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“Why always me?”. Via la maglia dopo un gol ed ecco la scritta polemica. No, non parliamo di Mario Balotelli e nemmeno del derby di Manchester. La maglia sfilata è quella bianconera della Juventus e l'avversario il Perugia, nella gara valida per i play-off degli Allievi Nazionali. A sfilarla e inaugurare ufficialmente un paragone che serpeggia da tempo è Moise Kean. La sua stella brilla già tra i giovani bianconeri e l'etichetta di “Nuovo Balotelli” era già lì, pronta a essere incollata.

Andiamo, però, con ordine. Moise Bioty Kean nasce il 28 febbraio 2000 a Vercelli, da genitori ivoriani. Italianissimo, comincia a dare i primi calci al pallone in squadre locali, e la sua stella impatta con il pianeta calcio vero quando partecipa a un allenamento del Torino. Sì, sono i granata a scoprirlo per primi. Il Responsabile della Scuola Calcio del Toro, Silvano Benedetti, ricorda che bastarono pochi minuti per capire le qualità del ragazzo. Un talento impossibile da farsi sfuggire. L'avventura di Kean inizia così. Tra alti e bassi, grandi giocate e comportamenti un po’ sopra le righe, tutti cominciano ad ammirare il suo talento. Proprio quei comportamenti erano il suo grande difetto. Ogni giorno poteva essere una sorpresa, gestirlo non era mai semplice. Genio in campo, un po’ di sregolatezza fuori. Proprio come nell'opera teatrale di Alexandre Dumas, intitolata, appunto, in lingue originale, Kean ou Désorde et Génie.

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Prima ancora di iniziare, la storia ha già un titolo. Il colpo di scena più grosso, però, arriva dopo qualche anno in granata, quando Kean ha appena dieci anni. Al Torino lo aspettano per firmare il contratto (fino ai quattordici anni il tesseramento è annuale e in costante rinnovo), ma lui cambia sponda. Firma per la Juventus, che già ci aveva messo gli occhi in passato. Uno sgarbo tra cugini e l'inizio di un altro capitolo. Il più ricco.

Alla Juventus, Kean diventa Kean. La sregolatezza è ridotta ai minimi termini e il genio emerge. Fisicamente impressionante, tecnicamente devastante, Moise vive una vita da sotto età. Nel 2013/2014 gioca già con i Giovanissimi Nazionali, l'anno dopo si divide tra Giovanissimi e Allievi, segnando 27 gol in 10 presenze con i primi e 14 in 15 apparizioni con i secondi. Numeri da urlo, che ha continuato a migliorare. L'ultima stagione è nota. Dominio totale con gli Allievi Nazionali - 19 gol in 21 gare di regular season e 5 gol in 4 partite alle finali - e qualche apparizione in Primavera, con un gol in Coppa Italia contro la Fiorentina. Tutti hanno scoperto il talento di Kean e il dominio tra i giovani, le movenze e la storia personale hanno riportato inevitabilmente a Balotelli. E si ritorna al paragone con cui abbiamo iniziato.

Come giocatore, Kean ha tanti punti in comune con Balo, ma ci sono differenze importanti da evidenziare. Come l'ex Inter e Milan ha uno strapotere fisico che lascia a bocca aperta, ha un modo di muoversi che dà quasi l'impressione non si impegni e ha lo stesso sguardo di chi è consapevole del suo talento. È, però, almeno fin qui, un giocatore diverso. Con Tufano ha sempre giocato largo nel tridente offensivo, senza partecipare in alcun modo alla fase difensiva. La squadra combatte, poi trova lui, largo e pronto ad accendersi. Kean riceve, semina avversari e segna. Un film visto e rivisto. Grosso, ora, sta provando a reinventarlo punta centrale, facendolo somigliare un po’ di più a Balotelli, ma le somiglianze devono limitarsi al rettangolo verde. Kean, infatti, non vuole cadere nei vizi del suo idolo. E l'ha dichiarato apertamente, rinnegando gli eccessi che, come zavorre impossibili da tagliare, l'hanno trascinato giù. Kean non vuole commettere quegli errori, vuole emulare il meglio e rigettare il peggio. Non vuole perdere il biglietto per il treno dei sogni. Perché, una volta perso, non sempre il talento è sufficiente per ricomprarlo.

E nel calcio di oggi i sogni non si aspettano: si rincorrono. Così fa Moise, che corre anche contro il tempo, anticipandolo, rubando categorie. E corre contro gli avversari, finora sempre più veloce, con quel pallone perennemente incollato al piede e quella freddezza sotto porta che, dicono i più esperti, non puoi acquisire. O ce l'hai o non ce l'hai. Progressioni, dribbling, capacità di finalizzare e inventare. In poche parole, sono queste le qualità che hanno spinto le big d'Europa a inviare i propri osservatori a Vinovo per una “normale partita tra ragazzini”. Miracoli del talento, capace di illuminare e attrarre.

A proposito di big d'Europa, ricordando l'arrivo alla Juve e conoscendo il suo procuratore (Mino Raiola, lo stesso di Balotelli), è lecito chiedersi quanto continuerà la sua vita in bianconero. Il futuro è un mistero, ma tra la nebbia filtra un po’ di ottimismo. La Vecchia Signora non vuole perdere il suo gioiellino, da cui ora tutti si attendono una brillantezza mai vista. Colpa di quel talento che costringe a dimostrare sempre qualcosa, e di quella etichetta che non si vuole staccare. Pesante, ma inevitabile. Dura la vita dei predestinati.

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