Pietro Castellitto: "Avevo smesso di fare l’attore perché venivo giudicato solo in quanto figlio di"

di Ilaria Solari
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Photo credit: Giorgio Codazzi
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Come si fa a non farsi schiacciare dal giudizio degli altri? «Mi è servita una sana dose di mitomania negli anni in cui ho smesso di fare l’attore perché le poche cose che facevo venivano giudicate in quanto "figlio di"», ammette scherzando Pietro Castellitto, 28 anni, che presto vedremo nei panni di Francesco Totti nella serie originale Sky, Speravo de morì prima. «Ma forse l'unica maniera è dribblare lo sguardo dei contemporanei e mettersi direttamente in competizione con la storia».

Il viso asciutto e tortuoso del padre, l’attore e regista Sergio; nello sguardo il blu sottomarino della madre, la scrittrice e drammaturga Margaret Mazzantini. Pietro, che recita da quando era bambino e ha appena esordito come regista ne I predatori, che ha scritto e interpreta, premiato per la miglior sceneggiatura nella sezione Orizzonti alla Biennale cinema di Venezia e nelle sale dal 22 ottobre. Una commedia acida e dissacrante che mette in scena l’incontro fortuito tra due famiglie romane: da una parte i Pavone, intellettuali e progressisti, dall’altra i Vismara, proletari e fascisti. «Non è una commedia antifascista» avverte «quella avrebbe avuto senso nel Ventennio, e in ogni caso dubito che me l’avrebbero lasciata fare. Di sicuro è una commedia antiborghese».

Perché antiborghese?

Prende di mira la famiglia del protagonista, Federico, un giovane ricercatore frustrato, e tutta la cerchia che le sta intorno, borghese e inserita: si dice illuminata, ma è in realtà anaffettiva, pervasa da un sostanziale razzismo intellettuale, da una feroce smania di schiacciare tutto ciò che non le assomiglia. Federico entra per caso in contatto con una realtà antitetica alla sua, per scoprire che nessuno è davvero come sembra: per quanto burini e fascisti, tra i Vismara c’è molta più connessione e comprensione dell’altro. Ho scritto questo film sei anni fa, Federico è un personaggio autobiografico: è inevitabile che le opere prime, soprattutto quelle scritte da giovani, partano da sentimenti, da messaggi precisi.

Photo credit: MATTEO VIEILLE
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Il suo qual era?

Un sentimento di totale frustrazione. Il disincanto, per niente retorico, di chi non riesce a cambiare le cose, la sensazione di non riuscire a reinventare la modernità, che è una cosa abbastanza tipica di questo tempo, un disagio che in maniera più o meno consapevole attraversa tutti i personaggi del film.

Il suo Federico coltiva una sorta di ossessione per Friedrich Nietzsche, le appartiene anche questo?

Sì, Nietzsche mi ha cambiato la vita, l’ho letto a fondo e continuo a farlo. Tanto che un annetto prima di scrivere il film feci un viaggio nei luoghi della sua vita e l’ultima tappa fu proprio Röcken, dove il filosofo è sepolto e dove poi ho ambientato l’episodio cardine del film. Ricordo che era domenica e non avevo nessuno intorno, neanche un guardiano, sembrava l’Olgiata dopo che è scoppiata la guerra. Solo, davanti alla sua tomba pensai che in fondo avrei potuto disseppellirne il corpo indisturbato e portarmelo a Roma e questo pensiero mi ha poi accompagnato fino al film.

Pensa di aver avuto le cose più facili, venendo dalla sua famiglia?

Premesso che la mia famiglia è lontana anni luce da quella dei Pavone, dico di no. La condizione di figlio d’arte può avere vantaggi evidenti, sulla base dei quali tutti si sentono in diritto di insultarti, mentre gli svantaggi sfuggono ai più, ma sono tanti e tali da annullare i primi. Poi dipende sempre da quello che fai. Magari crescere in un certo ambiente può garantirti tre, quattro pose in una fiction così così, ma se devi fare un film da regista, o anche solo partecipare a un provino, allora ti ritrovi da solo, con l’ansia che hanno tutti. Anzi, spesso, se fai una figuraccia, la fai amplificata.

Photo credit: Courtesy photo
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Crescere sui set non è bastato a darle fiducia?

Mi ha dato confidenza con l’ambiente, il primo set lo frequentai per Libero burro, il primo film da regista di papà: passai questa estate bellissima a Salina, era un gioco, una specie di circo magico di cui non capivo nulla, io già recitavo ma neanche mi rendevo conto di farlo. Ma sa che c’è?

Che c’è?

Che quando uno è giovane, conta sempre su ciò che deve ancora esplorare, ciò che sta al di là del cerchio delle proprie conoscenze, dei familiari: il mondo che ancora non mi conosce sarà meraviglioso, si dice, imprevedibile. Poi ti rendi conto che quel mondo a te già ti conosce, in quanto figlio di, e ti ha già giudicato.

A proposito di giudizio, teme anche quello dei suoi?

No, sono solidali e rispettano la mia autonomia, mamma mi ha dato dei consigli utili per gli ultimi tagli, ha un senso della sintesi incredibile, e mio padre qualche dritta per il cast.

E ora avrà pure gli occhi di tutti i tifosi di Totti addosso. Hanno già detto che non vi somigliate.

Nel frattempo, lo vede, mi sono “ispessito” parecchio. E poi, come avrà capito, ormai mi son fatto una scorza. Da parte mia ce la metterò tutta, ho il desiderio di rendergli onore: sono romanista, sono stato in curva per anni. E non mi faccia dire altro sennò l’ufficio stampa chi lo sente.