"Se non ascoltano i teatri è colpa nostra, non ne siamo degni". Intervista a Luca Barbareschi

Federica Olivo
·Giornalista, Huffpost
·6 minuto per la lettura
Luca Barbareschi (Photo: Maria Laura Antonelli / AGF)
Luca Barbareschi (Photo: Maria Laura Antonelli / AGF)

“Lo sa perché non ci ascoltano? Perché non ne siamo degni”. Quella di Luca Barbareschi è una voce contro. Il direttore artistico e proprietario dell’Eliseo di Roma non si unisce al coro di chi protesta per la chiusura di cinema, sale da concerto e teatri, varata nell’ultimo dpcm del governo Conte per contrastare la diffusione del contagio da Covid-19. E non perché ritenga che la misura sia giusta o necessaria. Ma perché pensa che il settore avrebbe dovuto alzare la voce prima davanti al potere, in altre circostanze. Oltre che ripensare la qualità di quello che propone. “La politica non si sta occupando della cultura, è vero - dice ad HuffPost - ma è altrettanto vero che l’ambiente del teatro non è stato in grado di fare, già prima dell’emergenza, una proposta coerente, sapiente ed esaustiva. Chiaramente, se la proposta è inesistente, lo sarà anche la risposta”. Se le sale hanno chiuso i battenti per il prossimo mese, è il senso del suo discorso, è anche perché il settore, in termini di organizzazione, non gode di ottima salute. E non ha saputo imporsi.

Direttore, il dpcm voluto dal governo chiude per un mese i teatri, i cinema, i luoghi della cultura ad eccezione dei musei. Tante proteste si sono levate contro questa decisione. Lei cosa ne pensa?

Vede, è molto buffo che dopo cinque anni in cui mi sono scontrato con lui, in questa circostanza io mi debba trovare a dare ragione al ministro Dario Franceschini.

Significa che ritiene giusto questo provvedimento?

No, guardi, lavoro per paradossi. Io oggi difendo Franceschini perché voglio dire agli altri che si occupano di teatro di smetterla di fare i mendicanti e lamentarsi solo in un momento di emergenza. Nel campo cinema e fiction il ministro è stato straordinario. Come è possibile che il suo operato funzioni in tutti i settori della cultura, fuorché nel teatro. Non sarà forse colpa dei teatranti e di chi li rappresenta?

Sta dicendo che non hanno fatto abbastanza per farsi sentire, anche prima della crisi Covid?

A Roma si dice “chi pecora si fa, il lupo se lo magna”. Io che ho fatto politica so benissimo che questa risponde alle esigenze dell’industria. E allora, prendendo come riferimento il nostro settore, se le associazioni di riferimento non sono in grado di elaborare un piano coerente, sapiente ed esaustivo, se la loro proposta è inesistente, lo sarà anche la risposta di chi governa. Se non riusciamo a dar vita a un’industria e non ci presentiamo come tali, la politica non ci ascolterà. C’è un problema strutturale, innanzitutto. E il fatto che il fondo per il teatro e per lo spettacolo sia troppo basso è solo una parte del problema. Allora a questo punto, forse dovremmo capire che strada prendere.

Si spieghi.

La crisi Covid, e la relativa chiusura delle sale, dovrebbe essere un momento per ripensare il settore. Io sono convinto che il teatro resisterà a qualsiasi forma evolutiva e di contenuto, a patto che la qualità torni a renderlo appetibile.

Torniamo al Dpcm, contro la chiusura delle sale è stata redatta una petizione. Cosa dice di questo gesto?

Lo sa chi sono i firmatari di questa petizione? Gli stessi che mi hanno fatto la guerra quando ho comprato l’Eliseo e quando ho investito per ristrutturarlo. Gli stessi che erano felici della chiusura del teatro. Ora che hanno serrato tutto il teatro italiano piangono, ma ancora non dicono la verità.

E quale sarebbe la verità?

Alcuni teatri, quelli che hanno molti fondi pubblici in bilancio, alla fine di questa crisi saranno più ricchi, perché non dovranno produrre nulla. Ora io invece, dopo la chiusura di marzo, mi trovo senza sovvenzioni del Comune, con i soldi della Regione e con un Mibact che mi dà le risorse che servirebbero al più ai pompieri, però nessun mio collega si è chiesto come faccia a stare in piedi l’Eliseo, che è un simbolo di Roma. E ciò accade perché non si pensa che boicottare un’istituzione, come il mio teatro, significhi fare un Olocausto culturale.

Scusi, però, al di là di chi gestisce un teatro, ci sono tanti lavoratori della cultura che al momento si trovano in grosse difficoltà economiche. Anche se il governo ha garantito che arriveranno i fondi per loro.

Sì, certo, a questo proposito però vorrei dire - perché forse il premier non lo sa - che ai lavoratori del nostro teatro (l’Eliseo non riapre dalla prima chiusura di marzo, ndr) è arrivata solo la cassa integrazione di marzo e aprile. Sono più di cinque mesi che non ricevono neanche quei 700 euro circa che spetterebbero loro. E uno, a meno che non sia ricco di famiglia, in queste condizioni come vive? Oggi finalmente si parla di lavoratori dello spettacolo, si pensa alle risorse per farli andare avanti, ma la verità è che questa cosa non è mai interessata a nessuno. Ad esempio, mi sembra che in tutti questi mesi nessuno abbia pensato ai lavoratori dell’Eliseo. E sa perché?

Prego.

Perché chi aveva la pancia piena stava zitto. E mentre questo silenzio si perpetrava, c’erano persone che non lavoravano. All’Eliseo, a pieno regime, eravamo tra 70 e 80. Oggi siamo in tre. Ecco, è da questi elementi bisogna partire per capire, a monte, i problemi del nostro settore. Il resto viene successivamente. Poi, dovranno certamente spiegarci perché i teatri dovranno stare chiusi e le chiese no. Perché alle mostre si può andare e a vedere uno spettacolo no. Ma questi interrogativi arrivano solo dopo aver riflettuto sulle condizioni attuali del mondo del teatro. Anche se forse, a pensarci bene, una risposta a chi si chiede perché chiese e mostre non siano state serrate io posso darla.

La condivida con noi.

Perché quello delle mostre è percepito come un distretto industriale, che si fa rispettare. I teatranti no, almeno non in Italia. E Franceschini non ci ascolta, perché non siamo degni di ascolto. Perché invece di avere spirito di gruppo i miei colleghi sono pronti solo a lamentarsi, a chiamare mamma all’ultimo momento.

Chiese aperte, teatri chiusi. Perché?

Siamo tornati ai Monatti di manzoniana memoria: c’è la peste? “Chiudiamo i teatri, tanto non servono a niente”. Le chiese, invece, restano aperte. Però sa, apprezzo molto la pressione che è stata fatta per evitare la chiusura dei luoghi di culto. Sono un momento di celebrazione della spiritualità e non si può impedire alle persone di fare ciò. Trasferendoci sul piano laico, una mostra, un museo - che Franceschini ha ritenuto di lasciare visitabili - sono la stessa cosa. La celebrazione laica di un’elevazione spirituale. Il teatro è sintesi di questi due elementi, eppure resterà chiuso.

Il panorama è desolante, al momento. Ma qual è il futuro del teatro?

Per quanto mi riguarda, all’Eliseo ho già pronta la stagione 2021-2022, ho concluso accordi con i più grandi registi del mondo. Abbiamo un cartellone da far saltare in piedi Roma, ma servono i soldi.

I soldi, appunto, a luglio lei annunciava la liquidazione del teatro a dicembre. Come stanno le cose ora?

Noi siamo sempre attaccati a un cornicione, ogni tanto ci arrivano 100mila euro dal ministero, ma anche dai privati, per pagare i fornitori. Intanto siamo chiusi, sopravviviamo nella desolazione totale, tentando di andare avanti. Ma prima o poi, se continua così, saremo costretti a chiudere. Nel silenzio, peraltro, della borghesia romana.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.