Sconcerti a CM: 'La 'Mancinità' mette fine al dopoguerra del calcio italiano. Bonucci e Chiellini da Pallone d'Oro'

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Sconcerti, cosa ci lascia questa vittoria? «Intanto riporta l’Italia dove doveva essere, tra le migliori. Ma il significato più autentico è che è finito il dopoguerra del nostro calcio. Il calcio all'italiana è cominciato dopo la guerra, con Alfredo Foni che vinse due scudetti di fila con l’Inter. Ora siamo oltre. Noi abbiamo avuto due decenni terribili, gli anni 50 - che furono sciagurati dopo la tragedia del Grande Torino e che si chiusero con la mancata qualificazione al Mondiale del 1958 - e il decennio che si è appena chiuso, con la mancata qualificazione al Mondiale 2018 in Russia. Il merito è di Mancini e di quella che io ho definito la «Mancinità».

Cos'è la Mancinità? «E’ il calcio che viene dopo il calcio all'italiana, con una visione completamente opposta, ma non concorrente. E’ la versione flessibile, elegante ed elastica, ma con lo stesso cuore, del calcio all'italiana. In una parola: è Mancini. E’ il bisogno di bellezza. Mentre il calcio all’Italiana è praticità, astuzia, furbizia. Mancini è andato in un'altra direzione, quella della bellezza».

Nella sua svolta c’è qualcosa di simile all’Italia di Bearzot che nel 1982 conquistò il Mondiale? «No. Bearzot lo chiamavano il Vecio, eppure nell’82 aveva 54 anni, aveva la stessa età di Mancini. Ma in quell’epoca eri vecchio. Bearzot aveva una squadra di juventini e di interisti, non aveva bisogno di fare gruppo, certo, lo sapeva fare benissimo, ma non ne aveva bisogno. Oggi Mancini non ha un gruppo o una squadra di riferimento, ma ha messo insieme 25-26 superstiti, gli ultimi che c’erano. Quando noi diciamo è stato un grande selezionatore, sbagliamo, perché quelli erano i giocatori e quelli ha scelto, per forza. E’ un gruppo nato spontaneamente, perché non c’erano nemici. Mi spiego: Acerbi non può essere concorrente di Chiellini, perché se sta bene gioca Chiellini, lo sanno tutti. Mancini è stato favorito da un senso della fine del nostro calcio. Il non avere numero e più risultati».

E adesso che succede? Arriva il difficile? «No, non credo, non viene il difficile. E’ come andare al casinò ricchi di una vincita, si rilancia subito, non c’è bisogno di fare due anni di prova. Il Mondiale in Qatar è tra un attimo, un anno e mezzo. La Nazionale oggi è come una squadra di club, già pronta. I grandi CT del passato morivano - sportivamente parlando - quando la loro Nazionale vinceva, poi era un trascinarsi. E’ andata così con Valcareggi, Bearzot, Vicini, Lippi, Prandelli, con tutti, anche all’estero. Con Mancini credo sia diverso, siamo entrati in un altro calcio».

Perché abbiamo vinto? «Banalmente perché siamo più forti. Una forza umana, nemmeno calcistica. Quando Southgate ci ha fatto quello scherzetto con Trippier alto e la difesa a tre ci ha messo in difficoltà, non ci abbiamo capito nulla. Era successo anche contro la Spagna, con Luis Enrique che inizialmente aveva rinunciato al centravanti. Guarda il primo gol, cross di Trippier e tiro di Shaw dopo meno di due minuti, a partita ancora ingenua, con l'Italia scoperta. E Chiesa dov’era? A quaranta metri. E intanto Di Lorenzo stringeva verso il centro per prendersi Maut e liberare Jorginho dalla marcatura. Così siamo andati in difficoltà a centrocampo, con Barella e Verratti stretti dagli inglesi».

E poi cosa è cambiato? «E’ cambiato che Chiesa e Insigne sono rientrati in campo, nel loro ruolo, proprio fisicamente calati in un'altra realtà. Ma la partita è davvero cambiata con l'ingresso di Berardi e l'uscita di Immobile. Guarda che loro non hanno fatto un tiro in porta. Eppure per mandarci in grande difficoltà sarebbe stato sufficiente mettere Foden, oltre a Grealish».

Jorginho è da Pallone d'Oro? «Io credo che i Palloni d'Oro di questa squadra sono stati Bonucci e Chiellini, sono stati loro l'anima, la spina dorsale di questa Nazionale. Oltre a Donnarumma, che è stato certamente decisivo ai rigori, anche se durante le partite non è stato quasi mai impegnato. Poi, se si vuole darlo a Jorginho, bene, ma i Palloni d'Oro dell'Italia sono stati altri».

Quale è la cosa che ti ha sorpreso di più dell'Italia? «E’ che noi crescevamo alla distanza e abbiamo finito attaccando. E’ cambiata l’Italia, non so quanto durerà, ma qualcosa cambierà anche in campionato, vedrai. E’ come il Muro di Berlino che mette fine al dopoguerra. Ma le nostre squadre non c'entrano nulla con la Nazionale, perché le squadre di club sono fatte da sette-otto stranieri. Noi commettiamo l'errore di voler far giocare all'italiana i calciatori stranieri, ma magari dopo questo Europeo qualcosa cambierà anche in Serie A».

Allargando l'orizzonte, cosa ti ha detto questo Europeo? «Mi ha detto che la media qualità è buona, mancano i fuoriclasse. Non ci sono ancora calciatori pronti a prendere il posto di Cristiano Ronaldo o Messi. Prendi De Bruyne. E’ un campione, ma non un fuoriclasse. La Francia, che aveva più campioni, è uscita quando stava vincendo 3-1 a venti minuti dalla fine, facendo una figura barbina. Di fuoriclasse non ne ho visto nemmeno uno». E c’è un'altra cosa: la differenza tra noi e il Sudamerica è abissale. Ho visto la finale della Coppa America ed è stata scandalosa. Con un arbitro italiano sarebbe finita cinque contro tre. La qualità media è bassa, basti dire che con l'Argentina giocano due della Fiorentina. L'unico fuoriclasse, oltre a Messi fuori categoria, è De Paul, che però ha saltato direttamente il nostro calcio. Non c’è stato un solo club in Serie A che l’abbia seriamente trattato, questa è la fotografia del nostro mercato».

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