Tirate tirate, tanto le paro tutte

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L'attesa

Lo so, può sembrare strano, ma se ripenso a quel 29 giugno di 21 anni fa, la prima cosa che mi viene in mente non è il calcio. Dovevo sposarmi una settimana dopo, una volta finiti gli Europei. Quindi per ingannare l’attesa e placare l’ansia pre partita, sono stato per tantissimo tempo al telefono con Manuela. C’era un matrimonio da preparare e dovevamo organizzare i tavoli. Devo dire che è stato anche parecchio divertente.

Non mi piacevano per niente i ritiri, erano il mio tallone d’Achille. Necessari, per carità, perché in trasferta si deve andare un giorno prima e in manifestazioni come Europei e Mondiali servivano per formare squadra e gruppo. Occupare il tempo in ritiro però, per me era difficilissimo, mi sembrava quasi una perdita di tempo. Leggevo, guardavo film, giocavo a carte oppure a biliardo con i compagni.

E poi studiavo gli avversari. Per capire come battevano i rigori vedevo le partite al PC e scorrevo manualmente avanti o indietro per arrivare al momento in cui calciavano dal dischetto. Non mi concentravo solo sull’aspetto tecnico. Cercavo di cogliere anche le sfumature e i dettagli più importanti, perché l’aspetto psicologico di chi calcia, cambia a seconda del momento in cui batte il rigore, e soprattutto dell’importanza del rigore e della partita.

L’attesa alle volte era davvero infinita, quindi si facevano grandi passeggiate, uscivi dalla camera per andare a cercare i compagni con cui avevi più feeling e partivano le prese in giro...quante risate!

Il dialogo era alla base di tutto, perché al massimo potevi mandare un SMS. Adesso è più difficile. I tempi sono cambiati tantissimo e facendo le mie esperienze una volta finito di giocare mi sono reso conto che i telefoni portano i ragazzi ad isolarsi, noi invece stavamo sempre insieme…

L'inizio di un pomeriggio memorabile | Shaun Botterill/Getty Images
L'inizio di un pomeriggio memorabile | Shaun Botterill/Getty Images

La partita

Il momento era arrivato, all’Amsterdam Arena ci aspettava l’Olanda. Lo stadio era pieno, con un tifo incredibile sia da una parte che dall’altra. Una cornice così ti carica in maniera pazzesca. Sono entrato in campo come un leone. Ero in un momento ideale della mia vita e della mia carriera, quindi ero molto tranquillo. Ormai ero abituato ad entrare in stadi così, perché avevo alle spalle tanti big match giocati con la maglia della Fiorentina. Partite di questo tipo sono il top e per arrivare al top ogni sportivo, non solo i calciatori, deve fare tantissimi sacrifici, quindi quando arrivi a quel livello sei preparato sotto tutti gli aspetti. E poi, c’è niente di meglio di una semifinale degli Europei per dimostrare chi sei?!

La cosa divertente di quella serata magica, è che la sera prima mi ero immaginato che sarebbe andata a finire proprio così. Ero al telefono con Alberto, un mio caro amico e abbiamo iniziato a convincerci che saremmo finiti ai rigori e che io avrei parato tutto, per questo avevo studiato benissimo tutti gli avversari, arrivando addirittura ad immaginare la direzione in cui avrebbero calciato:

“Ok, quello me lo tira a destra, quello invece me lo tira a sinistra”.

Quando è iniziata la partita, noi siamo rimasti in 10 dopo poco e loro hanno sbagliato i primi 2 rigori, capii che l’andamento della gara era quello ed è successo tutto quello che mi aspettavo. Loro erano fortissimi. Giocavano in una maniera incredibile, cercando di mantenere sempre il possesso.

Quindi mi sono detto: “Dobbiamo cercare di arrivare ai rigori, e poi lì me la vedo io”.

Ovviamente un portiere ha bisogno di tutto il supporto dei suoi compagni, dall’attacco alla difesa perché da solo non può fare niente. Nel calcio si ha bisogno gli uni degli altri, però una cosa è certa: il portiere può condizionare il risultato come un attaccante. Nella mia carriera, mi sono reso conto che nelle giornate in cui mi sentivo molto bene, era difficile che mi facessero gol. Stiamo parlando di quasi 2 metri di uomo più le braccia eheheh…

Ero concentratissimo, perché in serate così la concentrazione non manca mai. L’obiettivo era di fronte a me e quando arrivi a quel punto con tutti i sacrifici che hai fatto per arrivare in Serie A e in Nazionale, è davvero difficile che te lo lasci scappare…

A un certo punto sono arrivato a dire: “Tirate tirate, tanto le paro tutte”.

Dino Zoff, il CT Azzurro a Euro 2000 | PHILIPPE HUGUEN/Getty Images
Dino Zoff, il CT Azzurro a Euro 2000 | PHILIPPE HUGUEN/Getty Images

Dino Zoff, da idolo a CT

La prima volta che incontrai Zoff, avevo 15 anni. Come tutti i ragazzi della mia età cercavo qualche lavoretto per guadagnare qualche soldino extra e mi diedero l’opportunità di fare il cameriere presso un grande albergo che doveva essere inaugurato a Padova e me lo ritrovai lì come ospite d’onore. Nel 1982 avevo 11 anni, quindi per me era il portiere dell’Italia Campione del Mondo. Ero emozionatissimo, mi avvicinai per chiedergli l’autografo e lui fu molto gentile.

Mi fece un enorme piacere vedere la sua disponibilità e da lui ebbi la conferma che devi dare sempre la giusta attenzione ai bambini e ai ragazzi che ti si avvicinano, perché magari basta un no, semplicemente perché per te è una giornata storta, per far rimaner male dei ragazzini e far crollare un mito. Lui con me fu disponibile e così ho fatto io nel corso della mia carriera, essendo sempre disponibile con tutti.

Quando l’ho incontrato nel corso della carriera, gli ho ricordato quell’incontro e lui ha detto di sì anche se secondo me non si ricordava. Zoff è un uomo tutto d’un pezzo, una persona per bene e anche se è di poche parole, non si è mai tirato indietro quando era il momento di dialogare. Come CT era sempre disponibile ed era riuscito a instaurare un rapporto con tutta la squadra. Nel 2000 aveva già fatto tante altre esperienze come allenatore e Presidente, quindi si era un pochino staccato dal ruolo del portiere. Quando mi dava un consiglio però, chiaramente ne facevo tesoro, perché arrivava direttamente dalla voce dell’idolo di tutti i bambini che sognavano di diventare portieri.

Io conservo un ricordo speciale dell’uomo e del calciatore ancora oggi e se ripenso alla sera di Amsterdam sorrido, perché le mie parate non furono poi tanto diverse dalle sue…

Il Momento decisivo | VI-Images/Getty Images
Il Momento decisivo | VI-Images/Getty Images

I Rigori

Di rigori ne ho parati parecchi nel corso della mia carriera e se sono riuscito a pararne così tanti è stato grazie alla convinzione.

Quando ero in Under 21 per esempio, parai un rigore a Makelele nella Semifinale dell’Europeo 1994, che ci permise poi di continuare la tradizione dell’Italia. Quello era un periodo fertile e ricco di successi per la nazionale giovanile che riuscì a vincere l’Europeo Under 21 per tre volte consecutive: 1992, 1994, 1996.

A me toccò il 1994: entrai in corsa, perché c’era Stefano Visi della Sambenedettese, mentre io ero al mio primo anno di Fiorentina in Serie B. Mi inserii all’interno di questo torneo e anche lì fui prorompente. Il fisico mi aiutò tanto, ma già allora non avevo paura di niente. Il livello era molto alto perché contro la Francia in semifinale, ci trovammo di fronte Zidane, mentre in finale nel Portogallo c’era Figo. Tutta gente che poi ho avuto la fortuna di incrociare lungo il corso della carriera.

Parai un bel rigore anche lì e poi alla fine riuscimmo a sollevare il trofeo.

Il momento era arrivato. Avevo lo stesso atteggiamento di quando si affronta una salita in bicicletta: devi scalare i pedali e mangiare la salita.Francesco Toldo

Ecco, con i rigori è lo stesso. Devi condizionare l’avversario e portarlo a calciare nella direzione di porta in cui vuoi tu. Se trovi l’avversario che si fa condizionare bene, sennò deve subentrare la fortuna.

Il portiere la parata se la va a cercare, perché prova a entrare nella testa dell’attaccante che calcia per capirne le intenzioni.

È una guerra psicologica e questo tipo di atteggiamento quella sera si è rivelato vincente. Adesso sono cambiati i tempi. Non si può più andare dall’avversario per provocarlo e cercare di condizionarlo. Devi stare sulla linea di porta, c’è molto meno dialogo e non c’è quasi contatto.

Di Biagio. Gol

de Boer. Parato

Pessotto. Gol

Stam. Alto.

Il rigore di Totti | Claudio Villa/Getty Images
Il rigore di Totti | Claudio Villa/Getty Images

Quando Francesco si è avvicinato non sapevo che avrebbe fatto il cucchiaio perché ero distante dalla squadra. Credo che lo avesse detto solo a Di Biagio. Per me è stato davvero divertente. Non sono cose programmate o prevedibili queste. Io non me lo aspettavo e van der Sar nemmeno...il calcio è così, quando meno te lo aspetti c’è il campione che ti fa lo scavino. In genere si fa quando il portiere non ci pensa, un portiere però se lo deve sempre aspettare.

È un bell’affronto eh...una sorta di presa in giro e di mancanza di rispetto, quindi devi calcolare che c’è anche quella possibilità. Se io non l’ho mai ricevuto un motivo c’è, a me non me lo potevano fare. Perché loro sanno che il portiere potrebbe aspettarselo. Una volta per esempio pensavo che Del Piero volesse farmelo, mi sono subito avvicinato e gli ho detto: “Guarda, lo scavino no…” e facendo così, ho già escluso quell’opzione. Anche in quel caso è un gioco psicologico tra le parti.

Kluivert. Gol

Maldini. Parato

Bosvelt va sul dischetto. Se sbagliava, era finita.

“Quello lo tira a destra, quello lo tira a sinistra”. Lo avevo detto ad Alberto la sera prima.

Una volta che intuisci il lato, devi muoverti con i tempi perfetti e coprire tutto lo specchio della porta, perché se anticipi troppo, chi batte fa ancora in tempo a cambiare direzione.

Parato. Abbiamo vinto!!!

È stata una notte indimenticabile.

In campo devi avere sempre coraggio e voglia di metterti in gioco. Quando sei così puoi parare tutti i rigori che vuoi e non solo in campo, anche nella vita.

Ai ragazzi giovani dico sempre che con la convinzione, il talento e i sacrifici si può arrivare lontano, perché i sogni non sono poi così distanti...sono lì e devi solo andarli a prendere.

Francesco Toldo

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