Quando lo show toglie il fiato, da Sacchi a Prandelli: chi ha detto basta per ritrovarsi

Matteo Baldini
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Quando, ragionando attorno al calcio e ai suoi protagonisti, saltano fuori parole come stress, ansia, preoccupazione o persino depressione si alza subito un muro, per certi versi anche logico, che toglie spazio all'empatia. In sostanza permane la difficoltà di accettare che un mondo ricco, invidiato e sognato da tanti possa lasciare spazio a qualcosa che non sia l'appagamento pieno e totale: uno è lì che faticosamente fa i conti per pagare le bollette e scopre del dramma umano di un tecnico che, rotolandosi nel letto nel pieno della notte, sarà costretto a lasciar fuori l'ultimo acquisto o a rinunciare al trequartista nella sfida di domenica. Sono linguaggi e mondi che difficilmente possono comprendersi, a livello umano, poiché per chi guarda (difficile biasimarlo) il professionista è parte dello show, del ricchissimo show, e deve tacere, prendere a calci un pallone e incassare (critiche, sì, ma anche tanti soldi).

Cesare Prandelli | Gabriele Maltinti/Getty Images
Cesare Prandelli | Gabriele Maltinti/Getty Images

E così, in un gioco di ruoli, ammirazione e invidia, passa di mente la dimensione umana dello stesso show: e per un allenatore, forse, è ancora più complesso. Del resto le colpe finiscono sempre per essere le sue, i 60 milioni di allenatori sarebbero pronti a spiegargli come si fa il suo mestiere, se fa possesso diventa sterile e se bada al sodo si trasforma in catenacciaro. Le recenti dimissioni di Cesare Prandelli dalla panchina della Fiorentina rappresentano un esempio forte, non solo per vicinanza di tempo, e si ricollegano potenzialmente ad altre pause ed altri addii vissuti in passato. Prima di Prandelli, pronto a prendere le distanze a chiare lettere da questo calcio, è toccato ad altri, altri si sono dovuti fermare per fare un respiro, per ritrovarsi.

Arrigo Sacchi è tornato anche di recente a parlare di quel che gli accadde ai tempi di Parma, nel 2001, e di quello stress accumulato per anni che, di fatto, era arrivato a svuotarlo e a "non fargli più sentire nessuna emozione". Viene anche naturale, a questo punto, tracciare un collegamento proprio con Prandelli e col suo "sentirsi stanco e vuoto dentro" raccontato dopo la vittoria di Benevento: uno sfogo che poi, nella lettera di congedo, ha trovato ulteriore risonanza e significato. Non si tratta della stanchezza di chi sta dando troppo, no, ma della sensazione di non poter dare più quel che serve, di non essere più se stesso. E così come Prandelli a novembre scelse di tornare per amore, stavolta ha scelto di non portare giù con sé la propria squadra e la propria città, come per amore non si vorrebbe causare la sofferenza di chi si ha accanto.

Guardiola e Luis Enrique | QUIQUE GARCIA/Getty Images
Guardiola e Luis Enrique | QUIQUE GARCIA/Getty Images

Le storie di tecnici costretti a fare i conti con la dimensione umana, ben oltre lo show, non appartengono solo a realtà periferiche e marginali, insomma, e arrivano anche in cima: Pep Guardiola ad esempio, il teorico del tiki taka e del Barcellona dei sogni, ebbe un bisogno vitale di prendersi una pausa e di staccare la spina, così disse, dopo la fine dell'esperienza in blaugrana, quando di certo non risultava "sconfitto" agli occhi del mondo. E pensando agli ex del Barcellona torna in mente anche Luis Enrique che, prima di riprendere in mano al meglio la propria carriera, lasciò la Roma spiegando di sentirsi stanco e di voler pensare alle altre cose importanti della vita, prendendosi un anno sabbatico dal calcio.

Francesco Guidolin | Dino Panato/Getty Images
Francesco Guidolin | Dino Panato/Getty Images

Anche tornando in Italia i casi affini non sono rari, ognuno ricco delle proprie singolarità, si pensi ad esempio a Delio Rossi, a Guidolin e ad Alberto Malesani, tutti protagonisti che in qualche modo si sono trovati a ripensare al proprio ruolo, alla volontà di stare ancora in panchina e di sostenere determinate pressioni che influivano sulla persona prima che sul professionista. Non una fuga come segno di debolezza, un defilarsi per salvare il salvabile, ma la volontà di riscoprirsi come uomini e di ascoltarsi anche al di là del ruolo del tecnico: il circo è terribilmente ricco, sì, ma le scelte di chi ne fa parte non perdono per questo ragione d'essere e dignità.

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