Numeri 10 all'angolo e bandiere in soffitta: Totti e Antognoni, un destino comune

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L'ormai mitologico Tafazzi, negli anni '90, si dilettava prendendosi a bottigliate proprio là dove non batte il sole e, così facendo, andava a creare una rappresentazione più che mai efficace delle tendenze masochiste che talvolta ci contraddistinguono. Le società calcistiche non fanno eccezione e, anzi, sembrano spesso incastrarsi in situazioni a dir poco "tafazziane", andando a generare o amplificare problemi dalle conseguenze come minimo dolorose, quando non del tutto disastrose.

Giancarlo Antognoni | Jonathan Moscrop/Getty Images
Giancarlo Antognoni | Jonathan Moscrop/Getty Images

Derive, queste, che possono arrivare senz'altro da un problema di incomprensione, di contesti che non riescono ancora a prendersi in tutto e per tutto, a capirsi fino in fondo. Due casi emblematici, seppur diversi, sono quelli di Giancarlo Antognoni e Francesco Totti, con un destino da bandiere che, nel tempo, trovano sempre meno spazio all'interno della vita effettiva di un club. Bandiere che non scoloriscono certo nel ricordo e nel cuore del tifoso ma che, al contempo, non trovano un loro ruolo nel presente (e nel futuro) delle società a cui hanno dedicato la loro vita, nello specifico Fiorentina e Roma. I due casi celebri in questione non coincidono in tutto e per tutto, come ovvio che sia, Antognoni del resto ha avuto una lunga militanza in viola anche come dirigente e, ripensando anche all'era Cecchi Gori, ha segnato la vita della Fiorentina anche dietro alla scrivania oltre che sul campo, come simbolo di dedizione alla causa oltre che di classe assoluta.

Francesco Totti | FILIPPO MONTEFORTE/Getty Images
Francesco Totti | FILIPPO MONTEFORTE/Getty Images

C'è però, neanche troppo tra le righe, un discorso che ritorna e che genera un intreccio tra le due storie: due proprietà americane, Commisso e allora Pallotta, che arrivano al punto di non ritorno con i due simboli principali e più visceralmente sentiti delle due piazze. Un'insofferenza malcelata verso chi brilla di luce propria anche al di là della questione pratica e concreta, anche al di là insomma del ruolo che in un dato momento la leggenda si trova a ricoprire. Una questione di ruoli dunque, come se qualcuno avesse provato allora a limitare e inquadrare il talento dei due numeri 10, finendo per confinarlo a spazi ristretti, soffocanti. E così arriva all'epilogo anche un'altra storia: tanto rimane forte il ruolo simbolico di Antognoni all'interno del mondo viola, come un padre verso cui sentirsi riconoscenti, quanto dall'altra parte si spezza di nuovo il filo tra la bandiera e il club, inteso come vertici societari. Il mondo dello sport statunitense non è certo privo di esempi, pensando ad atleti divenuti simboli e icone, ma d'altro canto si fatica in quel caso a tracciare un legame storico così viscerale con una singola piazza, con quel che accade poi nei bar, per le strade o sui muri di una città. Qui subentrano questioni familiari, il ricordo e l'emotività prendono lo scettro, e trovarsi a gestire un simile calderone (da fuori) è esercizio esclusivo dei più coraggiosi.

Il tifo viola | Gabriele Maltinti/Getty Images
Il tifo viola | Gabriele Maltinti/Getty Images

Si consuma un finale amaro, pieno di spigoli e rimpianti, tracciando un nuovo filo conduttore con la vicenda Totti: in entrambi i casi l'idea della società, il ruolo proposto, non appariva in linea con le aspettative del diretto interessato, con quel che Antognoni ora e Totti prima sentivano di poter dare alla causa. Un distacco che, nel ritiro viola di Moena, fa rumore e genera situazioni al limite del surreale: tifosi pronti ad accogliere con entusiasmo Italiano, Vlahovic e gli interpreti principali del nuovo corso viola, con l'assenza ingombrante di Antognoni che porta però nubi inattese e dannose su un momento di ripartenza. Nubi che, anche a livello comunicativo, non saranno semplici da gestire e da diradare.

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