Palermo in B: la rivincita di Silvio Baldini, l'anticonformista che insegna la vita prima del calcio

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Il Palermo torna in B dopo 3 anni e il volto della promozione, più che quello di un calciatore, dei vari Brunori, De Rosa, Floriano, è dell’allenatore: Silvio Baldini, l’artefice di una risalita insperata. Il carrarino è salito a bordo del carro rosanero il 24 dicembre dello scorso anno, prendendo la squadra al quinto posto del girone C, dopo un inizio zoppicante, e portandolo fino alla serie cadetta. È la rivincita di un tecnico di cui si ricordano più i gesti eccentrici, le scelte anticonformiste che le doti sul campo. Ma Baldini è fatto così, a suo modo, un personaggio involontario, un unicum nel panorama italiano degli allenatori che, pur di non rinunciare ai propri principi, ha avuto una carriera inferiore rispetto alle proprie possibilità. Le idee prima dei soldi, il calcio inteso come passione e non come lavoro, l’ex allenatore di Empoli e Catania ha avuto pochi alti e tanti bassi ma ha sempre professato un proprio credo calcistico, un suo modo d’essere distante dagli allenatori in giacca e cravatta e dalle risposte standard.

ALTI E BASSI - Anarchico, come lui stesso si è definito, schietto, con la risposta sempre pronta, e spesso sibillina, a 63 anni è tornato a prendersi nuove soddisfazioni dopo che il treno del grande calcio sembrava averlo perso definitivamente. Dopo una lunga pausa di sei anni dai campi, Baldini era tornato ad allenare a casa sua, alla Carrarese, e l’aveva fatto per il solo piacere di farlo, gratis. Di lui si è sempre parlato bene, come di un mister originale e preparato tatticamente, le sue idee erano innovative e funzionavano, la sua era una carriera in rampa di lancio. E i risultati arrivavano: la promozione in A con l’Empoli, la salvezza, poi però il baratro. Tante scelte sbagliate, tanti esoneri (uno proprio a Palermo con Zamparini) e la necessità, più degli altri che sua in realtà, di relegarlo al calcio di provincia, a quello lontano dai grandi riflettori, dalle grandi spese.

LA DEDICA - Impegnato politicamente, amato dai suoi calciatori che in lui vedono un secondo padre, più volte ha detto: “Io non insegno calcio, insegno vita”, anche se per il pallone ha rischiato di rimetterci la salute. Questa è stata la stagione del suo riscatto, una sorta di rinascita che sapeva sarebbe prima o poi arrivata. Al termine del match con il Padova, si è lasciato andare ai microfoni: “Sapevo che sarebbe accaduto, ma io non conto niente, sono una goccia dell’oceano. Ho avuto fede, il calcio deve essere un veicolo d’amore. Stasera i miei giocatori quando torneranno a casa e abbracceranno la moglie saranno uomini migliori. E lo farò anch’io: darò un abbraccio di 10 minuti a mia moglie. Non mi ha mai fatto sentire solo, c’è sempre stata, il merito di questa impresa è soprattutto suo, mi ha fatto diventare una persona capace di ragionare in un certo modo”.

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