'Oggi morirò in una missione suicida, solo così comincerò la vera vita': Ivan Vavassori, il portiere combattente disperso in Ucraina

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Qualche giorni fa ha scritto ai genitori in Piemonte. Quelli che lo avevano adottato quando aveva cinque anni portandolo in Italia da un paesino della Russia orientale dove sopravviveva appena. Lo avevano fatto studiare e, soprattutto, coltivare la sua passione che era il calcio. Un amore che divenne professione esercitata a livelli accettabili. Pro Patria, Legnano e Bra per esempio come portiere titolare. Poi anche un’esperienza in Bolivia, nel Santa Cruz, prima del ritiro. Oggi Ivan Vavassori ha ventinove anni ma, con ogni probabilità, non c’è più.

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“Carissimi e amatissimi papà e mamma. Domani mattina comanderò un piccolo plotone di ragazzi come me per quella che so perfettamente essere una missione suicida. Non abbiamo armi a sufficienza o perlomeno non così potenti per tenere testa all’esercito degli invasori russi. Avevo messo in conto, arrivando qui in Ucraina, che sarebbe potuta andare in questo modo. Del resto ancora adesso che conosco la mia probabile fine non rinnego nulla delle mie scelte fatte per contrastare dei criminali. Morirò ma in quel preciso istante comincerà la mia vera vita. Vostro Ivan”. Queste le parole scritte e inviate via Internet dal giovane foreing fighter italiano, arruolatosi volontariamente tra i partigiani ucraini non appena era scoppiata la guerra.

Di lui, come dei suoi compagni di missione, non si sa più nulla. Soltanto che un camion carico di soldati in viaggio verso il Donbass era stati centrato e distrutto da un drone russo. Su quel veicolo viaggiava probabilmente anche Ivan, il portiere che volle farsi martire nel segno della libertà per una terra non sua.

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