Superlega, Bertinotti: "Calcio senza tifo come partiti senza piazze"

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La Superlega è la "secessione" dei ricchi e il definitivo passaggio del calcio da sport a spettacolo tv, che può fare a meno dei tifosi allo stadio a patto che, da casa o al pub, continuino e vedere le partite e a pagare l'abbonamento. Per Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera e simpatizzante rossonero, il progetto dei 12 club più titolati e indebitati del mondo "è un segno dei tempi". "La secessione dei ricchi del calcio - premette Bertinotti - è accompagnata da due fatti, gravidi di conseguenze. Il primo è il definitivo passaggio dal calcio da sport a spettacolo. Un modello nel quale non sono più i tifosi che vanno allo stadio a sostenere la squadra ma gli utenti, gli abbonati ai canali tv, che guardano e tifano davanti allo schermo".

"Poi c'è un fatto più generale legato all'andamento della società: le guerre commerciali diventano una manifestazione di quello che nel secolo scorso era il conflitto di classe che, però, ha invertito la direzione di marcia: non più dal basso verso l'altro, ma viceversa. E nel caso specifico della Superlega, di quelli che stanno molto molto in alto contro tutti quelli che stanno sotto. E' uno scontro che allarma, non solo le istituzioni come Fifa e Uefa che governano il calcio e che sono investite da questo terremoto, ma anche significativamente il mondo della politica".

"Mi ha colpito molto - continua - che a prendere posizione contro questa secessione siano stati subito Macron, Johnson e anche Draghi. Perché tutti e tre sanno benissimo che un'alleanza tra finanza e tecnologia può rivoluzionare, anzi costruire, un mercato nuovo, sottraendosi alle regole generali del mercato e perfino facendo a meno delle Stato e delle sue articolazioni, in primis del governo".

"Lo posso fare - aggiunge Bertinotti - ragiona chi ha pensato alla Superlega perché ho uno spettacolo planetario da vendere, ho chi mi finanzia il progetto, dunque sono forte. I tifosi? Ci seguiranno, vedrete, non più allo stadio, ma davanti alla tv. I campionati avevano una loro storia, una tradizione, un radicamento della società? Va bene, acqua passata. Ora alla dimensione locale sostituiamo quella globale. E la nazionale di calcio? Beh, se ne potrà fare a meno. I sudditi delle nuove tecnologie faranno presto a adattarsi ai nuovi canoni.

"Non importa che Fifa, Uefa, i governi nazionali, le tifoserie e il mondo dello sport siano contrari. Il rischio - e qui torniamo alla ferma presa di posizione di Macron, Johnson e Draghi - è che l'attacco che sta subendo oggi il calcio, domani possa capitare alle istituzioni, ovvero che finanza e tecnologia possano fare a meno degli stadi come dei governi".

Il presidente del Real Madrid, Florentino Perez, uno dei promotori del progetto, ha ammonito che se le grandissime squadre non guadagnano di più e non possono redistribuire le risorse alle grandi, medie e piccole e il calcio muore. "Conosco bene questo discorso è la teoria del 'gocciolamento' tanto cara al liberismo: permettiamo ai ricchi di arricchirsi quanto vogliono e il reddito prodotto gocciolerà in basso, verso la classe media. Una teoria fallimentare che, come abbiamo visto, ha aumentato a dismisura il divario tra ricchi e i non ricchi, allargando in maniera esponenziale le povertà. Ma è evidente che quella di Florentino Perez è solo una captatio benevolentiae".

"Da tempo - sottolinea l'ex presidente della Camera - il calcio ha cambiato natura. Il tempo dei presidenti come Agnelli, Moratti o anche Berlusconi, che avevano un'impresa economica e tra queste la squadra di calcio era solo una delle attività di famiglia, fa parte di una realtà superata. Oggi, basti vedere Andrea Agnelli, c'è chi si occupa soltanto della società. Finché il calcio è rimasto solo uno sport, i patron di una volta avrebbero avuto bisogno del consenso, del popolo, ossia dei tifosi che riempivano lo stadio. Questa operazione fa evaporare il popolo e lo sostituisce con l'utenza.

Il Covid che ha imposto la chiusura degli stadi, ha svuotato gli spalti e ha trasformato il calcio in un fatto televisivo, "è stato un formidabile acceleratore della trasformazione alla quale stiamo assistendo. Il consenso diventa un optional, se necessario lo si costruisce a posteriori, cooptando l'utenza che ti pagherà l'abbonamento televisivo. Infine mi sembra evidente che lo svuotamento degli stadi abbia delle analogie con la perdita di partecipazione che ha subito la politica che, guarda caso, come lo sport o lo spettacolo, conta proprio sulla partecipazione, sulla presenza, sull'intervento diretto".

"Come andrà a finire? Chi può dirlo? Certo qualcosa che sembrava impossibile solo una settimana fa è invece che un processo che è partito. E' una trasformazione o una distruzione? L'economista Joseph Schumpeter sosteneva che nella distruzione ci può essere un elemento di dinamico e la capacità di rigenerare. A me, più modestamente, sembra solo un'innovazione regressiva". (di Luca Rufino)