza ma con l'attività didattica e scolastica. A bambini che si ritrovano quotidianamente in 20/25 in un luogo chiuso per almeno 4 ore filate al giorno (seppur con mascherina), che non sono controllati a vista nei momenti di "svago" come l'intervallo o l'ingresso/uscita dagli istituti e che spesso con mezzi pubblici percorrono il tragitto casa-scuola, viene vietata l'attività ludica e sportiva, spesso all'aperto e con l'attenta supervisione di allenatori e personale delle società a a cui, con grande fiducia è stato chiesto il sacrificio di adeguarsi a norme e protocolli.

Una scelta illogica, che secondo gli esperti rischia anche di mettere a rischio proprio loro, i ragazzi, che lo stato sta cercando disperatamente di proteggere. ​Un rischio conclamato, quello di mettere a repentaglio non solo lo stato mentale dei più piccoli, ma anche la loro salute. In una recente dichiarazione, infatti, il Direttore Generale dell’OMS Ghebreyeesus ha lanciato l'allarme: "Eliminando lo sport giovanile, aumenterà l’obesità infantile (l’Italia è seconda in Europa) e le patologie correlate".

Eliminando lo sport "tutelato e regolamentato", inoltre, lo Stato li sta abbandonando a se stessi, gettando sulle spalle di questi ragazzi la responsabilità civile dell'evitare di spostare la propria attività ludica nei parchi, o peggio ancora, per strada invece che garantirgli un servizio tutelato e regolamentato. Del resto anche lo stesso Maurizio Casasco, presidente della Federazione Medici Sportivi, ha ribadito: "Scuola e sport giovanile devono essere allineati, non esiste logica per fermare i giovani sportivi". Lo sport non è un problema, anzi, forse potrebbe addirittura è la soluzione più importante.