L'uomo della finale di Champions: Mason Mount, il tuttocampista canterano pupillo di Lampard e consacrato da Tuchel

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Il suo essere tuttocampista lo rendeva già potenzialmente uomo chiave della partita fin dalla vigilia, viste le caratteristiche del Manchester City. Quanto visto ad Oporto non ha smentito le aspettative e allora Mason Mount è stato il man of the match della notte che ha consegnato al Chelsea la seconda Coppa dei Campioni/Champions League della propria storia, oltre che il simbolo della bravura di Thomas Tuchel nello sfruttare al meglio le caratteristiche dei propri giocatori, in particolare dei giovani.

Un po’ mezzala, un po’ trequartista, il ragazzo di Portsmouth ha messo tutto questo dentro alla propria prestazione da giocatore completo, perfetto nello scompaginare i piani dei guardioliani con quel gran movimento tra le linee che non ha dato riferimenti a difensori e centrocampisti su come riuscire ad arginarlo. L’assist spaziale per il gol partita di Havertz è stata soltanto la gemma più visibile della partita di Mason, inaspettatamente utile e inesauribile anche nel lavoro sporco in supporto a Kanté e Jorginho per non far avvertire l’inferiorità numerica a centrocampo, aspetto che Tuchel aveva messo nel conto al cospetto di un allenatore che ha ribadito il proprio credo di giocare infoltendo la squadra di centrocampisti offensivi anche in zona offensiva. La tattica del tecnico catalano non ha però dato frutti in nessuna delle due fasi, perché Mendy è stato praticamente inoperoso e perché, gol a parte, i Citizens si sono fatti sorprendere troppe volte a palla scoperta e con troppo campo alle spalle, venendo graziati dagli errori di mira di centrocampisti in inserimento e attaccanti del Chelsea.

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