Masiello a CM: 'Voglio riportare in alto il Genoa. La tragedia del Covid e la mia ricetta per il calcio italiano...'

Marco Tripodi
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Non è appariscente. Non strappa applausi con giocate al limite dell’incredibile. Non segna gol pesanti, né dispensa assist ai compagni. Ma agli occhi degli attaccanti avversari la sua presenza in campo non passa certo inosservata. Anzi, chiunque se lo ritrovi di fronte sa già che il compito che lo attende non sarà uno scherzo. Anche varcata la soglia delle 35 primavere Andrea Masiello sa come essere decisivo e fondamentale. E infatti nessun allenatore ci rinuncia facilmente. Come sa bene Davide Ballardini che anche grazie al suo apporto sta conducendo il Genoa lontano dalle paludi della zona retrocessione. Andrea, la vostra stagione era iniziata male poi è arrivata una rimonta strepitosa. Ora come sta il Grifone? “Adesso stiamo bene, siamo molto motivati, potrei dire che siamo quasi una squadra rinata - dichiara in esclusiva a Calciomercato.com - Lavoriamo molto soprattutto a livello fisico, siamo diventati più squadra e sul campo abbiamo ottime risposte da parte di tutti. E’ chiaro che il campionato è ancora lungo, mancano dieci partite e non possiamo rilassarci. Anzi, dovremo essere bravi a raggiungere in fretta la salvezza per evitare brutte sorprese”. Tu, Criscito e Radovanovic siete ormai la cerniera difensiva del Genoa, vi sentite, anche per questioni anagrafiche, i leader della squadra? “Ci conosciamo da tempo e questo è senza dubbio un valore aggiunto per permetterci di fare bene. Però non mi soffermerei soltanto su noi tre. Il nostro gruppo è un misto di giovani e di vecchietti ben amalgamati tra loro. Noi anziani cerchiamo di dare sempre tutto in ogni allenamento e in ogni partita per cercare di essere da traino e da esempio ai ragazzi meno esperti. Ma ciò che più conta che è, giovane o meno, ognuno sa di dover restare sempre con le antenne ben dritte perché in una squadra come il Genoa, che ogni anno ha come primo obiettivo la salvezza, c’è bisogno del contributo di tutti”. La tua carriera si è spesso intrecciata con quella di Criscito. Nel 2007 Juventus e Genoa si scambiarono i vostri cartellini e l’anno scorso le vostre strade si sono unite in rossoblù. Che legame hai con lui? “Mimmo per me è un compagno speciale. Lo conosco da tantissimi anni. Abbiamo fatto assieme il settore giovanile della Juve e siamo stati tanto tempo assieme anche fuori dal campo. L’essersi ritrovati qui assieme al Genoa è stato per me un enorme piacere e soprattutto è un motivo di stimolo perché lui è un grande giocatore con una carriera importante alle spalle. E’ bello dopo tanto tempo essere tornati assieme a lottare fianco a fianco per il medesimo obiettivo”. Poco più di un anno fa hai lasciato i riflettori della Champions League per le polveri dei bassifondi di A. Perché questa scelta?Parlando con mister Gasperini capii che per me all’Atalanta non c’era più spazio. Fu una situazione dura da accettare, per la quale ho sofferto molto. Però riuscii a comprenderla e ad accettarla, lasciandomi bene con tutti. Tanto che tuttora ho un grandissimo rapporto sia con il mister che con la proprietà. Certo, nove anni nei quali ho ottenuto grandissime soddisfazioni, arrivando anche a scrivere assieme ai miei compagni la storia del club, non si possono dimenticare a cuor leggero. Tuttavia dovevo guardare avanti e appena mi si è prospettata la possibilità di venire al Genoa per dare una mano ad un ambiente che già avevo conosciuto da giovanissimo non ci ho dovuto neppure pensare. Accettare la proposta del Grifone è stato facile e non mi è costato alcuna fatica”. A Bergamo, ovviamente, hai lasciato un pezzo di cuore. Quanto male ti ha fatto vedere la città diventare, un paio di mesi dopo il tuo addio, uno dei centri mondiali più colpiti dal Covid? “Tantissimo. Anche perché purtroppo in questi mesi sono venuti a mancare diversi cari amici e molte persone che conoscevo bene e con cui mi vedevo quasi ogni giorno. Io non ero lì ma è stato davvero un brutto colpo vedere quelle immagini, che credo nessuno potrà dimenticare, dei corpi portati via in massa. Sono ricordi che fanno venire i brividi anche ora. Per me è stata insomma una doppia tragedia, per la quale ho sofferto moltissimo. Si spera che dopo questa botta tremenda la situazione possa andare migliorando anche se, onestamente, si fa fatica ad intravedere la luce in fondo al tunnel”. In carriera hai giocato quasi 300 gare in Serie A, una ventina tra Europa League e Champions, hai vestito maglie storiche come quelle di Juve, Atalanta, Genoa e Bari. Però in Nazionale non sei mai stato chiamato. Hai rimpianti a tal proposito? “Io sono dell’idea che ognuno ha ciò che si merita. Se non sono mai andato in Nazionale forse un motivo ci sarà. D’altronde in tutti questi anni abbiamo visto che di difensori forti ce ne sono stati a raffica. E’ difficile quindi trovare spazio o pensare di avere un’opportunità quando la concorrenza è così folta. Forse sono stato penalizzato anche dalla mia storia passata e da una serie di cose che non mi hanno fatto bene. Però non posso non essere soddisfatto della carriera che ho avuto. E ne vado fiero. Soprattutto perché non era semplice rialzarsi e rientrare ad alti livelli dopo tutto quello che è successo. Ho lavorato duramente per tornare al meglio, impegnandomi quotidianamente prima di tutto con la testa e anche grazie al sostegno di chi mi è stato accanto”. Oggi in la maglia azzurra la vestono tre giocatori nati in Brasile, tra cui il tuo amico Toloi. Ma è possibile che in Italia non ci siamo talenti degni della Nazionale? “Toloi, Emerson e Jorginho sono tre grandissimi giocatori e se Mancini ha deciso di puntare su di loro credo che lo abbia fatto perché ritiene che possano essere utili al suo progetto. Tuttavia, secondo il mio punto di vista, in Italia bisognerà prima o poi cominciare a lavorare molto più seriamente sui settori giovanili. Serve far crescere i ragazzi in fretta perché il calcio si è evoluto e c’è bisogno di fare un lavoro diverso rispetto a ciò che si faceva qualche anno fa. Serve ragionare e programmare maggiormente, soprattutto sui giovani. Le società dovrebbero guardarsi un po’ meglio attorno e avere più coraggio nel puntare sui tanti talenti non sbocciati che ci sono in giro”. Quindi la rinascita del calcio italiano non passa solo attraverso un rinnovamento tattico. “E’ difficile dirlo. Penso che ogni squadra debba cercare di far crescere i propri giovani senza aver paura di gettarli nella mischia. So che è rischioso ma chi lo fa alla fine viene premiato. Pensiamo a Gasperini e a quel che sta facendo all’Atalanta. Da anni fa sbocciare talenti che in altre squadre, in questo particolare momento storico, non avrebbero mai raggiunto il livello attuale. Merito dunque all’Atalanta che ha avuto, e continua ad avere, il coraggio e la forza di mostrare i propri giovani e poi, nel caso, anche di venderli. Non a caso nella Nazionale di oggi ci sono diversi ragazzi cresciuti o passati da Zingonia”. Cosa c’è nel futuro di Masiello? “Sicuramente voglio finire in bellezza questi pochi anni che ancora mi rimangono da giocatore. Ho ancora un’altra stagione di contratto con il Genoa e mi piacerebbe dare una mano per portare la squadra a giocare campionati migliori di quelli vissuti ultimamente. E poi tra qualche anno vorrei intraprendere la carriera da allenatore. Anche se so già che lì sarà tutta un’altra storia...”. Un’ultima curiosità, perché al Genoa indossi il numero 55? “In realtà inizialmente io avevo preso il 5, che è il giorno di febbraio in cui sono nato, oltre ad essere il numero classico del difensore centrale. Insomma, è una cifra che mi rappresenta molto e che spesso ho avuto in carriera. Poi, però, quando è arrivato Goldaniga mi ha chiesto se potevo lasciarglielo perché ci teneva particolarmente. Così, su suggerimento di mia moglie e delle mie figlie, ho optato per il doppio 5. Io il numero ad Edo l’ho ceduto volentieri, però almeno una cena poteva offrirmela (ride, ndr). Pazienza...”.