Tifosi e calciatori, nuovo fronte comune contro il calcio-business? L'analisi

Matteo Baldini
·2 minuto per la lettura

La recente, a dire il vero ancora in corso, diatriba a tema Superlega ha investito con forza l'intero panorama calcistico mondiale, con incursioni anche in spazi esterni al mondo del pallone: la politica ha preso posizione in modo quasi unanime, anche personaggi totalmente estranei al contesto sportivo hanno tirato fuori appelli accorati in nome della sportività, per scongiurare una svolta totalmente rivolta al business e al calcio come puro show.

Gundogan | Eurasia Sport Images/Getty Images
Gundogan | Eurasia Sport Images/Getty Images

Posizioni più o meno sentite, pretestuose oppure sincere, che fanno però da contorno a ciò che più conta: la rivolta dei tifosi, da un lato, e la ferma presa di posizione di tanti protagonisti diretti del calcio (calciatori e allenatori di primo piano) pronti a criticare, in modo anche fermo, la soluzione Superlega. Come si spiega questo fronte comune, suggestivo e piuttosto insolito, tra i calciatori e i tifosi scesi in piazza? Gli interessi e le questioni in ballo partono da presupposti diversi, anche se mediaticamente il risultato appare lo stesso: difficile sposare l'idea di un approccio totalmente romantico, da parte del calciatore, e in questo senso Gundogan del City ha chiarito efficacemente la questione dicendosi critico anche rispetto alla riforma Champions: giocatori spremuti fino all'inverosimile, impegnati in un numero sempre maggiore di partite e di trasferte, una prospettiva che non intriga chi (di fatto) manda avanti la baracca nel concreto.

Proteste contro la Superlega | OLI SCARFF/Getty Images
Proteste contro la Superlega | OLI SCARFF/Getty Images

Non solo una questione emotiva, quella del calcio come sogno da coltivare fin da piccoli e come "patrimonio di tutti", ma un discorso anche pratico: i calciatori e gli allenatori rivendicano il diritto di essere ascoltati ai piani alti, di non sentirsi "marionette" in mano alle istituzioni o ai club. Una posizione che, dunque, le circostanze vogliono coincidere con quella dei tifosi, anche se per ragioni diverse: il popolo del pallone non si scaglia tanto contro il numero di partite ma contro lo stravolgimento del calcio in nome di criteri estranei al calcio stesso, tanto da poter escludere (o quasi) il concetto di merito sportivo.

Dall'altra parte dunque esistono interessi diversi, un altro fronte: istituzioni calcistiche, di ogni livello, e club impegnati con grandi difficoltà a rendere sostenibile finanziariamente un carrozzone così ricco e pesante. L'idea Superlega, al netto degli aspetti critici e controversi ampiamente dibattuti, ha avuto senz'altro una funzione: rendere ancor più palese e scoperta la presenza di questi due fronti, rendendo più sottile il velo di ipocrisia che ricopriva il dorato mondo del pallone, offuscando sempre di più la sua aura mitologica.

Segui 90min su Instagram.