Pranzo indigesto per Sarri, non per il Napoli: solo due partite alle 12.30

"Nessuno vuole giocare alle 12.30, ma la differenza tra me e gli altri è che io lo dico che mi fa schifo giocare a quest’ora"

Ancora una volta, quello inscenato da Maurizio Sarri è stato un post partita rovente. Dopo il soffertissimo 3-2 di Empoli, con il Napoli che ha rischiato di farsi riprendere dopo essere andato in triplo vantaggio nel primo tempo, il tecnico dei partenopei se l'è presa stavolta con l'orario, quello poco piacevole e molto televisivo di mezzogiorno e mezzo. E fin qui, tutto bene.

Tirando in ballo presunte penalizzazioni per la propria squadra, riferite però ai prossimi turni primaverili, Sarri ha però commesso un errore di valutazione. Soprattutto perché l'unico anticipo di pranzo, prima di ieri, che aveva visto protagonista il Napoli risaliva addirittura a tre mesi fa, allo scorso11 dicembre. Ed era finito in gloria: 5-0 a Cagliari grazie a una tripletta messa a segno da un inarrestabile Dries Mertens. Altro che pranzo indigesto.

Analizzando il quadro complessivo, si nota peraltro come il Napoli sia assolutamente nella media delle altre 19 formazioni di Serie A. C'è chi ha fin qui giocato meno alle 12.30 della domenica, come il Chievo (una sola volta), e chi un po' di più: l'Atalanta è già scesa in campo quattro volte, eppure sta disputando uno dei migliori campionati della propria storia.


L'immagine è esemplificativa: più del Napoli (che giocherà comunque alle 12.30 anche il 23 aprile, in casa del Sassuolo) sono scese in campo all'ora di pranzo della domenica il Bologna, il Cagliari, l'Empoli, l'Inter, la Sampdoria, lo stesso Sassuolo e l'Udinese. E una schiera di formazioni è già a quota due, proprio come gli azzurri.

È il calcio moderno: quello delle televisioni e degli orari spezzatino. Anche se, come riporta l'ANSA, il presidente della Commissione Medico-Scientifica della Lega di B Francesco Braconaro ha dato ragione alle lamentele di Sarri, sottolineando come giocare a mezzogiorno e mezzo possa "scombussolare gli atleti, perché cambiano i sistemi biologici".

Però, ha sottolineato ancora Braconaro, "quello dei diritti tv B è un business a tutto tondo e ci sono dei contratti a cui bisogna sottostare. Questo scotto lo pagano gli atleti, come pagano lo scotto dell'ipermedicalizzazione per le troppe gare da giocare". Appunto.

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