I simulatori: nuovi sistemi per vincere il mondiale

Roberto Chinchero
motorsport.com

Nel 2020 quasi tutti i team di Formula 1 inaugureranno un nuovo simulatore. Non è una coincidenza temporale, ma una decisione strategica che permette alle squadre di portarsi avanti su fronti che a partire dal 2021 saranno regolamentati dal budget-cap.

Un modo per mettere ‘fieno in cascina’, che porterà la stagione 2020 ad essere (soprattutto per i top-team) la più costosa di sempre.

A Maranello i lavori sul nuovo simulatore sono ancora in corso, mentre ad Hinwil (nel quartier generale della Sauber) le attività sul nuovo sistema sono già concluse.

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È però solo il completamente dell’hardware e della piattaforma software di partenza, perché un passaggio cruciale per permettere ad un team di beneficiare dei potenziali vantaggi che può garantire questo sistema è legato alla perfetta correlazione tra ciò che avviene nel sistema virtuale con quanto accade in pista.

La fase di configurazione è decisamente importante e comporta anche dei rischi, perché settaggi errati possono condurre un team fuori strada.

Lo scorso anno non sempre il setup di base preparato a Maranello alla vigilia dei weekend di gara ha trovato riscontro in pista nelle prime prove libere, costringendo poi i tecnici ferraristi in pista a fare agli straordinari nella serata di venerdì.

La Mercedes, al contrario, ha beneficiato molto del lavoro in sede, arrivando a volte in pista con un setup quasi perfetto. Un esempio ‘shock’ della bontà di questo lavoro è arrivato nell’ultimo Gran Premio del 2019, ad Abu Dhabi. Nel primissimo giro del weekend (sessione FP1) Bottas ha ottenuto un crono (1’38”053) che per metà griglia è stato possibile raggiungere solo il sabato.

Un altro esempio dell’importanza del simulatore, questa volta in negativo, è arrivato nello scorso Gran Premio di Singapore, quando un errore commesso nel lavoro di preparazione al weekend ha compromesso la competitività della Red Bull, partita per Marina Bay con la certezza di poter dire la sua per la vittoria.
“Il problema è stato il simulatore – ammise Alexander Albon - siamo stati totalmente ingannati. Il simulatore definisce la base della nostra configurazione per il weekend di gara, e se ti accorgi che non va bene sei nei guai! Abbiamo impostato il nostro telaio in modo troppo rigido, ed è mancata la stabilità, ed in più anche il carico aerodinamico è risultato troppo limitato”.

Gli investimenti sono ingenti, e non solo sui fronti hardware e software. Negli ultimi anni le squadre hanno compreso l’importanza dei piloti impegnati sui simulatori, ed è iniziata la caccia a curriculum di peso per un compito di crescente valore.

I più richiesti sono piloti che hanno esperienza in pista, in grado di saper valutare le reazioni della vettura e la gestione degli pneumatici. Per questo motivo la Mercedes ha confermato sul suo simulatore Stoffel Vandoorne, chiamato ad inizio 2019, imitando la scelta fatta dalla Ferrari di dodici mesi prima con Daniil Kvyat.

Quando il pilota russo è tornato a tempo pieno in Formula 1 a Maranello hanno puntato sul tandem Hartley-Wehrlein, confermando lo specialista Antonio Fuoco, a cui lo scorso è stato anche concesso un test con la SF90 a Barcellona per verificare in pista la correlazione (in termini di sensazioni) con il simulatore.

L’ultima scelta in questa direzione è quella dell’Alfa Romeo, che ha voluto Robert Kubica per iniziare il lavoro sul nuovo simulatore. Anche nel caso del pilota polacco è prevista la presenza in pista (già nel test di Barcellona del prossimo febbraio), ed una corposa presenza nella sede di Hinwil, soprattutto nella prima fase di stagione.

È un confronto, quello nel mondo virtuale, che avviene lontano dai riflettori, nel segreto delle sedi delle squadre. Ma è sempre più un passaggio cruciale per poter ambire a buoni risultati, considerando che nel 2020 dal termine delle prove pre-campionato a Barcellona fino alla bandiera a scacchi di Abu Dhabi alle squadre non sarà permesso un solo chilometro di test in pista.

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