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Siamo nel 1983. Il mondo è diviso in blocchi, la tensione è palpabile, ma c'è una certezza: Dino Zoff. Un anno prima ha toccato il tetto del mondo, quell'omone friulano, schivo quanto fenomenale; ora, però, sta per appendere i guantoni al chiodo. E i tifosi bianconeri si sentono mancare un po’ la terra sotto i piedi, come se da un momento all'altro Andreotti si fosse professato comunista. La malinconia dell'addio viene presto cacciata via, di prepotenza, dall'ansia per il futuro: chi prenderà il posto di Zoff? Bella domanda, si direbbe. Ecco: per sostituire una leggenda o sei un fuoriclasse o… sei Stefano Tacconi.

S'è fatto le ossa in provincia, quel portierone spaccone - “capitan Fracassa”, lo chiamerà Vladimiro Caminti, indimenticata firma del Guerin Sportivo. E dire che la sua carriera poteva avere tutt'altri colori: il nero e l'azzurro, per la precisione. Ma l'Inter, dopo un'infinta girandola di prestiti, non ci punta. Lo fa la Sambenedettese, in serie B: nonostante la retrocessione, sarà il trampolino di lancio per Avellino. È la svolta.

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È l'Avellino del commendatore Sibilia, che farà sognare l'Italia intera per un decennio. Sarà uno dei protagonisti di quel sogno, Tacconi: se il Partenio diventa un fortino, è anche – e, forse, soprattutto – merito suo. Novanta presenze e novantatré reti subite in tre stagioni sono numeri importanti per una “provinciale”. In Irpinia, però, quel guascone era diventato un uomo.

Sono le 19:34 del 23 novembre 1980. Faceva caldo, troppo. L'Avellino aveva battuto l'Ascoli, confermando la “legge del Partenio”, ma poco importa: novanta interminabili secondi uccidono quasi tremila persone. Tra chi è rimasto – senza più una casa – la paura è tanta, il dolore pure: il Lupo è un grido di speranza, in mezzo alla distruzione. “Il gruppo sentiva di dover fare qualcosa per quella gente, quando capimmo la situazione, ci rimboccammo le maniche. In campo, poi, scendevamo soprattutto per dare un sorriso alla popolazione dell’Irpinia. Lo stato confusionale della squadra era evidente, ci mettemmo un po’ di giorni per capire il tutto. Decidemmo di andare via da Avellino, facemmo un pre-ritiro a Montecatini”, confida Tacconi ai microfoni di Yahoo Sport Italia. La squadra respira dagli occhi dei suoi tifosi, pieni di lacrime e orgoglio. Quello che gli irpini non hanno mai perso in quei giorni e che, anzi, s'è rafforzato, riconoscendosi in una maglia verde. Quella salvezza avrà il sapore di una coppa del Mondo.

Ecco: chi ha toccato la morte, non può aver paura di giocare a calcio. Sarà per questo che Tacconi dirà di aver cercato di “far dimenticare con la spavalderia il mito di Zoff”, poco dopo l'approdo a Torino. Senza paure, quasi dimenticando di vestire la maglia della Juve. Eppure lo stile bianconero l'aveva vissuto sin dal primo giorno, appena arrivato: appuntamento dal barbiere, perché la classe viene prima di tutto. Pure prima delle visite mediche. Era uno dei talenti più promettenti del calcio italiano, Tacconi: la prima stagione in bianconero scorre liscia, sotto l'attento occhio del Dino nazionale – ora preparatore dei portieri: “Ci misi un po’ a capire come mi stesse succedendo, subentrare ad un mito come Zoff era qualcosa di speciale per un giovane portiere. Per fortuna ebbi Dino come preparatore dei portieri e questo mi aiutò molto”. 

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Arriva pure il primo Scudetto, ma l'anno dopo qualcosa va storto. Ottava giornata del campionato 84/85, il Verona è in testa alla classifica – ci rimarrà, sorprendendo tutti. A San Siro, c'è il derby d'Italia: l'Inter ospita la Juventus, entrambe a otto punti. L'Inter di metà anni ottanta è una buona squadra, con qualche campione, ma niente di più. La Juve arriva senza Boniek, ma può contare sul talento e la classe di Rossi e Platini: tutti però si aspettano una gara equilibrata, forse pure Tacconi, nascosto dalla sua spavalderia. Finisce quattro a zero: è l'inizio della fine per il portiere bianconero, che delude Trapattoni. Bodini, da eterno vice, si trova improvvisamente titolare: “Se fossi stato in lui, me ne sarei già andato. Ma ora che ha preso il mio posto, non lo faccio, perché sono sicuro sia provvisorio”, dirà in un'intervista dell'epoca al Guerin sportivo. Soffre parecchio quella scelta, che non sarà poi tanto provvisoria: troppe polemiche, troppi titoli di giornali. Per la prima volta, in casa Juve, scoppia un “caso” così eclatante. Tacconi tornerà titolare solo a fine stagione. In una notte maledetta: quella del 29 maggio 1985. È la notte più buia della storia del calcio. Neanche i riflettori della Coppa dei Campioni riescono a illuminarla: il dolore divora tutto, pure la bellezza di un trofeo tanto desiderato. I trentanove morti cancellano la gioia e la gloria, insieme a una grande prestazione di Tacconi – qualcuno dice la migliore della sua carriera. Il ritorno in Italia è fatto di tante, troppe critiche: “Abbassate quella coppa”, scrive Candido Cannavò sulla Gazzetta, mentre l'opinione pubblica è sconcertata dalla follia inglese.

“Dovevamo giocare quella partita - dichiara Tacconi a Yahoo Sport Italia -, fummo obbligati a giocare e ad uscire fuori con la Coppa per tenere il pubblico più a lungo nello stadio. Il via vai di voci nel pre-gara fu incontrollato, ma noi prima del calcio d’inizio non ci rendemmo conto di cosa fosse realmente successo. Come si può morire di calcio?”…

Nonostante tutto, la Juve vola a Tokyo, per l'Intercontinentale: c'è l'Argentinos Juniors. Ecco, c'è un problema: gli argentini capitano nello stesso hotel dei bianconeri. La tensione è palpabile, poco prima della partita, ma il portierone ha la soluzione: chiama un taxi, scappa da una geisha e passa un pomeriggio tra le sue braccia. Come qualche mese prima, Tacconi è protagonista: para due rigori, alla lotteria finale. Su quel trofeo ci sono impressi i suoi guantoni. E pure le curve della giapponese, si direbbe.

Riesce a vincere quanto Zoff aveva solo sognato, pur se tra mille domande. Sarà l'apice della carriera di Tacconi, come confidato da lui stesso. Continuerà a inanellare successi, tanti, diventando anche l'unico portiere – insieme al vice, Bodini – a vincere tutte le competizioni Uefa per club. Gli resta un solo rimpianto, forse: la Nazionale.

L'erede di Zoff in bianconero sembra il suo sostituto naturale anche in Azzurro. Sembra pure il momento giusto: Vicini sta rinnovando, dopo l'insuccesso di Messico ‘86, ma la scelta cade su Zenga. E sarà proprio lui a difendere i pali dell'Italia a Uefa '88, anche se lo stesso Zoff sceglie Tacconi per le Olimpiadi di Seul dello stesso anno: il quarto posto di quei giochi sarà l'unico – magro – risultato con la Nazionale: “Non ho rimpianti per la Nazionale, avevo soddisfazioni con la Juventus. Ho giocato con la nazionale Olimpica a Seul, il primo anno che un’Olimpica giocava con i professionisti”. Le appena sette presenze con gli Azzurri, mentre arrivavano trionfi su trionfi in bianconero, saranno forse l'unico rammarico di Tacconi. Anche se lui l'ha presa sempre a modo suo: “Io vincevo con la Juve, non me n'è mai fregato. In Nazonale giocava Zenga? Peggio per la Nazionale….

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