Storie olimpiche in un podcast Huffpost, nello sport non esiste solo il vincitore

·3 minuto per la lettura
Argento Vivo di Carlo Renda (Photo: Gedi visual)
Argento Vivo di Carlo Renda (Photo: Gedi visual)

Domani cominceranno, tra divieti, polemiche e perplessità, assenza di pubblico e l’ombra lunga del Covid, tra sogni e illusioni, le Olimpiadi di Tokyo e sarà, per atlete e atleti, il cammino verso il traguardo più ambito, agognato: la medaglia d’oro. È questo il pensiero dominante dopo anni e anni di fatiche, di sacrifici, di ambizioni, di speranze. Di notti insonni. Arrivare al gradino più alto del podio: solo questo conta. Per entrare a far parte del mito di Olimpia: anche se, comunque, come recita il giuramento olimpico, l’importante è partecipare. Far parte della Grande Festa, competere con gli assi celebrati. Ma non esiste solo il vincitore. Ed è, soprattutto, al primo degli sconfitti, al secondo classificato, che Huffpost, con la preparazione e la sensibilità di Carlo Renda, ha deciso di dedicare un podcast in 12 puntate: storie esemplari di chi, per un soffio, per una manciata di centesimi, per pochi punti, non è arrivato a conquistare la vittoria.

Lo sguardo del secondo: è questo il senso di questo percorso, a ritroso nel tempo e nelle emozioni, nella delusione di donne e uomini che sono giunti a un passo dalla gloria, dalla felicità più estrema e infinita. Negli sconfitti, nella loro malinconia sportiva ed esistenziale, recuperiamo una struggente metafora della vita: perché ci siamo noi, tutte le volte che, non solo nello sport, ci siamo trovati a un niente da un traguardo importante, con il nostro riverbero di amarezza e di sconforto. Oppure secondi capaci di prodezze sportive, semplicemente orgogliosi per aver accarezzato un primato: in fondo, è piacevole sentirsi con l’argento vivo addosso, consapevoli di avercela messa tutta e che abbiamo dovuto soltanto fare i conti un fato avverso. Come diceva Voltaire: “Il corpo di un atleta e l’anima di un saggio: ecco ciò che occorre per essere felici”.

Nella mia carriera ho seguito soprattutto il calcio, in tutte le sue manifestazioni: campionati, coppe europee e internazionali per club, europei, mondiali, Coppa America, Coppa d’Africa. E non potrò mai dimenticare la Coppa del Mondo del 1994, negli Stati Uniti: torneo vinto, al “Rose Bowl” di Pasadena in California, dal Brasile contro l’Italia ai rigori. Fatale il tiro dal dischetto fallito da Roberto Baggio, il nostro fuoriclasse, il nostro giocatore più rappresentativo. In quel momento, il Divin Codino diventò il nostro Achille, mostrando, tra le lacrime, la sua vulnerabilità. Ma quell’errore non ha mai scalfito la sua grandezza. Così è accaduto a tanti “secondi” ai Giochi. E, per restare al pallone, che malinconia vedere, alla premiazione degli Europei, i calciatori inglesi, battuti ai penalty dai nostri fantastici azzurri, togliersi dal collo la medaglia d’argento...

Con “Argento Vivo” Carlo Renda, fedele all’invito di Giovanni Arpino di essere noi cronisti “bracconieri di tipi e personaggi”, ripercorre la strada di chi non è riuscito a farcela per un refolo, per un battito di ciglia, per un sospiro. Ecco la vicenda iconica di Peter Norman. L’immagine simbolo di tutte le Olimpiadi: Messico 1968, premiazione dei 200 metri di atletica leggera. Due americani neri, l’oro Tommie Smith e il bronzo John Carlos, sconvolgono il protocollo, alzando il pugno guantato di nero. È il segno della loro protesta contro il razzismo, l’intolleranza, l’emarginazione. Il secondo arrivato, l’argento Norman, è australiano, bianco. Ma decide di non lasciare soli i due colleghi, “Sto con voi” e si mette al petto la coccarda dell’Olympic Project for Human Rights. Solidarietà, amicizia, bellezza. I tre pagheranno a caro prezzo quella scelta. E alla morte di Peter, Tommie e John andranno al funerale di quel loro compagno coraggioso. “Siamo qui con te”. Il Sessantotto, l’anno delle rivoluzioni e delle utopie, delle barricate e dell’immaginazione al potere, porta anche i loro nomi: fratelli senza barriere, uomini veri e generosi. Si può arrivare anche secondi, ci insegna Norman, ma giungere primi nella condivisione, nel gesto che unisce, che non lascia soli, che tutto illumina.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli