"Superlavoro" riconosciuto come causa di morte: il caso che condanna Sony

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Il "superlavoro" può essere riconosciuto come una causa di morte. A deciderlo è stato l'Ufficio di verifica delle condizioni di lavoro del Giappone che, chiamato in causa per la morte di un dipendente di Sony negli Emirati arabi uniti a gennaio 2018, ha condannato la multinazionale a risarcire i parenti della vittima.

Il caso, aperto dopo la morte di un 40enne "colletto bianco" del marketing, non è che l'ennesimo che vede le aziende accusate di "sfruttamento" dei lavoratori. Il "karoshi", ovvero la morte per troppo lavoro, è un problema sociale in Giappone che, secondo gli ultimi dati disponibili al 2019, ha subito oltre 174 morti per superlavoro, la maggior parte dei quali per suicidio. Secondo le autorità nipponiche, infatti, non conta tanto la causa del decesso (infarto, ictus, o altro), ma l'ambiente entro cui questo è avvenuto.

In Giappone il rapporto di lavoro supera quasi sempre in maniera eccessiva la prestazione all'interno di un orario definito. Nel caso del 40enne morto a Dubai, infatti, è stato rilevato che il dipendente aveva lavorato 80 ore mensili medie in più dell'orario previsto. Subito dopo il decesso la famiglia aveva presentato la richiesta di risarcimento per "infortunio sul lavoro", ma questa non fu in un primo momento riconosciuta, perché sulle registrazioni dei badge non risultava che il dipendente avesse fatto straordinari.

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Attraverso i suoi legali, i familiari hanno dovuto effettuare un'inchiesta indipendente, risalendo agli accessi sul computer di lavoro e interrogando i colleghi della vittima. "Nei mesi precedenti alla sua morte, era diventato nervoso e stanco. Quel giorno, quando uscì di casa, aveva un pessimo aspetto. Non tornò mai più", ha ricordato la moglie.

"Pur essendo morto per l'eccesso di lavoro, nell'azienda non si è voluto accertare se vi fossero responsabilità, si è trattata la questione come se nulla fosse accaduto", ha continuato la donna. Sony, successivamente, ha preso atto del pronunciamento. "Preghiamo dal profondo del cuore - ha detto in un comunicato l'azienda - che il nostro collega possa riposare in pace. Prendiamo atto con sincerità del riconoscimento da parte dell'Ufficio di controllo delle condizioni di lavoro e ci impegniamo con la massima serietà nel prevenire gli infortuni sul lavoro e nel controllare le condizioni di salute dei nostri dipendenti".