Ma il calcio è davvero dei tifosi?

Andrea Gigante
·4 minuto per la lettura

È durata appena 48 ore la vita della Superleague: poco per vederle concretamente prendere forma, ma abbastanza per sconvolgere, almeno temporaneamente, il mondo del calcio. Quando le 12 sorelle hanno deciso di ammutinarsi dalle istituzioni del football europeo, si è sollevata una rivolta popolare, tra gente che esprimeva il proprio dissenso su internet e quelli che hanno scelto le proteste di una volta, scendendo in strada con striscioni e cori di disapprovazione verso la lega neonata.

È soprattutto in Inghilterra che le manifestazioni si sono fatte sentire, visto che le prime a fuggire dalla Superlega sono state le big 6 della Premier. Arsenal, Liverpool e Tottenham sono arrivati persino a chiedere ufficialmente scusa sui propri canali per non aver interpellato i tifosi prima di prendere una decisione così drastica per il club.

Girovagando sui social, è facile imbattersi in frasi del tipo "I tifosi hanno bloccato la Superleague, perché il calcio è dei tifosi". A distanza di un giorno dalla baraonda creata da questo evento, proviamo a rimanere in tema e a rispondere a un interrogativo:

Ma il calcio è davvero dei tifosi?

Restando sempre in Premier, sappiamo che molte società hanno particolarmente a cuore le opinioni dei propri fans, e per questo organizzano con cadenza regolare delle assemblee tra dirigenti e rappresentanti delle curve per parlare di temi come: risultati della squadra, costi dei biglietti, possibili giocatori da ingaggiare nel calciomercato etc. È chiaro quindi che con l'adesione dei club inglesi alla Superleague, i tifosi si siano sentiti traditi.

Un tifoso degli Spurs manifesta contro la Superleague | Justin Setterfield/Getty Images
Un tifoso degli Spurs manifesta contro la Superleague | Justin Setterfield/Getty Images

Fino a qualche anno fa, le società calcistiche informavano i propri supporters su ogni novità, ma adesso non è più così; significa che qualcosa sta cambiando, che il rapporto fan-squadra si sta dilatando, con quest'ultima che cerca sempre più di agire autonomamente. Purtroppo il calcio sta diventando sempre più un business. Sì va bene, è una frase fatta che sentiamo praticamente ogni giorno, ma è così.

Le cose hanno iniziato a cambiare negli anni 2000, quando i primi petrodollari hanno iniziato a interessarsi al gioco più seguito al mondo. I 165 milioni di euro spesi da Abramovich nel 2003 per il suo primo calciomercato da presidente del Chelsea sembrano spiccioli in confronto alle cifre che vengono sborsate oggi. Da quando sono arrivati gli sceicchi, quelli del Manchester City e del Paris Saint-Germain su tutti, squadre di secondo ordine, senza una grande storia alle spalle, si sono ritrovate ai vertici del calcio mondiale grazie ai propri acquisti faraonici.

Roman Abramovich nel 2003 | Ben Radford/Getty Images
Roman Abramovich nel 2003 | Ben Radford/Getty Images

Ma non sempre le proprietà straniere investono ingenti somme di denaro per raggiungere grandi obiettivi sportivi; spesso lo scopo è quello di guadagnare il più possibile, di spremere al massimo la squadra, vendendo ogni anno i migliori giocatori della rosa, e inseguire così il sogno della plusvalenza. Pensate a una Roma con i vari Salah, Alisson, Pjanic, Strootman e ci fermiamo con questi, altrimenti potremmo restare qui all'infinito. L'era Pallotta è un esempio di disaffezione delle società dalla tifoseria; tuttavia, questo non ha causato come contro risposta un allontanamento della curva dai giallorossi. Anzi, potremmo persino dire che ha rafforzato il sentimento di appartenenza verso quei colori e i tifosi della Roma prendono quasi con ironia le cessioni dei propri giocatori, scommettendo su chi sarà il prossimo a essere venduto.

C'è però un fenomeno molto particolare che ha iniziato ad affacciarsi negli ultimi anni, l'azionariato popolare. Nelle serie minori militano spesso squadre con una grande storia alle spalle, piazze calorose che riescono a fare decine di migliaia di spettatori anche tra i dilettanti. L'unica loro sfortuna è stata quella di finire nelle mani di proprietà avide e incompetenti. Per evitare il fallimento, gruppi di tifosi hanno deciso di rilevare parte della società e di metterci soldi in prima persona. Questo dimostra quanto, in un mondo calcistico sempre più legato al denaro, l'amore dei tifosi per la maglia si rafforzi.

Questo contenuto non è disponibile a causa delle tue preferenze per la privacy.
Per visualizzarlo, aggiorna qui le impostazioni.

Vorremmo concludere questo articolo servendoci di un concetto base della fisica, funzionale al nostro discorso. Nel terzo principio della dinamica Newton sostiene infatti che ad ogni azione di un corpo A su un corpo B, corrisponda una reazione di quest'ultimo uguale e contraria. Proviamo a spiegarvela meglio: più le società (corpo A) provano a sbarazzarsi dei tifosi (corpo B), allora sempre più questi ultimi si legheranno alla propria squadra.

Segui 90min su Instagram.